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27/12/2003

VIA INFERNO Alle 23...

VIA INFERNO

Alle 23.15, all'inizio di viale Mazzini, alla fermata prima dei viali, mentre tornavo verso il centro di Bologna, apro le porte centrali e Bad smonta. Mi chiamo Michele, faccio l'autista, mi capitano spesso le corse notturne del 61. A Bad ho indirizzato alcuni sorrisi per rinfrancarlo, perché era strano stasera, si era seduto sui sedili alti, quelli sopra le ruote e lo vedevo biascicare qualcosa. Ho fissato per un bel po' il suo riflesso nello specchio retrovisore e ho letto sul labiale: "I fantasmi, i fantasmi".

Siccome io ci credo nei fantasmi mi sono voltato e ne ho visto uno in fondo all'autobus. Allora ho sorriso a Bad e l'ho liberato.

Si fa così: ci sono alcune fermate segrete che sappiamo solo noi autisti più esperti, dove scendono i fantasmi. Per questo certe volte l'autobus si ferma più del dovuto in certe soste insensate. A quelle fermate i fantasmi scendono, devono scendere. Il problema è capire quando i fantasmi salgono sugli autobus. Perché nello specchio retrovisore non appaiono. Però li vedi negli sguardi sfatti di certi passeggeri, nelle loro preoccupazioni.

Perciò ho fermato l'autobus in corrispondenza dell'Hotel Blumen - lì e nei giardinetti dietro c'è pieno di fantasmi - e quello in fondo è dovuto scendere. Poi ho sorriso di nuovo a Bad e l'ho visto un po' meglio, è sceso più leggero. Ovviamente non sa niente di quello che è successo.

Appena lui è sceso ho preso via Santo Stefano. Il mezzo era vuoto. Io stasera finivo il turno presto. In via Rizzoli ho lasciato l'autobus all'autista successivo, uno che non conoscevo. "Fermate supplementari stasera" gli ho detto, che è una frase in codice fra noi autisti più esperti per avvertirci che è notte di fantasmi. Casomai il collega sia uno di quelli che sa. Poi i fantasmi in sé non fanno niente, stanno solo lì; ma per i passeggeri che li vedono sono dolori grossi, di solito, o perlomeno un surplus di malinconia che si può cercare di mandare via.

I fantasmi vengono nelle sere limpide, nelle notti con la luna, nei tempi di chiaroscuri.

Tornando a casa - abito lì vicino, c'è una via che ha un nome strano, via dell'Inferno; prima di venire qua ho abitato anche in via del Sole e in via Senzanome - incrocio uno intabarrato che mi fa: "Ha del fuoco?", sembrava una scena d'altri tempi. Indossava un tabarro e teneva una bici di quelle di decine di anni fa. Allunga verso di me il muso con la cicca: io gliela accendo con lo zippo e sento questa puzza di zolfo strana. "Auguri" mi dice, non so come prenderla.

Ma sono già distratto da un mucchio di roba poggiata per terra proprio davanti alla porta di casa. Cos'è, penso, un ubriaco... Ma si alza e tira giù il cappuccio che lo copre.

Giuro che è vero, era  Ligabue. Ligabue, il cantante. Mi fa: "Senti, faccio una vita che non mi piace più. Ho ottenuto - e non chiedermi come - di poterla cambiare con quella di un altro". Vola via un piccione da sotto la gronda, grosso, gli brillano le penne contro i riflessi della luna. La gatta nera della mia vicina, infreddolita, corre da una parte all'altra del vicolo pancia a terra. Dalla finestra di sopra viene il riflesso azzurrino della tv, il rumore di una sparatoria. "Voglio una vita media, una vita da autista, abbiamo scelto te. Facciamo cambio, dai".

Io gli dico che a me la mia va bene così.

Mi chiedo se lui sa qualcosa dei fantasmi. "E con le fermate supplementari, come fai?" gli dico. Lui mi guarda interrogativo. Fa: "Si impara abbastanza presto, no, quello che deve fare un autista... Te poi nei miei panni non avrai problemi, il mio socio ti spiegherà tutto all'inizio, poi al momento giusto sparirà e tutto resterà così per sempre".

"Ma perché dovrei cambiare?" dico.

"Successo, donne, viaggi, ti puoi permettere quello che vuoi. A me non piace più, però so che agli altri..."

Io infilo la mano nella giacca, vicino allo zippo, e gli sparo.

 

 

postato da: mics alle ore 22:17 | link | commenti (17)
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23/12/2003

PRIMA DELLE VACANZE ...

