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01/07/2008

CHE COSA DIVENTA LA LETTERATURA


Finita la scuola, quella in classe con gli studenti, me ne distacco: ce n'è bisogno.
Ogni anno la fine del ciclo è importante. Si ricomincia a inizio settembre.
Ho visto ieri i ragazzi dell'ultimo anno che si affaccendavano davanti all'aula degli esami. Scherzo, con loro, e dico: ecco, fate sempre così, tutti gli anni, ve en andate sempre, e noi invece restiamo qua...


Mi piace una frase che leggo nel libro di un grande educatore, Guido Armellini (La letteratura in classe, Unicopli, 2008).

"Che cosa diventa un'opera letteraria quando entra in un'aula scolastica? Nessuno, nemmeno l'insegnante più preparato, può saperlo prima che avvenga l'incontro. Ma proprio questo carattere imprevedibile può rendere appassionante l'insegnamento letterario: non semplice trasmissione di una sapere dato, ma elaborazione cooperativa di un sapere nuovo"




Liliana Gelman, The library
19/06/2008

NEOLOGISMI

Drizzone?
postato da: mics alle ore 20:07 | link | commenti
categorie: parole, poetiche, chiusure cognitive
18/06/2008

MONTALE ALLA MATURITA'

All'esame di stato esce un'altra volta Montale.

Ma insomma.

Chi sceglie le tracce...

Soprattutto: chi scrive le domande.

Domande che insomma.... non sono fatte proprio bene bene, diciamocelo.

Ma quando poi sono sbagliate...

La poesia di Montale da commentare era difficile, anche perché è una delle poche in cui il "tu" a cui si rivolge Montale non è una donna, ma un amico. (C'è tutto l'orizzonte del mito del giovane morto prematuramente).

E che domande fanno questi  (anzi codesti, detti alla Montale) compilatori di quesiti per le analisi del tresto... :

 Nella prima strofa il poeta espone, in una serie di immagini simboliche, da una parte la visione della realtà, dall'altra il ruolo salvifico e consolatorio della figura femminile. Individua tali immagini e commentale.
...
Il ricordo della donna è condensato nel suo viso e nel sorriso, nel quale si manifesta, “libera”, la sua “anima”   (v. 6).

E che poi in Montale la figura femminile sia consolatoria... bè... c'è qualcosa di consolatorio nella poesia di Ossi di seppia?
Come spiegheranno gli studenti quell'aggettivo lontano del verso 5?

Nell'introduzione, poi, ecco una frase da matita blu: La sua produzione in versi, dopo l’iniziale influenza dell’Ermetismo, si è svolta secondo linee autonome.

Queste sono cose che un conoscitore medio di Montale sa molto bene.

Ma to', poi arrivano i funzionari del ministero, con le loro belle topiche.



Ripenso il tuo sorriso, da Ossi di Seppia.

"Ripenso il tuo sorriso, ed è per me un'acqua limpida
scorta per avventura tra le pietraie d'un greto,
esiguo specchio in cui guardi un'ellera e i suoi corimbi;
e su tutto l'abbraccio di un bianco cielo quieto.

Codesto è il mio ricordo; non saprei dire, o lontano,
se dal tuo volto si esprime libera un'anima ingenua,
vero tu sei dei raminghi che il male del mondo estenua
e recano il loro soffrire con sé come un talismano.

Ma questo posso dirti, che la tua pensata effigie
sommerge i crucci estrosi in un'ondata di calma,
e che il tuo aspetto s'insinua nella memoria grigia
schietto come la cima di una giovane palma..."


Nella sezione Mediterraneo della raccolta da cui è presa questa poesia c'è un passaggio memorabile, che metto qui così, per documentazione, e per ironia (così come faceva Montale)

Non ho che queste parole
che come donne pubblicate
s’offrono a chi le richiede;
non ho che queste frasi stancate
che potranno rubarmi anche domani
gli studenti canaglie in versi veri.

postato da: mics alle ore 13:10 | link | commenti (3)
categorie: letteratura, scuola, poetiche
07/06/2008

Boris Pahor

Anticipazione di due articoli che appariranno domani sul "Trentino"

«Noi eravamo immersi in una totalità apocalittica, nella dimensione del nulla; quei due invece galleggiano nella vastità dell’amore, che è altrettanto infinito, e che altrettanto incomprensibilmente signoreggia sulle cose, le esclude o le esalta». Alla necropoli, dove si «vive la morte», lo scrittore triestino sloveno Boris Pahor torna dopo quasi vent’anni. Campo di concentramento di Natzweiler-Struthof, Vosgi. Il ritorno materiale sul luogo del male assoluto rimette in moto il ricordo, dà l’avvio al racconto. La memoria sboccia anche per contrasto: un carpentiere sostituisce delle assi sulla baracca dove una volta marcivano i condannati insieme al legno e le assi nuove con la loro incongruità turbano Pahor; due ragazzi («quei due») si sbaciucchiano al bordo del filo spinato. E così le assi nuove sono fagocitate dal male «col suo putrido succo» e i due innamorati definiscono per contrasto l’infinito del nulla con l’infinito del loro amore.

Boris Pahor sarà protagonista di un incontro proposto dalla biblioteca comunale in via Roma dopodomani martedì 10 alle 18, coordinato da Enrico Rossi (bibliotecario del Museo di Scienze Naturali e grande conoscitore di Pahor, di cui ha pubblicato articoli e interviste e che ha molto contribuito a far conoscere al pubblico).

