LE COSE
Esercizio zen.
Guardare bene la scena che abbiamo sotto gli occhi, immaginando di essere in un giardino; imprimersi bene tutte le cose, appropriarsene, introiettarle.
Chiudere gli occhi e eliminarne una alla volta.
Finché si trova il vuoto.
IL CIELO E' SEMPRE PIU' BLU
Ero immerso nella lettura di un saggio di esegesi della Divina Commedia. Alla radio qualcuno diceva: «… si pagano dei diritti di segreteria solo per l’aspetto materiale…». Alla tv qualcuno diceva: «’antusccini Sapori, veri tos’ani».
Dante e le figure del vero. «O voi ch'avete li 'ntelletti sani, mirate la dottrina che s'asconde sotto 'l velame de li versi strani» (Inf. IX, 61-63).
… mio fratello è figlio unico perché è convinto che Chinaglia non può passare al Frosinone, perché è convinto che nell’amaro benedettino non sta il segreto della felicità, perché è convinto che anche chi legge Freud può vivere cent’anni, perché è convinto che esistono ancora gli sfruttati malpagati e frustrati…
«È sempre più difficile darsi un contegno professionale» diceva la radio. C’è questa città di Dite, insomma, la città dolente, con le mura roventi, circondata da una palude che manda un gran puzzo e Virgilio gli dice che a questo punto occorre tirare fuori le unghie e gli inganni, se si vuole passare, non c’è niente da fare; poi Virgilio dice anche dell’altro che Dante non si ricorda. Infatti è tutto attratto da dei movimenti in cima a una torre: di colpo si drizzano tre furie infernali tutte lorde di sangue, con dei vestiti fatti di bisce d’acqua verdissime, al posto dei capelli serpenti e vipere con le corna. Guardale, dice Virgilio, sono Megera quella a sinistra e poi a destra Aletto e Ctesifonte in mezzo; non riesce a dire di più, ha fifa anche lui. Quelle tre si fendono il petto con le unghie, si battono con le palme e urlano così forte che Dante si stringe a Virgilio. Aspettiamo che venga Medusa, urlano le tre, così lo facciamo di smalto questo qua. Virgilio allora dice: attento, che Medusa è così forte che non c’è niente da fare, appena la vedi resti di sasso e non torni più indietro, chiuditi gli occhi con una mano, anzi, guarda, ti ci metto anche la mia. «Versa l’equivalente di 2 cucchiai di Nesquik Syrup in una tazza di latte (250 ml) caldo o freddo».
… ma il cielo è sempre più blu…
E poi questo sforzo di ricordare. Eppure, mi dico, talvolta ho dei ricordi nebulosi che mi hanno accompagnato come dei cari fantasmi. Ad esempio quel bimbo del cartone animato, quello con il testone tondo del film che ho visto intorno ai dieci anni, una domenica pomeriggio a casa di Fabio. Il bimbo era stato esiliato dagli altri abitanti che avevano la testa punta. Si chiamava Oblio, o forse era un soprannome, un senhal. Mi accompagna e suscita in me entusiasmo e repulsione. Era inverno, quel pomeriggio, perché il pomeriggio finiva presto e calava la sera che ancora mangiavamo noccioline americane; ma forse era perché casa di Fabio era al piano terra e andava via prima il sole. O è il bianco e nero del film che si sovrappone.
… chi vive in baracca, chi suda il salario, chi ama l’amore, chi i sogni di gloria, chi ruba pensioni, chi ha scarsa memoria…
DOV'E' L'USCITA
Dov'è l'uscita? chiede uno che non è della città alla guardiana impellicciata. Lei lo guarda dall'alto in basso e sbraita Ce ne sono quante ne vuoi, ma non potrai accedere a nessuna.
Ma - urla - c'è una porticina, là subito dietro l'angolo del corridoio. Però nessuno sa dove conduca.
Ci sono uomini donne bambini seduti lungo i muri, e un sussurro incessante. Qualcuno si alza e si accendono zuffe furibonde con bastoni sassi coltelli. Grida roche, sbattere di pugni e stridore. I più quieti sono i bambini, sono coraggiosi e pazienti.