PRIMA DELLE VACANZE Ecco qua, un altro ultimo giorno di scuola prima delle vacanze. Stamattina ho terminato. In terza erano alle prese con una "simulazione della terza prova" per l'esame di stato (si chiama così la "maturità" moderna). Mi hanno consegnato il saggio sul romanzo dell'Ottocento che gli avevo dato un mese fa. Gliene ho dato un altro da fare durante le vacanze: l'argomento "tedio e malinconia da Orazio a Baudelaire" non è forse dei più natalizi; però gli ho risparmiato altri lavori su Leopardi che gli volevo assegnare: all'ultimo momento ho pensato ai pomeriggi delle feste e non ho avuto cuore. Ai ragazzi di prima invece ho dato da studiare l'epica medievale: mi devono fare un'intervista immaginaria a Orlando. Poi abbiamo messo in parallelo i capitoli del paese dei balocchi di "Pinocchio" con alcuni passi dell'Inferno di Dante e delle "Metamorfosi" di Ovidio, Apuleio, Kafka e se li devono rivedere durante le vacanze. Quelli di seconda lavorano su Machiavelli, che c'è sempre da imparare da quel diavolo. E io? Ho una pila di dieci libri ma soprattutto qualche decina di migliaia di baci che mi aspettano. Uno anche per voi, amici blogger.
postato da: mics alle ore 11:16 | link | commenti (8)
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21/12/2003

DA GIOVANE   ...

DA GIOVANE

 

Com’ero da giovane.

Non mi ricordo niente, solo tanti libri e tante ragazze.

Ero incerto, non sapevo decidere. Non tanto sulle cose grosse, quanto sui fatti quotidiani, che alla lunga comunque pesano.

Ci tenevo tanto ai capelli, li pettinavo, me li tagliavo da me, li tenevo lunghi, mi lusingavo se mi facevano dei complimenti. Erano uno dei punti di forza con le ragazze.

Ero serio. Però la maggior degli altri mi vedeva all’inizio come uno fatuo.

Pensavo poco al futuro; cioè, ci pensavo tanto, ma non veramente, era un pensiero più sentimentale che pragmatico.

Ho amato come un dongiovanni – amarle tutte con l’illusione di amarne solo una. E poi amori esclusivi, senza relativizzare, romantici, compensatori. Niente da rimpiangere, però tutto sempre un po’ troppo, sempre un po’ oltre. D’altra parte, meglio fare e rimpiangere che non fare e rimpiangere.

Da giovane ho scialato il mio tempo.

Libri, tanti libri; e disdegno per i miei coetanei, ammirazione per chi sa trovare la cosa giusta da fare nel momento, con una predilezione per chi veniva dalle classi popolari.

Ho avuto la tendenza a stabilire amicizie strane, con chi fosse più malleabile di me oppure al contrario con chi fosse molto più forte. Pochi coetanei. Ho dovuto arrivare oltre i vent’anni per stabilizzarmi, per essere più in equilibrio. Mi sono poi scoperto fedele agli amori più veri, per un certo tempo ho creduto in una teoria fondata sulla qualità dei sentimenti, oggi sono meno radicale ma ci credo ancora. L’amore fedele è immortale.

Ero (sono, sono) un provinciale, non un cittadino. Uno dell’era agricola, non industriale.

Le città che mi hanno cresciuto sono Rovereto, due capitali diversissime fra loro come Bologna e Napoli, in mezzo l’odiatamata Rimini. Sono stato insieme a napoletani, emiliani, romagnoli, pugliesi, trentini, bavaresi, lombardi. Sono stato (sono) un local più che un global.

In chi mi sono identificato? In Telemaco, quando sogna sulla spiaggia le avventure del padre e ne spera il ritorno, anzi di più spera di poterlo scoprire: del padre c’è sempre stato con lui tutto tranne il suo corpo, la sua presenza; e allora decide di partire, di andare ad ascoltare le storie che lo riguardano, per trovare la verità

Non ho mai sopportato, da giovane – neanche oggi – quelli che non sanno crescere.

Non ricordo nulla della mia giovinezza, solo tanti libri e tante ragazze, ero incerto, non sapevo decidere, non tanto sulle questioni importanti…

 

Non ho mai tradito la mia giovinezza

Non devo provare la mia innocenza

Sono colpevole d’aver nutrito

L’amore e altre deviazioni

Come la malinconia

Come la nostalgia

Ivano Fossati

postato da: mics alle ore 14:11 | link | commenti (10)
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18/12/2003

NUMERI Dunque, inse...