Il libro pubblicato da Fazi, Necropoli, sta suscitando molto interesse e ha fatto scoprire finalmente Pahor al pubblico più ampio: a 95 anni è invitato in tv, riempie le pagine culturali. Se lo meritava prima, come avevano capito alcuni intellettuali ed editori trentini giù parecchi anni fa. Sarà stata l’affinità di essere scrittori di frontiera.

Necropoli è uno dei più grandi libri sui lager. Sarebbe già abbastanza. Ma è anche di più. Come Primo Levi anche Pahor sa analizzare l’inanalizzabile, dire l’indicibile proprio perché riesce ad asciugare il racconto, a usare solo la retorica della realtà. Perché i lager non sono tanto un valore del male in sé, ma lo significano ed è quando si attinge a questo significato che si tocca il senso dell’apocalisse. Ecco la consapevolezza, ecco anche il senso di colpa che Pahor testimonia (ma da cui non si fa paralizzare) nell’insistere a ricordare gli scomparsi. «Sono ingiusto, lo so» scrive in un passaggio del libro; e a febbraio, durante una trasmissione tv, invitò il pubblico ad applaudire non lui ma quelli che dai lager non sono tornati.

Quest’ultima pubblicazione di Pahor in Italia, scrive Claudio Magris, «è un libro eccezionale, annoverato da decenni fra i capolavori della letteratura dello sterminio, che riesce a fondere l’assoluto dell’orrore – sempre qui e ora, presente e bruciante, eterno davanti a Dio – con la complessità della storia». Un libro che guarda al futuro, è stato scritto, che non indugia con la reorica e le recriminazioni; un libro che richiama l’Europa e la rimprovera, che bacchetta i nazionalismi proprio nei giorni in cui le due patrie di Pahor, Italia e Slovenia, hanno visto cadere la barriera dei vecchi e apparentemente inamovibili confini. Una vitalità, un servire al futuro che si trovava anche ne Il petalo giallo (Nicolodi, 2002): «Nonostante tutto il male che ti è toccato, tu sei viva, puoi prestare ascolto alla natura e scrivere – magnificamente, come tu sai fare – un inno all’amore».

Pahor ha una cifra netta, ben nota ai suoi lettori non dell’ultima ora, che è quella di un’attenzione capace di definizioni fulminanti, illuminanti, intense sulla storia collettiva e individuale: frutto, è stato detto, della sua provenienza popolare e della frequentazione con la cultura balcanica e mitteleuropea, qualcosa che ha a che fare con Trieste e il nord-est, quel nord-est della cultura di cui ha dato definizioni chiave anche Carlo Sgorlon (inventore anche di questa definizione così in voga per altri motivi mercantili e politici); allo stesso modo sta alla base della finezza e dell’essenzialità di Pahor anche l’attenzione alle popolazioni oppresse, come gli zingari, e alle nazionalità marginali, a quelle di frontiera e a quelle negate. È così anche negli altri suoi libri, tutti pubblicati in Italia prima di questo ultimo successo dall’editore roveretano Nicolodi. 
 
 

2. LA “VIA TRENTINA” 

C’è una “via trentina” per Boris Pahor. Non solo perché assomigliano a quelle trentine la sua sensibilità e la sua scrittura tutto sommato “di frontiera”: uno stiel forte, capace di aprirsi dal sentimento locale a quello transnazionale e “umano”, insomma niente a che fare con localismo, provincialismo, nazionalismo.

L’incontro fra Pahor e il Trentino è un incontro di grande cultura e grande intelligenza, che nasce nell’alvo di piccole e colte case editrici come la roveretana Nicolodi / Zandonai, ma anche di grandi enti culturali come la Fondazione Kessler o le biblioteche pubbliche.

Non è un caso, per esempio, che a parlare di Necropoli abbia iniziato prima degli altri Enrico Rossi, che ha intervistato Pahor per le pagine de “La stampa” nel 2007, quando il libro era tradotto in Italia dalle minuscole Edizioni del Consorzio culturale del Monfalconese di Ronchi dei Legionari e che su quel giornale ha sempre recensito nel corso degli anni i libri dello scrittore, a testimonianza di una lunga e fedele frequentazione.

Nel 2001 un estratto di La culla del mondo (in sloveno Zibelka sveta, pubblicato poi da Nicolodi con il titolo Il petalo giallo) è apparso sulla rivista “Comunicare letterature lingue” dell’allora Itc e oggi Fondazione Kessler, accompagnato da una corposa intervista di Marco Pontoni e Giuliana Dallafior.

Tutti i libri di narrativa precedenti a Necropoli sono stati pubblicati da Nicolodi, oggi Zandonai, il sofisticato editore roveretano: Il rogo nel porto, trad. Mirella Udrih-Merku, Diomira Fabjan Bajc, Mara Debeljuh, 2001; La villa sul lago, trad. Marija Kacin, 2002; Il petalo giallo, trad. Diomira Fabjan Bajc, 2004.
postato da: mics alle ore 16:26 | link | commenti (1)
categorie: libri, letteratura, articoli, scrittura, giornali, poetiche
27/05/2008

Notizie dal mio poggiolo




uncini di passiflora











né dalie né rose











... e poi le altre foto della volpe - rob
postato da: mics alle ore 18:40 | link | commenti
categorie: poetiche, paroleimmagini, chiusure cognitive, fatti di mics
25/05/2008

Leonia

La città di Leonia rifà se stessa tutti i giorni... continua


postato da: mics alle ore 10:35 | link | commenti (2)
categorie:
19/05/2008

ZINGARI, AVANGUARDIA DEI POPOLI

Con la posta elettronica, arriva da un'amica questo articolo di Lorenzo Renzi, insigne studioso di linguistica (autore di libri di storia della lingua, di una importante grammatica italiana, di critica letteraria). Fra le altre cose, da filologo romanzo, conosce bene oltre che la lingua anche la cultura rumena, cioè della Romania.