Ad accostare un orecchio alle porte ne vengono fuori discorsi e lezioni che evidentemente durano da mesi, forse da anni, o forse da sempre, forse per sempre.
Gli altoparlanti diffondono le "Variazioni Goldberg".
Alcune porte sono dipinte di blu.
I muri sono di un rosa arido.
L'odore di varechina.
Portano via qualcuno su una barella da infermieri, penzola una mano fuori da un lenzuolo beige, fa ciao.
Poi l'uomo che non è della città ha svoltato l'angolo, senza sapere che cosa lo aspetta. Ci sono un corridoio lungo, altri angoli, delle scale. Rimane qualche minuto davanti alla porta indicata dalla guardiana. La osserva bene, gli pare che gli infonda qualche speranza.
Non è l'uscita. Si siede anche lui ai piedi del muro, insieme agli altri.
NAPOLI
Sono tornato a Napoli. Ho preso l’autobus fuori dalla stazione per salire al Vomero. Mi sono seduto sui sobbalzi, accanto al vetro punteggiato di pioggia e macchie di polvere. Tu dimmi quando, quando è stato il giorno che io e te aspettavamo alla fermata nel piazzale, dimmi quando, quando mi hai spedito l’ultima tua lettera, l’ultimo fumetto, quelle carte di cioccolatini, le bustine del tè. Dimmi, Susy, come potrei rivederti adesso. Penso che se mi avanza qualche ora prendo la funicolare e salgo a Fuorigrotta, mi apposto sotto casa tua. Forse abiti ancora là. Se vedo uscire qualcuno a volo dal cancello, sollevarsi sopra le macchine che ingombrano la strada cieca, se vedo le ali, sei tu, ti riconosco anche dopo tutti questi anni.
Lungo corso Umberto I i clacson mi risvegliano dai miei mezzi sogni, dal quasi niente in cui sono scivolato. Non riconosco granché di quei nostri giorni, è passato troppo tempo, quello che siamo stati si è rappreso in una serie di momenti che stanno altrove: nella casa di Acropoli, tra le rovine di Paestum, a Portici, nella sera del lungomare di Mergellina, nel mare invernale che ci stampavamo negli occhi passando in vespa a Posillipo. (Ce lo saremmo detti poi, quasi insieme, sovrapponendo le nostre frasi, che quel mare, in quel momento… non avevamo più parole).
Salgo in casa che mi tremano le ginocchia, qui sì ho ricominciato a riconoscere la spalliera di ferro del giardino, l’odore delle fritture nel vano delle scale, il ronzio dei meccanismi dell’ascensore, i grandi portici dell’entrata condominiale attraversati dalle urla di qualche bambino che corre in bicicletta. Dico sempre questa cosa, che nessuno capisce mai, per me è importante e per nessun altro no e figurati, è il ricordo di qualcosa che ho letto in qualcuno dei miei libri, che malattia, eh? Che l’accento dei dialetti del nord è assertivo, definitivo, senza revoche mentre il fluire delle parole del sud è una domanda, un canto aperto alle possibilità. Gadda, non ricordo dove, forse nel Pasticciaccio, o nella Cognizione. Zia mi ha lasciato qualcosa di pronto in un piatto sul tavolo: sollevo il piattino rovesciato che custodisce le pietanze e sorrido su questi friarielli così commoventi.
Tu dimmi quando, quando, Antonio, siamo andati a prendere i fumetti nuovi di Moebius e le storie di Manara a Fuorigrotta. Non c’era tempo che passava: parlavamo parlavamo senza sosta. Nel paese dove abitavi dopo il tramonto sciamavano i cani randagi. Ho imparato a farli deviare guardandoli fissi negli occhi, e tu sai quanta paura avevo dei cani, allora. Sono perfino riuscito a rientrare a casa tua da solo, una sera, in mezzo a queste bestie che vagavano per le strade infangate. Ne ho uno di fronte, adesso, di quei fumetti di Moebius, e riassaporo le salsicce e i friarielli come in quei giorni.
