FIABE SONORE
A mille ce n’è
Nel mio cuore di fiabe da narrar.
C’è, nei pressi della città di T***, un paesino piccolo piccolo appeso alla montagna, che si chiama Magagna. I suoi abitanti vanno e vengono con una funivia. Le due cabine si incrociano ogni ora proprio sopra il fiume largo e placido che scorre nella valle.
…vieni vieni ti prego vieni, ma quando arrivi, dimmelo per piacere, quando arrivi… una volta, dai una volta sola, vieni cinque minuti prima, cosa ti costa solo per questa volta, giuro che se arrivi cinque minuti prima dell’appuntamento non te lo chiederò mai più, mai mai mai più…
Venite con me,
nel mio mondo fatato per sognar…
…te lo ricordi amore mio, te lo ricordi quando eravamo qui sul lungofiume, era uno dei primi giorni che stavamo insieme, cacchio che freddo che era anche quella volta, però l’autunno era spettacolare, no?, che spettacolo noi due persi dentro quelle tinte così calde, desideravo che le foglie ci coprissero come delle coperte e che finalmente anche quelle mani che mi frugavano così fredde potessero volare libere sulla mia pelle, amore mio amore mio, e abbiamo visto passare le cabine della funivia tre volte prima che mi alzassi dalla panchina per non perdere l’ultima corsa… dovevamo studiare, che il giorno dopo chi li sentiva a scuola… dai vieni, amore, muoviti che è ora…
Non serve l’ombrello,
il cappottino rosso o la cartella bella
per venire con me…
… dai che fa freddo, amore, arrivi o no… con quella macchina che c’hai, poi... dai amore, che dobbiamo parlare… non è che mi va bene proprio tutto di come stanno le cose, sai… non volevo dirtelo, poi ti arrabbi, però io sento il bisogno di dirtelo… no, non va bene proprio, così… dai, che sei in ritardo di dieci minuti, cacchio, col freddo che c’è…
Basta un po’ di fantasia e di bontà.
… comunque non cambi proprio mai… una volta che fossi arrivato in tempo, tu… eh, già, ma che t’importa a te degli altri… dai che sono le cinque e mezza, qui ormai è quasi buio e in mezzo a sto traffico lercio, schifoso, stronzissimo… te lo voglio dire, sì, e comincio da questa domenica, mi hai parcheggiata insieme a quei due della quarta c che mi stanno proprio qui e quante volte te l’ho detto… e ti avevo detto anche di non fumare, no… e invece poi quando sei tornato hai anche voluto fare l’amore… io vorrei anche parlare qualche volta, ma se fumi mi arrivi lì che non capisci niente… poi non ti si drizza nemmeno… comunque il massimo è stato quando ti sei alzato dal divanoletto e hai detto che c’era novantesimo minuto… dai muoviti Andrea, cazzo, mi lasci qui in mezzo a sta strada così, sei in ritardo di mezz’ora, fra un po’ mi tocca prendere la funivia per tornare su…
Finisce così
Questa favola breve e se ne va…
… nemmeno i tuoi amici mi vanno giù, per dirla tutta, sapete parlare solo di moto e di calcio, ma non vi dite mai niente, che ne so, delle vostre vite, dei vostri sentimenti… vabbè, sentimenti, quella gente lì… i sentimenti ce li hanno nelle scarpe firmate e in quei maglioncini da fighetti che gli compra la mamma… dai, cretino, che fra dieci minuti parte l’ultima corsa della funivia e sto congelando… cazzo Andrea ma io c’ho freddo dentro, Andrea… che razza di bastardo, tu con quella stronzissima golf venite o non venite?