Questa è la premessa dell'articolo (che in realtà articolo non è, non essendo mai stato pubblicato):

Cari amici e colleghi linguisti e fiologi, italiani e stranieri
potete buttar via questo messaggio se volete, arriva davvero troppa posta. Se volete invece leggere il mio parere sul problema che tormenta in questi mesi l'Italia (la sicurezza, dobbiamo affrontare l'immigrazione con la famosa "tolleranza zero", cosa si può fare e cosa moralmente non si può fare), leggetelo. Il pezzo che vi mando, come altri simili, l'avevo spedito a un giornale nazionale, che non l'ha pubblicato. Non faccio speculazioni sul perché. Il Corriere della Sera, per es., riceve 2000 lettere al giorno. Perciò penso di diffonderlo così. Se condividete le mie idee, fate anche voi qualcosa... almeno scrivete da qualche parte, come cerco di fare io. E' il momento di testimoniare!
Vi saluto con affetto,
Lorenzo Renzi

Se questo è un uomo
Rom e romeni in attesa dell’allontanamento dall’Italia


Non sappiamo ancora quale forma prenderà il progetto del governo di cacciare gli zingari, i rom, romeni dall’Italia. E siccome i rom nuovi arrivati, dei cui crimini si  è tanto parlato negli ultimi mesi in Italia, vengono dalla Romania, il progetto prevede anche di limitare la presenza dei Romeni in Italia, di filtrarli alle frontiere, tanto più che anche i romeni non rom hanno commesso numerosi crimini e reati. Si infrangerebbe però così una norma europea, perché la Romania è entrata nell’Unione Europea il 1.o gennaio 2007. Questo ingresso ha fatto dei Romeni dei cittadini europei, e anche i rom sono diventati cittadini europei visto che in Romania erano cittadini romeni. Mentre, sia detto tra parentesi, da noi in Italia, paese civile, gli zingari sono in gran parte apolidi, ai quali noi neghiamo la cittadinanza italiana e non riconosciamo i nostri stessi diritti.
Zingari, abbiamo detto. Cioè rom. Giornali e politici si sono imposti da tempo un tabu linguistico che vieta di chiamare gli zingari con questo nome.  I giornali non scrivono mai zingari, ma nomadi, rom, perfino slavi. Lo stesso fanno i programmi televisivi. Adesso si dice e si scrive soprattutto romeni, intendendo anche i rom. Non sarà inutile precisare che rom e romeni non sono la stessa cosa. I rom stanno ai romeni come i nostri zingari (rom anche loro, o shinti) stanno agli Italiani.
Gli zingari, i rom e gli altri gruppi che portano altri nomi, sono arrivati in Europa dall’India nel Medioevo. In Italia erano già presenti nel XV secolo. Erano calderai ambulanti, più tardi sono diventati commercianti di cavalli. Nell’Europa orientale sono musicisti. Suonano nei matrimoni e nelle altre feste. Alcuni sono diventati grandi interpreti. Ma la gran parte di loro non si è mai assimilata, e nemmeno integrata, né in Italia, né negli altri paesi europei né negli altri continenti dove il loro nomadismo li ha portati: Nord Africa, America. Una parte degli zingari si sono sedentarizzati, ma la gran parte è rimasta nomade. A primavera le loro roulottes riprendono il loro cammino, secondo itinerari noti. Una volta erano carovane tirate da cavalli, ma i percorsi erano gli stessi. Cervantes (nella sua splendida Gitanilla) e García Lorca in Spagna, Victor Hugo in Francia, Ion Budai-Deleanu in Romania hanno cantato la libertà del popolo zingaro, come Tolstoj quella di Ceceni.
Gli zingari sono ladri, sono pericolosi? Qualche volta sì. Ma come ha scritto recentemente Guido Ceronetti nel Sole Ventiquattr’Ore (domenicale, 11 maggio 2008) “il pugno della legge” non può essere disgiunto per loro “dalla comprensione di un mistero spirituale che da sempre accompagna tutte le races maudites di questo strano pianeta”, e, aggiungerei prosaicamente, dal rispetto per i diritti fondamentali dell’uomo. Anche se Ion Mailat, zingaro romeno, ha ucciso a Roma una donna il 31 ottobre 2007 a Tor di Quinto, non per questo possiamo dire che tutti gli zingari sono assassini. Sappiamo che Mailat ha agito da solo, senza complici, e che il suo atto criminale è stato segnalato alla polizia da un’altra zingara dello stesso campo. Ma questo delitto è diventato nell’immaginario di molti, un immaginario che molti politici condividono o temono, il delitto emblematico della presenza dei rom e dei romeni in Italia. Una colpa da punire non sull’individuo, ma sull’intera nazione.
La Comunità di sant’Egidio, in un suo documento dedicato allo stato dei rom romeni in Italia ricorda che negli anni Cinquanta i giudici minorili svizzeri avevano aperto un dibattito sull’alto numero di reati compiuti da minori italiani “Ci si chiese allora, si legge nel documento,  se non vi fosse una propensione culturale della popolazione italiana al furto. Una idea avvalorata da molta letteratura europea.” Il dibattito si spense appena la popolazione italiana acquisì un migliore status sociale, aprendo negozi e ristoranti e i reati diminuirono, ma gli stessi sospetti si appuntarono subito sui nuovi venuti, portoghesi, poi jugoslavi, infine turchi.
Non sappiamo se i Romeni, rom e non,  arriveranno a migliorare il loro status sociale in Italia, che oggi è spesso marginale, o se, come si ventila, saranno cacciati prima. In quest’ultima ipotesi, non ci resta da chiederci chi saranno i loro successori.
Possiamo anche chiederci cos’aveva  fatto l’Italia davanti all’arrivo, previsto, di migliaia di zingari romeni dopo il 1 gennaio 2007. Come si è saputo dopo i colloqui italo-romeni seguito all’omicidio Mailat, l’Italia non aveva nemmeno chiesto all’Europa le sovvenzioni che questa mette a disposizione degli stati nazionali per l’assistenza agli zingari. Sei mesi dopo, da quanto si apprende, il Comune di Genova pensa ancora di provvedere ad alloggiare i rom romeni del territorio con i fondi europei assegnati … alla Romania. È toccato alla sottosegretaria romena Dana Varga, di etnia rom lei stessa, ricordare alle autorità della Liguria che esistono fondi europei a disposizione dell’Italia per questo scopo.
Per equità dobbiamo anche ricordare che, prima che arrivi il decreto anti-rom, i diritti elementari degli zingari romeni sono già stati violati più volte in Italia. Tra il 2007 e il 2008, a Roma e a Milano e, temo, anche in altre civilissime città italiane, sono state messe in azione le ruspe per distruggere i campi dei rom. A Milano gli zingari, dopo lo sgombero del campo della Bovisasca, sono stati inseguiti e dispersi, e così temo in altre città. Se non fosse stato per la protesta dell’Arcivescovo di Milano, il Cardinal Tettamanzi, la notizia non sarebbe uscita dalle pagine locali dei giornali.
Saremo dunque noi, italiani europei del XXI secolo, i primi a perseguitare un popolo che vive tra di noi da almeno da sei secoli? Certo, i primi del nuovo secolo, non i primi in assoluto, visto che la Germania nazista, nel 1933, li ha privati di tutti i diritti, poi li ha avviati ai forni crematori, dove ne sono scomparsi, pare, cinquecentomila.
Rom, nella lingua indoeuropea degli zingari, vuol dire “uomo”. Ricordate le parole di Primo Levi? “Se questo è un uomo…”
Lorenzo Renzi
postato da: mics alle ore 23:34 | link | commenti (3)
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18/05/2008