NUMERI

Dunque, insegno da dodici anni. Metti circa 50 studenti per anno. Ognuno di loro 8 prove scritte di italiano all'anno (i vecchi "temi", capito?). Sono circa 400 all'anno.

In tutto, 400x12 = 4800 compiti all'anno.

Mi prendono circa venti minuti ciascuno, per la valutazione (direi che approssimo il tempo dedicato per difetto). 20minuti x 4800 = 96mila minuti

96mila minuti sono1600 ore.

In giorni di 24 ore si tratta di 66 giorni filati.

In giorni lavorativi (7 ore) si tratta di 228 giornate di lavoro.

Ho fatto 3948 giornate di lavoro. Di esse, 228 con la penna rossa in mano.

E solo per i compiti di italiano.

Poi ci sono stati i compiti di latino e tutto il resto delle correzioni di ogni pagina che tutti questi 600 studenti circa hanno scritto.

Grosso modo, perciò, circa i 228 di prima più il doppio. Cioè 684 giornate di lavoro (quasi il 20 per cento del tempo del mio lavoro) a leggere e chiosare, valutare, verificare, correggere, lodare, vituperare, godere, maledire quello che hanno scritto loro.

E io ancora qui a scrivere e leggere blog.

 

postato da: mics alle ore 23:28 | link | commenti (7)
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16/12/2003

PROFESSIONISTA SARA'...

PROFESSIONISTA SARA' LEI

Stamattina una collega dice che anche noi professori dovremmo imparare ad essere "un po' più professionisti".

Quando lavoravo nei giornali una volta avevano cambiato il direttore e il nuovo, che non conoscevamo, fu identificato come "un bravo professionista".

No, io no. No, grazie.

Male che vada il "professionista" è asservito. E non è degno proseguire il discorso, in questo caso.

Bene che vada il "professionista" è un abile esecutore materiale, al massimo un tecnico. "Professionista" porta con sé un che di mercenario: è uno che presta opera in cambio di denaro: senza guardare in volto nessuno. Non che non ami o non abbia principi etici: anche la battona che va con dieci durante il giorno e però le piace fare all'amore solo con il suo fidanzato (che è anche il suo pappone) li ha. Onorevolissimi. Mercenari, però. "Professionista" è uno che sa applicare le regole, che "sa fare" ma non sa a cosa serve quello che sa fare. Il "professionista" si disinteressa di quello che gli altri fanno del suo "saper fare". Il "professionista" è senza anima. Non è autonomo. E' subordinato. E' malato di cinismo. Il "professionista" umilia la creatività, omologa ogni forma di operatività.

Perciò quando facevo il giornalista dicevo a tutti che io non ero un giornalista; adesso che faccio il professore io non sono un professore.

No, grazie. No. No. Io no, grazie.

 

postato da: mics alle ore 14:58 | link | commenti (7)
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NOSTRA SIGNORA CRUDE...

NOSTRA SIGNORA CRUDELE 4

La lettura è fatta, un giorno per lasciare decantare.

Non voglio dire nulla del finale, solo che vale la pena di arrivarci.

L'esito. Do quattro possibilità, scegliete voi: 1) finale consolatorio, un po' alla Coelho, l'approdo filosofico alla saggezza e alla felicità, nel nome di un armonico anche se sofferto ritorno alla natura; 2) finale aperto, vincitori e vinti, carnefici e vittime possono abbracciarsi in nome di una superiore concordia; 3) finale intimistico, Alessandra arretra rispetto alle sue esigenze e pretese di universalità e si rifugia da colui che unico l'ha sempre amata, fedelmente; 4) finale thriller, Alessandra scopre di essere lei stessa carnefice, così si capisce finalmente da dove derivino tutti quelle insane ossessioni di caos che la incalzano.

Nessuna delle quattro è valida, ovviamente.

Tornando seri.

Mi sono rimaste alcune sensazioni, pensieri persistenti, come quando conosci qualcuno e la sua persona resta incollata alla tua vita. In particolare la sensazione di essere stato vicino all'oscuro che alberga in noi e nelle nostre azioni, comprese quelle che si riverberano nella Storia, a livello collettivo. E poi quella di aver condiviso l'avvicinamento all'eterno femminino, all'Ewigweibliche, sì qualcosa di romantico. Forse le due cose non sono estranee fra loro.

Leggete, fatevi prestare, comprate questo romanzo: nulla da invidiare a niente che stia nelle "Vele" di Fazi o nello "Stile libero" dell'Einaudi, sul serio.

 

postato da: mics alle ore 14:41 | link | commenti (3)
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14/12/2003

NOSTRA SIGNORA CRUDE...