… sei un bastardo, se penso alle domeniche che mi fai passare con quei quattro deficienti che sproloquiano di vestiti e macchine e fanno sfide interminabili alla playstation fumati come delle scimmie, sei un bastardo un bastardo, poi alle sei a casa che c’è novantesimo minuto e alla sera si guarda controcampo… controcampo, ma ti pare, cazzo, Andrea, la prima volta che abbiamo fatto l’amore c’era la tv accesa con controcampo… bastardo, sei un bastardo, non sai cosa ti stai rovinando… bastardo bastardo bastardo dove sei, dove sei adesso, Andrea, cazzo, Andrea…. che ne sai tu di cosa significa amare, tu con quei quattro scemi dei tuoi amici voi non sapete che cos’è l’amore…
…Andrea Andrea, dai dimmi che arrivi almeno adesso, all’ultimo momento, dai che così non salgo su questa stronzissima funivia, dai che mi accompagni a casa… ho anche perso tutto questo tempo che domani c’abbiamo il tema… vabbè, poi te lo passo, l’ho fatto sempre… dai vieni amore vieni… se cadesse sta funivia di merda, lì in mezzo BAM le due cabine si scontrano BAAAAM passa un aereo e ci investe… sei un bastardo un bastardo un bastardo.. che ne sai tu dell’amore… bastardo bastardo drogato del cazzo ma guarda con chi mi devo andare a sporcare tu e quelle manacce e quel coso mezzo secco sempre in mezzo… dai vieni, forse vedo la macchina mentre arriva… Andrea Andrea, bastardo, possibile che ti ami così tanto…quanto ti amo quanto ti amo…
Ma aspettate e un’altra ne avrete.
“C’era una volta…” il cantafiabe dirà
e un’altra favola comincerà!
NOTIZIE DAL PROFONDO NORD
Cedo lo spazio al vostro nuovo corrispondente dal profondo nord, Franz Joseph Tschurtschenthaler.
Habbiamo skrutinat mezze skede delle fotazione provinziali di Trento: zentrum-sinistr 62 pro zent e zentro destr 31 pro zent.
Profinzia di Bozen ca. 60 pro zent della Suedtiroler Volkspartei con inkrement di Freiheitlichen (l'extrema destr autonomist) e dei Verdi-Gruene.
I partiti di gofern dell'Italien hanno prezo una grosse batosten.
Questo non è Boris, questo è Mics.
MISE EN ABIME
In questa fotografia
Mia madre
Tiene in mano
Una fotografia
Che la ritrae
Quand’era più giovane
Ha diciott’anni
Nella foto piccola
Calza degli zoccoli di legno
Immersi nella riva forse dell’Adige
O forse del lago di Cei
È il 1954
Ha sessantasette anni
nella foto grande
È il 2003
Il sorriso è uguale
Mia madre ha sempre sorriso
E nessuna poesia
Può esprimere
Abbastanza gratitudine
Ognuno può controllare
Nella foto piccola
Mia madre è bella
Di una bellezza che non è solo di altri tempi
Quando tutto era più giovane
Anche il lago o il fiume
Controllate pure
Quant’è bella mia madre
C’è il sole
In entrambe le fotografie
Tutt’e due le donne sorridono
Come in quel primo ricordo
Che ho stampato dietro gli occhi
- e non è una fotografia -
Di lei
Che sorride
Da lontano
Sul balcone
Di casa
Nel sole esploso
Tra i gerani
È il 1966
Vado all’asilo
Lei mi saluta da lassù
E io so
Che per quanto mi allontani
Non c’è niente
Di così forte
Che mi faccia perdere
Basta che mi volti indietro
C’è mia madre
Che sorride
Nel sole
Tenendo in mano
Una fotografia
Di lei stessa
Da giovane
Andate tutti,
Andate da mia madre
Renza R.
Quella che abita in via Prato 60
Andate a dirglielo
Che senza il suo sorriso
Tutto è buio
Andate in fretta
La trovate subito
Nella casa rossa
A tre piani
Cercate il balcone
Verso via Telani
C’è lei che vi saluta
Ed è come una salvezza.