Occhiali


Le regole (ovvero Questioni di stile) è una rubrichina di  Internazionale

Questa settimana (n.743 - 9/15 maggio 208)  "Occhiali da vista"

1) La parte superiore della montatura deve essere allineata alle sopracciglia
2) Se hai pochi soldi da spendere, evita i negozi di ottica in franchising. Meglio i mercatini vintage o le vendite di beneficenza
3) A un appuntamento metti le lenti a contatto
4) Lascia eprdere i modelli alla John Lennon, le lenti fotosensibili e gli occhiali di 'design'
5) Sembrerai più intelligente solo se lo sei già

L'altra rubrica imperdibile è L'oroscopo di Rob Breszny
postato da: mics alle ore 22:37 | link | commenti (2)
categorie: giornali, poetiche, chiusure cognitive, fatti di mics
10/05/2008

Homo faber

Venerdì 15 sarò qui, a questa conferenza-spettacolo di Duccio Canestrini

Homo faber evolution | 15/05/2008 20:30 |
La passione della tecnologia

Conferenza spettacolo. Sala polifunzionale Trentino Sviluppo (dietro la stazione ferroviaria), Via F. Zeni 8, Rovereto (Trento) 15 maggio 2008 ore 20:30. Ingresso libero



postato da: mics alle ore 11:28 | link | commenti (1)
categorie: letteratura, poetiche, macchina ideale, fatti di mics
06/05/2008

SCUOLA MODELLO

Notizie sparse dalla newsletter dell'Adi - Associazione docenti italiani

Rapporto sull’immigrazione in Italia

Il 29 aprile 2008 il ministro Amato ha presentato il primo Rapporto sull’immigrazione in Italia. Il primo dato che si desume dal Rapporto del ministero degli interni è che la popolazione straniera residente in Italia, nonostante il continuo incremento, rimane percentualmente fra le più basse d’Europa, attestandosi al 5%,contro ad esempio il 20,2 della Svizzera. L’88% dei cittadini stranieri è concentrato nel Centro-Nord, di questi ¼ si trova in Lombardia, seguita da Veneto, Lazio ed Emilia Romagna.
Questi dati non si discostano da quelli pubblicati dal MPI nell’ottobre 2007. Nell’a.s. 2006-2007 nelle scuole italiane il 5,6% degli alunni risultava straniero, mentre dieci anni fa (1997/98) era lo 0,8%. Negli ultimi anni gran parte della crescita si è concentrata sull'istruzione secondaria di secondo grado (102.829 alunni, di cui circa l'80% in istituti tecnici e professionali).

Su 100 alunni non italiani 90 frequentano le scuole del Centro-Nord e solo 10 quelle del Mezzogiorno. Nelle scuole italiane, sono presenti 192 nazioni, di cui quelle maggiormente rappresentate sono l'Albania (15,5%), la Romania (13,6%) ed il Marocco (13,5%). Da questi tre Paesi proviene il 42,6% di tutti gli alunni stranieri.