Ecco, ho finito di sognare. Sono a Trento. Sono arrivato a scuola. Da casa ci metto cinque minuti in bici, nel gelo delle sette e mezzo.
(Una versione con immagini su http://web.infinito.it/utenti/m/mruele/scrivere/altriracconti/Napoli.htm )
PAROLE PAROLE PAROLE
I ragazzi tendono a usare e soprattutto a scrivere queste parole-contenitore del tipo "società" che significa volta per volta comunità, cultura, civiltà, immaginario, relazioni etc. Mi batto quotidianamente contro i termini generici, le espressioni dall'alone confuso, per un uso consapevole delle parole, mi sento un po' come Nanni Moretti che schiaffeggia la giornalista che usa la parola trend e urla che le parole bisogna usarle bene... c'è una moralità profonda nel buon uso delle parole...
In seconda B stiamo facendo un modulo storico-culturale sull'Umanesimo e sul Rinascimento (ci infilo alla grande Aretino e l'Hypnerotomachia Poliphili e Teofilo Folengo, Erasmo e l'Utopia, mica solo le solite grandi glorie, troppo facile) e siccome dobbiamo introdurre il Rinascimento, do un'occhiata sul loro libro di testo alle pagine di contestualizzazione storica, così per farmi un'idea. Prime righe: Se osserviamo la dinamica storica dell'Europa moderna non più dal punto di vista, tipicamente medievale, di un Mediterraneo diviso fra civiltà cristiana e civiltà islamica, ci rendiamo conto di essere all'origine del più straordinario fenomeno della civilizzazione umana. Gli europei conquistano e sottomettono gli spazi di un nuovo continente, l'America. E anche le aree costiere dell'Africa e dell'Asia vengono esplorate da navigatori e commericanti, e poi da soldati e missionari.
... il più straordinario fenomeno della civilizzazione umana... civilizzazione umana... straordinario fenomeno... gli europei conquistano... umana... civilizzazione... civilizzazione... civilizzazione... conquistano... il più straordinario fenomeno... civilizzazione umana... Ma si dicono così queste cose? Non capisco bene se è presa di campo ideologica (e allora andrebbe anche bene, tutto è lecito) o se si tratta di sciatteria., di parole buttate lì. Credo che sia sciatteria. Colpevolissima. Su un libro di letteratura serio, curato da uno dei più grandi luminari. Si chiamano genocidio, pirateria, schiavismo, rapina, massacro, razzia, razzismo, invasione queste cose, non il più straordinario fenomeno della civilizzazione umana.
Leggevamo per diletto le ottave dell'Orlando innamorato. Qui, gli dicevo, vedete, si stanno corteggiando sti due, siamo ai primi approcci, non è che subito arrivino al dunque, prima servono le parole, si seducono con le rime petrarchesche, che sono innocue, no... poi quando capiranno che possono spingersi un po' più in là vedrete che le stilizzazioni e le astrazioni finiscono... io già mi gustavo la grazia di quei baci che mi ricordavo nelle ottave successive... e invece, volto la pagina e il brano antologizzato è finito... proprio sul più bello... mi spiace ragazzi, dico, qui il censore ha sfumato, sono rimasti solo i sospiri e le astrazioni... Angelo, vai in biblioteca a prendere l'originale, che ci leggiamo anche il resto, dai...
- Prof, lei cosa dice, lo lasciamo il crocefisso sopra la lavagna o proviamo a tirarlo via a vedere cosa dice la preside? - - Lascialo lascialo, e poi c'abbiamo la Batul col velo a pareggiare i conti. Se poi ci metti anche la bandiera della pace che avete attaccato sull'armadio mi pare che siamo a posto -
ARCADIA 3
Fra i due e i cinque anni ho abitato con certi cugini alla lontana di mia mamma. La porta di casa dava direttamente sulla strada, anzi una stradina in discesa dal culmine cieco, ci si accedeva scendendo delle scale. Si scendeva, letteralmente, da via santa Maria nella zona popolare ai margini del quartiere delle Maioliche.