Da giorni i lavoratori, hanno incrociato le braccia e i lavori per la costruzione dei templi di Tebe, sono bloccati. Reclamano la loro paga che da alcuni mesi non viene corrisposta. Hanno fame e l'introduzione della nuova moneta "EuroRames" ha dato il colpo di grazia perché ha fatto impennare i prezzi di grano, pesci, e legumi. Rivendicano il riconoscimento dei lavori faticosi ed usuranti: provate a sollevare pietre pesantissime, sotto il sole del deserto, senza gli unguenti necessari che non vengono più concessi dal governo del Faraone.BORIS 3
NON VORREI CREPARE
Non vorrei crepare
prima di aver visto
i cani neri del Messico
che dormono senza sognare
le scimmie dal culo nudo
che divorano pistilli
i ragni d’argento
nei nidi pieni di bolle
non vorrei crepare
senza sapere se la luna
sotto la sua falsa faccia della medaglia
ha una parte a punta
se il sole è freddo
se le quattro stagioni
davvero sono solo quattro
senza aver provato
a portare una gonna
sui grandi boulevard
senza aver guardato
in un tombino della fogna
senza aver messo il pisello
in qualche angoletto bizzarro
non vorrei finire
senza conoscere la lebbra
o le sette malattie
che si beccano là sotto
il bene e il male
non mi darebbero pena
se se se sapessi
di avere la precedenza
e c’è anche
tutto quel che so
tutto quel che apprezzo
che so che mi piace
il fondo verde del mare
dove girano di valzer i fili delle alghe
sulla sabbia ondulata
la paglia in fumo di giugno
la terra che si screpola
l’odore delle conifere
e i baci di quella là
quella che qui che là
la bella che voilà
il mio Orsacchiotto, l’Ursulà
non vorrei crepare
prima di aver consumato
la sua bocca con la mia bocca
il suo corpo con le mie mani
il resto con i miei occhi
non dico altro si deve
avere un po’ di rispetto
non vorrei morire
senza che nessuno abbia inventato
le rose eterne
la giornata di due ore
il mare in montagna
la montagna al mare
la fine del dolore
i giornali a colori
tutti i bambini contenti
e ancora tanti trucchi
che dormono dentro i crani
dei geniali ingegneri
dei giardinieri gioviali
dei soci socialisti
degli urbani urbanisti
e dei pensierosi pensatori
tante cose da vedere
da vedere e da intendere
tanto tempo da attendere
a cercare dentro il nero
e io io vedo la fine
che si spiccia e arriva
con la sua gola mocciosa
e che mi apre le braccia
di rana sciancata
Non vorrei crepare
nossignore nossignora
prima d’aver assaggiato
il gusto che mi tormenta
il gusto che è il più forte
non vorrei crepare
prima d’aver gustato
ARCADIA 2
Sei senza contraddizioni? Sei senza futuro. Un metodico disordine è spesso il modo migliore per affrontare le cose che ti si parano davanti.