Robert Paul, La Finlande: un modèle éducatif pour la France? Les secrets d'une réussite

Il sistema educativo finlandese è da tempo oggetto di enorme attenzione. I risultati eccellenti ottenuti da questo paese in tutte le indagini PISA hanno alimentato in molti il desiderio di scoprirne i segreti e possibilmente importarli. Altri, al contrario, insistono sull’impossibilità di trasferire un tale modello. Paul Robert in un’opera che si legge come un romanzo, ma che è al tempo stesso un lavoro inedito di analisi, fornisce informazioni indispensabili per comprendere la scuola finlandese e insieme poter distinguere ciò che è legato alla specifica situazione nazionale da ciò a cui tutti, in qualsiasi paese, possono aspirare.
Nel raccontare la sua scoperta del sistema educativo finlandese, l’autore afferma che la prima cosa che l’ha colpito è il fatto che tutto il sistema è concepito per eliminare qualsiasi fattore di stress e mettere gli alunni nelle condizioni ottimali per riuscire.
I giovani finlandesi ignorano completamente cosa sia la selezione prima dei sedici anni, fino a quell’età infatti non vengono assegnati voti. Nel momento in cui compaiono i voti, viene considerato normale dare la possibilità allo studente di scegliere una parte del proprio curricolo e ripetere le prove che non ha superato.
Sostiene Robert Paul che la domanda che, involontariamente, la Finlandia ci pone, non ha nulla a che vedere con la sua geografia o la sua storia, attiene al modello di scuola. Ebbene anche la Finlandia ha conosciuto un modello di scuola autoritario che non dà fiducia ai giovani, che è distaccata dalla loro vita reale e che esalta la severità. Ma l’ha da tempo abbandonato. Noi invece, dice Robert Paul, a quel modello ritorniamo costantemente.
Conclude l’autore: ciò che fa la differenza tra la Francia e la Finlandia non è la distanza in chilometri, ma gli anni persi. Forse si può dire lo stesso dell'Italia.

postato da: mics alle ore 22:46 | link | commenti (1)
categorie: scuola, poetiche, fatti di mics
18/04/2008

EFFETTO FARFALLA O GABBIANO + BRADBURY

È morto ieri all’età di 90 anni Edward Lorenz, uno dei fondatori della meteorologia moderna e della teoria del caos, autore del famoso effetto farfalla, che fu presentato nel 1963 in uno scritto per la New York Academy of Sciences (E. N. Lorenz, Deterministic Nonperiodic Flow, J. Atmos. Sci. 20, (1963), 130).
"Un meteorologo fece notare che se le teorie erano corrette, un battito delle ali di un gabbiano sarebbe stato sufficiente ad alterare il corso del clima per sempre" questo scriveva Lorenz nell’articolo originale. Il gabbiano si è poi successivamente trasformato in una farfalla il cui battito di ali a New York sarebbe in grado di provocare un uragano a Tokyo. La farfalla non solo è più poetica del gabbiano e il battito delle sue ali più lieve, ma la forma di questo insetto ad ali spiegate è molto simile al diagramma generato dall’attrattore di Lorenz.
L’attrattore di Lorenz è una figura matematica tridimensionale che descrive il comportamento di fenomeni dinamici caotici. Molti sistemi complessi, e l’atmosfera terrestre rientra senz’altro in questa categoria, sono molto sensibili alle condizioni iniziali, e la loro evoluzione nel tempo è molto difficile...

continua su Ulisse



Comunque l'idea era di Ray Bradbury in un suo racconto, A sound of thunder, in italiano Rumore di tuono



(mi risulta che sia disponibile nella raccolta Il grande mondo laggiù della Mondadori, che però è difficilmente reperibile)


postato da: mics alle ore 20:39 | link | commenti (1)
categorie: miti, poetiche
14/04/2008

NELKEN

Qualche tempo fa un giornale online ha fatto un breve sondaggio sulle migliori scene di danza del cinema - fra tutte quante avrei scelto Tony Manero in Saturday night fever - non tanto per la qualità della cosa (sebbene John Travolta obiettivamente come ballerino vada benone) quanto per ragioni sentimentali.
Infatti ho trascorso l'estate del 1978 (quattordicenne) a spellarmi le mani facendo lo sguattero nella cucina di un grande ristorante al lido di Pomposa. In paese c'era il cinema all'aperto che riproponeva lo stesso programma di 5 film ogni dieci giorni due giorni alla volta, seguendo il flusso dei turisti. Così il Tony Manero l'ho visto dodici volte. Si entrava gratis, mangiati vivi dalle zanzare.
(Nell'intervallo del lavoro giocavo ossessivamente contro il muro nel tennis del campeggio a cui era collegato il ristorante, e ho sviluppato una battuta e un dritto lungolinea che ho molto sfruttato una volta tornato a casa) (colonna sonora dell'estate Nata sotto il segno dei pesci di Venditti e - giuro - No di Gianni Bella)

Ma a parte canzonette da discoteca anni Settanta - chi è nato dopo non sa cosa s'è perduto.... - e i film con le colonne sonore dei Bee Gees, volevo dire qualcosa di più serio, anche se dopo queste righe è molto difficile.

Ma in questi giorni mi tocca sempre parlare d'altro, prima di arrivare al dunque, non so cos'è.