A capofitto sulla slitta. In fondo c’è una curva, oltre la quale il mondo si fa nella mia mente più sfumato e più sconosciuto. C’è un confine laggiù. Non andare oltre la curva, dice la zia Andreina, “…senò te porta via i zìngheni”. Gli altri bambini sono più grandi, faccio fatica a farmi accettare, sono già solitario, non ho mai capito se è stata una scelta o una necessità. Fanno la gara chi è che riesce a far venire fuori le slinze – le scintille – dai pattini di metallo contro i sassi che avanzano su dalla neve.
Tre scalini, un corridoio lungo e dritto, con le stanze ai lati. Fa un freddo cane, soprattutto in bagno. C’è mio cugino Ermanno, che fa lo stesso lavoro di suo papà, il camionista, si strofina il collo con l’asciugamano, in mutande, ha vent’anni, io batto i denti e lui mi guarda e canta: “Ma chi se ne importa se adesso il mio cuore si spezza”. Le z di sispezza sono due ss pastose e io vedo questo core sispessarsi che è una cosa come colare dallo stato solido a quello liquido dentro un’urna di ghiaccio. “Te séi romantico ti?” gli chiedo. “Cossa?” fa lui, e ride.
Al fondo delle scale c’è un angolo fra due case in cui hanno ricavato un vano per fare una cantina all’interno. Io sono lì che gioco con le mie macchinette e mia cugina Palmira mi fa ”Guarda che c’è l’inferno in quel’angolo”. Non ci bado però poi mi tengo alla larga. La Palmira fa la parrucchiera, è bella.
Vado all’asilo delle suore. Non sono capace di allacciarmi le scarpe, mentre certi altri bambini, certi fighetti e certe bambine viziate che guardo con un misto fra disprezzo e invidia, hanno le pantofole con i bottoncini automatici. Niente sforzi, così, troppo facile. Li osservo infilare le loro pantofoline di feltro rosse e fissarle con un clic. Una volta le suore, perché sono lento a fare il fiocco, mi mettono un guanto nero alla mano destra, per un giorno intero. Però gli altri bambini non ci badano. Comunque le suore mi hanno insegnato anche certe buone maniere, come girarsi se ti soffi il naso col fazzoletto, e a non fare rumore.
La porta di casa fa un cigolio. Io sono sul camion con mio zio Eustachio e mentre lui fa una curva io sento il cigolio della porta. “L’hai sentito?” gli faccio. “Cossa?” dice lui. È un uomo allampanato, gentile, ha certe scarpe lunghissime e quando cammina lascia nella sabbia delle peste con le punte in fuori. Alza delle pietre grandi come me. “Il rumore dela porta di nostra casa, l’hai sentito?”. “No” dice. Ci penso, se era proprio vero o se mi sono inventato tutto. “Per te può darsi che un rumore che succede lontano noi lo sentiamo?” gli chiedo. “No” dice lui. Dopo guardo fuori le campagne inghiottite nel sole e nell’odore di nafta e mi sembra che mi addormento sui sedili di pelle color nocciola. Questo camion che portiamo la gèra su per le curve si chiama Il Leoncino.
CHIARO DI LUNA
Serenata per un satellite
MUSICA NUOVA
C’è un uomo tu luna che guarda in ciel
la luna che fai?
Non mi ha mai tradito, mai
la luna
densa e come sta in ciel
come sta la luna
grave
profumo densa egra ve
lalu na che fa
di luna
o tentazione
o lirica
tu luna
se è nero suoni nero
se bianco suoni vero
chiara e fresca
no
luna no
suite di ghiaccio
minu
minuetto
tu parodia di te
e senza vento
densa e grave
si potrebbe girare il tutto
e fare l’opposto
scegliendo al momento
ma hai barato per troppo tempo
luna
le istruzioni sono complicatissime
su tastiera muta
punti di lu
di luce luna
il caso
miope frammenti insignificanti
un uomo miope, con gli occhiali
C’è un uomo in ciel tu che guarda
che fai nebbia luna?
10 agosto 2001