I pomeriggi sono diversi. Tutte le giornate sono diverse, però le mattine tendono a ripetersi con qualche costante, la costante dei pomeriggi è di essere diversi. Mi piacerebbe seguire le raccomandazioni dei meccanici che hanno fatto da maestri alla mia infanzia, nei dopolavoro: spezza in due la giornata, almeno un quarto d'ora dopo pranzo dormilo. Mio zio camionista fermava il camion alle una e un quarto e si faceva una pennichella. Va detto che da noi sulle Alpi la nanna postprandiale la fanno in tanti ma la confessano in pochi. Quando posso, allora, gliela mollo, la nanna. Mi attacco alla tetta dei sogni e mi rigenero. Credo che sia questo, in fondo, più che stanchezza fisica: repulsione all'ineluttabile e rigida realtà che dura davanti agli occhi per più di dieci-dodici ore. Necessità di staccare, perché credo a tutto quello che non vedo, stento a credere a quello che vedo, e alla lunga stanca.Cose che faccio di solito al pomeriggio, non tutte insieme, alcune però sì: studiare, correggere compiti, andare al cine, prendere le bimbe all'asilo, andare al parco, portare la Sofia in biblioteca (libroteca, dice lei: io le faccio notare che una parola composta mezza latino e mezzo greco non si deve dirla, però lei capisce così, e pensa che sia io a sbagliare quando dico biblioteca) (non è vero, questa me la sono inventata, non le do mica ste spiegazioni normative, parli bene come vuole), passeggiare in città tutti e quattro, passeggiare nel bosco tutti e quattro (al lago, lungo l'Adige), andare a un corso d'aggiornamento, partecipare a un dipartimento, fare un consiglio di classe, prendere parte a un collegio docenti, fare udienze, tenere corsi di recupero, tenere corsi di aggiornamento, fare corsi di approfondimento, preparare merenda. E anche dell'altro, comunque. Sono diversi i pomeriggi, tutti. Della mia classe delle elementari sono l'unico che ha studiato oltre il liceo, uno dei sette che ha fatto qualcosa dopo le medie. Del mio anno (erano anni di boom, eravamo tantissimi, le partite di calcio si facevano a turni, sennò tutti non giocavano) nel mio quartiere sono l'unico laureato, in me si agita il meccanico che non sono diventato. I bambini crescono bene, rubano sempre ma non tradiscono mai...
BORIS 2
Boris Vian, da Cantilene in gelatina. Ehi, è inedito in Italia, questa è una chicca. Tradotto da Mics.
PRECISAZIONI SULLA VITA
Ai miei bimbi
La vita consiste in diverse cose
In un certo senso, non c’è da discutere
Ma si può sempre cambiare senso
Perché nulla è interessante quanto una discussione.
La vita è bella ed è grande.
Ciò comporta delle fasi alterne
Tanto regolari da avere del prodigioso
Perché una fase segue sempre un’altra
La vita è interessantissima.
Va e viene… come le zebre.
Può succedere di morire
- Vabbè, potrebbe non essere male.
Tuttavia, non è che cambi molto:
La vita consiste in diverse cose
E per certi versi in altre,
Dipende da altri fenomeni
Ancora poco studiati e malconosciuti
Sui quali non ritorneremo più.
9 febbraio 1948
BORIS
Boris Vian, da Non vorrei crepare, tradotto da mics
SE I POETI FOSSERO MENO STUPIDI
Se i poeti fossero meno stupidi
e se fossero meno poltroni
tutti quanti sarebbero felici
loro potrebbero occuparsi in pace
delle loro sofferenze letterarie
costruirebbero case gialle
con davanti grandi giardini
e alberi pieni d’uccellini
di zuflauti e augiglini
di cinciarle e verdi-via
di pennici, di piapicchi
e corbacci tutti rossi
che direbbero la buona novella
l’acqua sarebbe tutta di getto
con illuminazioni dentro
ci sarebbero duecento pesci
dai topi d’acqua ai crostasci
dal testonno alla libellula
dall’orfia alla passera curule
e dalla pecchia d’acqua al canisio
ci sarebbe un’aria tutta nuova
profumata di fragranza di foglie
si mangerebbe quando se ne ha voglia
e si lavorerebbe senza fretta
per costruire scale
di forme mai viste
con legno venato di malva
lisce come lei sotto le dita
ma i poeti sono proprio stupidi
scrivono tanto per cominciare
invece di mettersi a lavorare
e gli vengono rimorsi
che si tengono fino alla morte
raggianti per aver tanto sofferto
li si compensa con gran discorsi
e li si dimentica dopo un giorno
ma se fossero meno pigri
li si dimenticherebbe anche dopo due.
CREPUSCOLI
Potrei scrivere “Il canto del barbone”
o “L’armonia del reietto”
ma è meglio di no,
sono solo un professore
di scuola superiore
che da ragazzo
voleva diventare
un cantautore,
ero corrotto da canzoni pop
troppo sentimentali
e troppo poco ironiche.