Per tornare alla danza, insomma.
Quella vera.
Uno degli spettacoli di danza, anzi di teatro-danza più entusiasmanti che ho visto è stato Nelken di Pina Bausch. Nelken significa "tulipani" e a un certo punto il palcoscenico ne è coperto.



Ecco. Non ho mai desiderato essere Tony Manero, né uno dei Bee Gees. Gianni Bella, poi - va bene scherzare, però... Jimmy Connors sì, lo ammetto.
Però vorrei essere capace o esserlo stato di esprimermi come Dominique Mercy in questo pezzo capolavoro della danza moderna.

postato da: mics alle ore 22:48 | link | commenti (4)
categorie: miti, poetiche, chiusure cognitive, fatti di mics
05/04/2008

CONSIGLI PER GLI ACQUISTI

Acquisti in libreria, ieri.




e c'è anche una bella trasmissione podcast

e
Casi critici di Alfonso Berardinelli

e
Le parole dell'incanto. Esplorazioni dell'iconismo linguistico di Fernando Dogana



E questa è invece una cosa che vorrei
t900 Fahrradmanufaktur



così come gran parte delle cose elencate tra questi classici del design

Non si compra, si visita e si legge: blog di Mestiere di scrivere


postato da: mics alle ore 11:16 | link | commenti
categorie: libri
04/04/2008

... questo è lo scarto di una serie di tentativi preparati per una rivista ...

      Mise en abîme di Michele Strogoff 

      “ Dopo aver letto Cattedrale ho provato voglia di essere cieco.

      Come quando si ha voglia di essere miserabili dopo aver letto Céline”.

      Sandro Veronesi 

      Devo il mio nome di battesimo a mio trisnonno materno, Michele Strogoff. Lo accecarono accostandogli agli occhi una spada incandescente, secondo il feroce rito tartaro; ma, come succede nei romanzi, la devota Nadia lo accompagnava e vedeva per lui. E vagò nella steppa con una benda sugli occhi e la nostalgia d’amore come una specie di aureola.

      Mia madre porta il nome di sua nonna, la figlia di Michele Strogoff, messaggero dello Zar. Il nome di mia madre era Aureola Strogoff. Possiedo una sua fotografia in cui tiene in mano una fotografia in cui lei giovane tiene in mano una fotografia del trisnonno Michele. Tutti hanno gli occhi bendati.

      Quando ho letto quel racconto di Raymond Carver intitolato Cattedrale, in cui una coppia invita a cena un amico cieco, ho pensato per l’ennesina volta al trisnonno e a nonna Aureola, alle nostre bende sugli occhi che sono una tradizione di famiglia, alla nostra nostalgia dell’amore e dell’avventura, al difetto che ha la nostra vista quando la recuperiamo provvisoriamente.  A mio biscugino Michel Le Rue, l’ultimo guardiano del faro Ar-Pen al largo della Bretagna, prima dell’illuminazione automatizzata. Conosceva la luce nonostante la cecità parziale permanente e quella totale intermittente.

      Quando ci vediamo, noi di famiglia, comunque manteniamo la cecità periferica, non cogliamo la visione con la coda dell’occhio, chissà che cosa ci perdiamo. Questo non possiamo farcelo raccontare, nessuno ci riesce adeguatamente e nessuno lo reputa importante.

      I suoi occhi  erano  d'un  azzurro  cupo,  con  lo  sguardo diritto,  franco, inalterabile,  e brillavano sotto un'arcata i cui muscoli sopraciliari, un po' contratti,  dimostravano grande coraggio,  quel "coraggio senza collera degli eroi",  secondo l'espressione  dei  fisiologi.  Il  naso pronunciato,  dalle  narici  larghe,  sovrastava una bocca simmetrica, dalle labbra un poco sporgenti, proprie di un essere generoso e buono. Michele Strogoff aveva il temperamento dell'uomo  deciso,  che  prende rapidamente la sua   risoluzione,   che  non  si  rode  le  unghie nell'incertezza.

      Non si deve commettere l’errore di immedesimarsi nei personaggi dei romanzi. Sono figure che si muovono nell’area laterale della vista; sono inganni, fantasmi, ombre di animali di cui tratteniamo la memoria del timore degli antenati ancestrali. Precipitati di immaginazione, anti-vita, troppo partecipi della trama per tentare di decifrarla. Il bovarismo è come il vizio di rosicchiarsi le unghie, significa restare nell’incertezza dell’infanzia.

      Invece non siamo tanto quello che immaginiamo di essere quanto quello che nostra madre ha creato.

      Michele Strogoff fu allora condotto davanti all'emiro,  e là rimase in piedi, senza abbassare gli occhi.

      - Fronte a terra!  -  gridò Ivan Ogareff.

      - No!  -  rispose Michele Strogoff.

      - Scacciate quella donna!  -  disse Ivan Ogareff.

      Due soldati respinsero Marfa Strogoff. Ella indietreggiò, ma rimase in piedi, a qualche passo da suo figlio.

      Comparve l'aguzzino.  Questa volta teneva  la  sciabola  sguainata in mano, e quella sciabola era incandescente,  perché era stata ritirata allora dal braciere dove ardevano i carboni profumati.

      Michele Strogoff sarebbe stato accecato secondo  il  costume  tartaro, con una lama incandescente, passata davanti agli occhi!

      Michele Strogoff non tentò di opporre resistenza. Per i suoi occhi non esisteva  più nulla all'infuori di sua madre,  ch'egli divorava con lo sguardo! Tutta la sua vita era in quell'ultima immagine! Marfa Strogoff,  con gli occhi smisuratamente spalancati,  le  braccia tese verso di lui, lo guardava!...

      La lama incandescente passò davanti agli occhi di Michele Strogoff.

      Risuonò un grido disperato. La vecchia Marfa cadde svenuta al suolo!

      Michele Strogoff era cieco. 

      Vediamo quello che gli occhi di Nadia vedono e sappiamo sempre un po’ di più di quello che ci raccontano coloro che vedono meglio con gli occhi. La nostra storia è fatta di racconti e di fotografie che contengono altre fotografie. 

      Questo si tramanda nella nostra famiglia di bendati, fin dal trisnonno Michele Strogoff, corriere dello Zar, cresciuto fra le province di Omsk e Tobolsk, autore del famoso viaggio fra Mosca e Irkutsk, bendato e aureolato di nostalgia d’amore.

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categorie: libri, letteratura, miti, scrittura
30/03/2008

GIOCO DELLE BOCCE

Ho fatto il politometro della Repubblica online.
Vabbè, da ragazzo idealista una volta ho votato Partito repubblicano italiano, quando esisteva (Pri), e da moderato anche socialdemocratico, quando esisteva (Psdi). Dopo il liceo non ho mai pescato più a destra del Pci, poi del Pds, poi dei Ds, poi dell'Ulivo, con ampie escursioni dall'altra parte, in area verde-rossa.
Ma il politometro della Repubblica online mi mette anche oltre Bertinotti. Non lo sapevo nemmeno io.


Poi ci provo anche con "tu dove sei" e mi fa piacere essere così lontano dall'Udc, ma non credevo di essere più vicino alla Destra che a quelli di Casini (oddio, fra gli uni e gli altri...).
Speravo di essere molto più lontano dal Partito del Bene comune, sinceramente.
Sembra lo schema di una partita a bocce.



Ho provato a fare il questionario votando per l'esatto contrario di quello che penso: è venuto fuori questo: un iperconservatore molto più a destra di una guardia vaticana (anche se distante, il partito più vicino sarebbe l'Udc...)

Comunque, loro mi danno tutte queste mappe. Mi dicono "tu sei qui".
Io so solo che ieri pomeriggio sono riuscito a girare mezz'ora a Reggio Emilia per arrivare al cinema Cristallo dove ero già stato due volte, a prendere la direzione Milano per andare a Modena, e invece dovevo prendere per Bologna (Giovanni ostiava sia perché perdevamo mezz'ora, sia perché alla radio la telecronaca della partita raccontava il gol di Totti); a Modena a fare il giro della città una volta e mezza per raggiungere il Foro Boario che dicono essere uno dei posti più semplici da raggiungere nel  mondo (esci dalla tangenziale al n.10 e poi vai dritto, è lì davanti).
Quindi, diciamocelo, se non lo so nemmeno io esattamente dove sono...
E poi nel 2008 è più difficile votare che nel 1982, anno delle mie prime votazioni.

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categorie: poetiche, chiusure cognitive, fatti di mics
25/03/2008