Cantare molto
anche a livello professionale
può far venire un polipo
alla gola
- più precisamente alle corde vocali -
ci si guadagna
un timbro caldo e roco,
ma non dura.
Una volta ho letto
per una notte intera
le poesie di guidogozzano
finché hanno cantato degli usignoli
all’alba.
Era giugno,
da allora
non sono più tornato a dormire.
È anche questa una malattia.
Forse mi piacerebbe
essere un reietto
ma temo
sia solo per diletto,
voler fingere
di essere quello che non sono,
un ribelle un barbone
ma mi sa
che è una posa.
Un maledetto, ecco,
un angelo in esilio,
un veggente.
Tolgo gli occhiali,
non vedo niente.
Qualche volta
durante il giorno
leggo due righe o vedo una cosa
non me ne libero
e poi la sogno,
la sogno e per questo sono, penso.
ARCADIA
Io sarei uno che lo metti lì in una primavera tiepida su un colle fra le acacie ed è capace di stare PER SEMPRE a fantasticare. Oppure posi una barchetta sul lago, le dai una spintarella, io mi metto giù e un po' dormo un po' sogno cullato dallo sciabordio.
Mi alzo prestissimo, certe volte ho l'accortezza di essermi fatto la barba alla sera in bagnetto, per non svegliare il resto della famiglia. Giù il caffè consolatore, prendi la bimba da portare all'asilo, caricala sulla bicicletta insieme ad un'enorme borsa di cuoio molto poco professionale nel senso "Ecco passa il professore" e molto più studente o postino, ho questo vizio di portarmi dietro tutti i libri della mattinata e qualche volta di dimenticarmi dentro anche quelli del giorno prima e pacchi di temi vecchi di mesi, circolari schiacciate e bur scoloriti. Bacino, e poi il tragitto asilo-scuola con la sigaretta, spesso l'unica della giornata, un relitto dei tempi in cui fumavo di più. L'aria che taglia è in questi giorni quella che chiama l'inverno, mi vesto con la lana grossa che mi protegge alle sette e mezza, poi però la pago con le gran sudate al ritorno, a mezzogiorno e mezzo. Scuola: "Ragazzi, ma voi chi vi ha ridotto così, possibile che neanche un'ipotesi riuscite a fare, neanche un pochino, eppure la domanda non era difficile..." - "Prof, non siamo ancora arrivati all' Ortis, abbiamo appena fatto i sonetti..." "Ah, sì? 'Spetta valà, che ve lo spiego io allora che cosa intendevo...". Ogni tanto mi intruppo in biblioteca e apro le enciclopedie a caso, così per il piacere. E giù programmazioni, registri, timeplane dei moduli, griglie di valutazione, la collega di greco che deve fare lo spettacolo di fine anno e vuole che le trovi i testi sul viaggio nel Seicento, possibilmente brani significativi in chiave di cultura europea. Prima ora: Luigi Pulci. Seconda ora: Orazio. Terza ora: dal latino all'italiano. Quarta ora buca vado a prendere un panino al bar e sogno il romanzo che non scrivo. Quinta ora Foscolo. Me mi pagano per parlare di poesia, è un privilegio, penso. Esco da scuola sulla bicicletta, ormai è come un cavallo, la strada la sa bene, passa sugli stessi cubetti di porfido del selciato, sugli stessi sassi che ammorbidiscono il colpo del bordo del marciapiede nei tratti che devo fare contromano. Passo a prendere la piccola dalla Tagesmutter. A casa: mangiamo in fretta e se ci riusciamo ci scambiamo quattro parole. Belle parole, però, nella cucina calda, mentre la piccola dorme e viene su il caffè e intanto sparecchio e tolgo le briciole dalla tovaglia. (continua)
FORMATO
Ti incontro lo scrittore di successo, sabato pomeriggio, uno pubblicato da Mondadori, di quelli che le tirature le contano a decine di migliaia a romanzo. Lui è una cara persona, però quando gli ho mandato il mio di romanzo non mi ha risposto neanche un baf. Ho pensato che fosse perché non gli era piaciuto e c'è questa cosa dell'eleganza dello scrittore affermato che quando una cosa non gli piace o gli è indifferente non è che te lo viene a dire. Tace, e basta. Così gli avevo dato anche un certo pregio, quasi quasi mi veniva a piacere di più anche come persona, oltre che come romanziere - sì, perché è bravo, sul serio. Dunque, sabato lo incontro in una libreria. Mi fa "Ma com'è che il tuo libro è sugli scaffali e il mio no?". Glisso. E' uno scandalo in effetti. "Cos'è che stai scrivendo?" mi dice. Io penso che questa non è una domanda che ci si fa, fra scrittori. "Ma - devio - in realtà è un casino farsi pubblicare dai grossi, ci si sbatte la capa di continuo". Lui mi dice due o tre cose. Poi prende il mano il mio di libro e fa: "Il mio prossimo esce a marzo, però a Mondadori sono riuscito a farmi mettere nella Piccola Biblioteca, perché è un racconto lungo e nei formati più grandi non andava bene" E poi arriva al mio: "Vedi, tu, con la scrittura già complessa che hai, che richiedi una certa partecipazione del lettore, con queste centosettanta pagine, l'editore ti ha fatto questo formato così grande, arrivi in fondo alla pagina che non hai più fiato...ci voleva una dimensione più agile, un carattere più leggibile...". Ostia, allora è per il formato grande che il mio libro non ha venduto così tanto...
ED IO TRA DI VOI
Il pianista canta questa canzone. La canta sempre puntuale, a mezzanotte. I compagni della band lo sanno, diventano un po’ più seri, si muovono un po’ più lenti, guardano un po’ più lontano. Il pianista lascia scorrere le note sulla tastiera, Antonio alla batteria posa le spazzole sulle cosce prima di accarezzare i piatti e i tamburi, china leggermente la testa. Anche la gente sente che sta per venire qualcosa di speciale.
L’ha incontrata tanto tempo fa, questa canzone. Il pianista era un ragazzino che aveva terminato la seconda media e non sapeva cosa fare dei suoi giorni d’estate. Si stava rosicchiando le unghie annodato a una poltroncina di ferro cromato e plastica, sulla veranda del dopolavoro, nel suo quartiere non ancora città e non più campagna, in un angolo d’ombra rapito al luglio pieno di sole. Era mezzogiorno, tra poco sarebbe tornato a casa, la zia lo aspettava. Un attacco di pianoforte lento è partito dal juke box, all’interno del dopolavoro, l’esordio della canzone pareva non terminare più e una voce intensa
lui di nascosto
osserva te
tu sei nervosa
vicino a me
ha iniziato un racconto di sguardi rapidi, di superiore consapevolezza
lui accarezza
lo sguardo tuo
tu ti abbandoni
al gioco suo
triste sì, ma lui era fuori al sole e la noia dei dodici anni non è tristezza
ed io tra di voi
se non parlo mai
ho visto già tutto quanto
un valzerino, ecco cos’è, nella palude del tradimento la preveggenza di chi non parla
ed io tra di voi
capisco che ormai
ma nel ragazzino c’era l’amore, questo l’aveva capito bene
la fine di tutto è qui
nello spigolo d’ombra rubato all’estate il ragazzino sentiva che l’inizio, tutti gli inizi che il suo amore era, corrispondevano perfettamente alla fine di ogni cosa.
Lei: Patrizia. Irraggiungibile. La legge del quartiere era ferrea, le ragazze sono preda di uomini di due, tre, quattro anni più vecchi. E Patrizia per di più aveva già concluso le medie. Lavorava. Faceva la barista. Nel dopolavoro. La pagava il sindacato.