DA MOSCA A IRKUTSK - Nostalgia di avventura

Da Mosca a Irkutsk - Michele Strogoff I suoi occhi erano d'un azzurro cupo, con lo sguardo diritto, franco, inalterabile, e brillavano sotto un'arcata i cui muscoli sopraciliari un po' contratti, dimostravano grande coraggio, quel "coraggio senza collera degli eroi", secondo l'espressione dei fisiologi. Il naso pronunciato, dalle narici larghe, sovrastava una bocca simmetrica, dalle labbra un poco sporgenti, proprie di un essere generoso e buono. Michele Strogoff aveva il temperamento dell'uomo deciso, che prende rapidamente la sua risoluzione, che non si rode le unghie nell'incertezza. Là, in mezzo alle steppe selvagge delle province di Omsk e di Tobolsk, il valente cacciatore siberiano aveva educato suo figlio Michele «alla vita dura», secondo l'espressione popolare. La distanza che Michele Strogoff doveva percorrere da Mosca a Irkutsk era di cinquemiladuecento verste, cioè 5523 chilometri. Quando la linea telegrafica non era ancora tesa tra i monti Urali e la frontiera orientale della Siberia, il servizio dei dispacci veniva effettuato per mezzo di corrieri. I corrieri più rapidi impiegavano diciotto giorni per recarsi da Mosca a Irkutsk. Vicino a lui, la zingara Sangarre, donna sui trent'anni, di pelle scura, alta, ben piantata, occhi stupendi, capelli dorati, manteneva un contegno altero. Lo sguardo di Michele Strogoff penetrò come un pugnale nel cuore del siberiano, ma gli occhi del mastro di posta non si abbassarono. - Ti permetti di giudicarmi? - disse Michele Strogoff. - Sì - disse il siberiano - perché ci sono delle cose che neppure un semplice mercante riceve senza restituire! - I colpi di frusta? - I colpi di frusta, giovanotto! Ho l'età e la forza per dirtelo! Michele Strogoff si avvicinò al mastro di posta e gli posò due mani poderose sulle spalle. Poi, con voce stranamente calma: - Vattene, amico - gli disse - vattene! Ti farei del male! Michele Strogoff aveva ragione di temere qualche cattivo incontro in quelle pianure che si estendevano al di là della Baraba. I campi, calpestati dagli zoccoli dei cavalli, lasciavano scorgere che i Tartari vi erano passati, e di questi barbari si poteva dire ciò che fu detto dei Turchi: "Dove passa il Turco, non cresce più erba!". Michele Strogoff doveva dunque prendere le più minuziose precauzioni attraversando questa contrada. Colonne di fumo che si innalzavano all'orizzonte indicavano che i borghi e i casolari bruciavano ancora. Ma questi incendi erano stati forse appiccati dall'avanguardia, oppure dall'esercito dell'emiro già avanzato fino agli estremi confini della provincia? Feofar Khan si trovava di persona nel governatorato del Jeniseisk? Michele Strogoff non lo sapeva, e non poteva decidere niente prima di essere certo a questo riguardo. Il paese sarà dunque talmente spopolato da non trovare più un solo siberiano al quale chiedere informazioni? Michele Strogoff percorse dieci verste sulla strada completamente deserta. Cercava con lo sguardo, a destra e a sinistra, qualche casa che non fosse abbandonata. Tutte quelle che vide erano vuote. Però una capanna, che scorse tra gli alberi, fumava ancora. Quando si avvicinò, a qualche passo dai resti dell'abitazione, vide un vecchio circondato da bambini che piangevano. Ivan Ogareff smontò da cavallo, entrò, e si trovò di fronte all'emiro. Feofar Khan era un uomo sulla quarantina, alto di statura, col viso molto pallido, gli occhi cattivi, l'aspetto feroce. La barba nera e ricciuta scendeva sul petto. Nella sua uniforme da guerra, cotta a maglie d'oro e d'argento, cinturone scintillante di pietre preziose, fodero della sciabola curvo come un "yatagan" e tempestato di gemme preziose, stivali muniti di speroni d'oro, elmo ornato da una corona di diamanti dalle mille sfaccettature, Feofar presentava l'aspetto più esotico che imponente, di un Sardanapàlo tartaro. Michele Strogoff fu allora condotto davanti all'emiro, e là rimase in piedi, senza abbassare gli occhi. - Fronte a terra! - gridò Ivan Ogareff. - No! - rispose Michele Strogoff. - Scacciate quella donna! - disse Ivan Ogareff. Due soldati respinsero Marfa Strogoff. Ella indietreggiò, ma rimase in piedi, a qualche passo da suo figlio. Comparve l'aguzzino. Questa volta teneva la sciabola sguainata in mano, e quella sciabola era incandescente, perché era stata ritirata allora dal braciere dove ardevano i carboni profumati. Michele Strogoff sarebbe stato accecato secondo il costume tartaro, con una lama incandescente, passata davanti agli occhi! Michele Strogoff non tentò di opporre resistenza. Per i suoi occhi non esisteva più nulla all'infuori di sua madre, ch'egli divorava con lo sguardo! Tutta la sua vita era in quell'ultima immagine! Marfa Strogoff, con gli occhi smisuratamente spalancati, le braccia tese verso di lui, lo guardava!... La lama incandescente passò davanti agli occhi di Michele Strogoff. Risuonò un grido disperato. La vecchia Marfa cadde svenuta al suolo! Michele Strogoff era cieco. Al loro arrivo, Michele Strogoff non si mosse. Alcide Jolivet guardò la fanciulla. - Egli non vi vede, signori - disse Nadia. - I Tartari gli hanno bruciato gli occhi. Il mio povero fratello è cieco. Un vivo sentimento di pietà si dipinse sul volto di Alcide Jolivet e del suo compagno. Un istante dopo, seduti accanto a Michele Strogoff, ambedue gli stringevano la mano e aspettavano che parlasse. - Signori, - disse Michele Strogoff a voce bassa - voi non dovete sapere chi sono io, né cosa sono venuto a fare in Siberia. Vi chiedo di rispettare il mio segreto. Me lo promettete?
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categorie: miti, poetiche, chiusure cognitive, fatti di mics
18/03/2008

FOROTTERO

Quando vado a fare gli esami della vista mi sembra di essere dentro un cartone animato.

Prendi il forottero. Gli occhi fanno l'altalena. Il topografo corneale, sembra Alice nel paese delle meraviglie. Il proiettore e la lampada a fessura, non so perché ma penso ai romanzi di Steinbeck (sarà la casetta in mezzo al prato verde).













Miopia: cocciutaggine, pigrizia, chiusura mentale, introversione. Stato di semichoc dovuto al trauma conseguente a uno sguardo di odio o di rabbia della madre.

Ma chi se ne importa. L'ultimo oculista mi fa: lei è perfetto per l'operazione al laser. No, grazie, mi tengo il mio mondo sfumato, la mia cocciutaggine, i miei cartoni animati quando vado ai controlli.
Chi mi ridarebbe la mia regressione infantile di giocare con il forottero?
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categorie: poetiche, chiusure cognitive, fatti di mics
15/03/2008

PAROLE - ACCENTI

Gioco.

Si dice                                     

io abrògo
amàca
baùle
bolscevìco
callìfugo, febbrìfugo
io centellìno
cosmopolìta
io devìo, egli devìa
edìle (eppure TUTTI i periti e i geometri che sento parlare dicono èdile)
elèttrodo
èureka
Friùli (infatti viene da Forum Iuli)
ìlare
ìmpari
l'incàvo
leccornìa
mollìca
Nùoro
persuadère
rubrìca
seròtino
tèrmite
zaffìro (e il vento è invece lo zèffiro)


e ci sarebbe da aggiungere alla lista di Trifone (pg. 195)

lùbrico
aprìco
salùbre
regìme ( e non règime)


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