NOSTRA SIGNORA CRUDELE 3

 

Terza fase della recensione in progress del romanzo di Paolo Galloni Nostra Signora Crudele, Lampi di stampa, 2003.

Ormai a pg. 140 circa, il romanzo ne ha 160.

 

Nei commenti alle fasi precedenti sono intervenute blogger femminili. Mi piacerebbe sapere da loro, se lo leggeranno, se davvero, come mi pare, il Galloni ha retto bene il confronto con la sensibilità femminile: Alessandra Portinari assomma certe caratteristiche che stanno a cuore all’autore, ma non è lui, forse è una parte della sua sensibilità, ma direi che è autonoma, è un personaggio libero dal suo autore (il Galloni ha lasciato vivere Alessandra, le ha dato aria e luce).

 

Alcuni di quei commenti oppongono questo “diario di lettura”/recensione alla lettura del romanzo. Mi sforzo di non rivelare troppo, di non dire nulla sulla storia – che è intrigante, come si dice, ha una bella dose di suspense.

 

La costruzione del discorso è a effetto suspense: l’intersecarsi dei piani temporali talvolta rivela azioni posteriori, talvolta svela antefatti, gioca molto con le attese del lettore.

 

Comunque, c’è qualcosa che fa spostare l’attenzione che all’inizio è tutta puntata su Alessandra verso una dimensione più universale (e viene fuori Nostra Signora Crudele, la definizione che dà della storia uno dei personaggi, un vecchio studioso che A. e Maria Vittoria incontrano a Praga, un dissidente (ex) che continua a dissidere anche dopo la “rivoluzione di velluto” dell’89). Alessandra e Maria Vittoria si mettono sulle tracce di Ljubo, un loro compagno dei tempi dell’università di cui paiono cancellate le tracce. Questa “quête”, che si sposta a Praga, rivelerà molte sorprese, è in buona parte il succo della storia. Non ne parlo di più, sennò alcune lettrici qui si lamentano che la recensione gli scombina la lettura.

 

Alessandra si riavvicina alla natura attraverso i sogni e gli incontri più o meno veri con le Donne Selvatiche. Mi mancano poche pagine, ma mi sa che questa storia di A. e del suo rapporto con uomini, sesso, natura, caos sta per arrivare a un dunque di qualche tipo. Il fatto che non riesca a prevederlo nemmeno ora può essere sufficiente testimone di quanto sia complesso tale rapporto e di come il Galloni vada avanti: accumuli materiale, pensi e ripensi ma è alla fine che tutto si ricompone in qualcosa di sensato, e allora ti dici: «Ah, è vero, non poteva che essere così, è naturale…».

 

In questo senso riconosco qui lo scrittore delle storie precedenti, in particolare del Cuore della colomba (Fara ed., 2002).

 

C’è una frase del Galloni storico che mi suona bene nella testa: la storia è fatta anche di racconti.

 

Insomma nel romanzo ci trovi anche l’89, i comunisti, i consumisti, Praga com’era e com’è, l’11 settembre, le brigate rosse… gli avvenimenti accompagnati con molta naturalezza e senso ritmico del racconto da annotazioni estremamente lucide sullaStoria e sul rapporto fra gli individui e la storia.

 

Natura, naturale; mito, mitologia. Parole chiave che hanno qualcosa a che fare anche tra loro.

 

Alessandra aveva ammesso che da quando abitava a Pruneto le capitava di sperimentare uno stato d’animo nuovo: l’appartenenza non a una cultura o a se stessa, ma a una comunità geologica e vegetale di acque, rocce e alberi, come se fosse una di loro.

 

Ljubo era un segno, l’invito a rileggere se stessa e la sua memoria come un mistero ancora da svelare.

 

Colonna sonora di queste recensioni il pianoforte di Bojan Zulfikarpasic, l’album Solobsession.

postato da: mics alle ore 22:21 | link | commenti (2)
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12/12/2003

NOSTRA SIGNORA CRUDE...

NOSTRA SIGNORA CRUDELE 2

Bene, ormai a pg. 70, quasi a metà. Questo, lettore, significa che la lettura scorre rapida: la storia si lascia leggere. Mi impressionano due cose. La casa di Pruneto e i rapporti fra le persone.

Dunque, Alessandra si rifugia in questo paese del piacentino, una zona di frontiera fra la pianura padana con i suoi miasmi estivi e il mare della Liguria, un posto che respira le presenze antiche e perdute delle leggende dei boschi,  quella di un paese (forse) investito da una frana  e scomparso, quella dei racconti della resistenza e dei vecchi. Dice che sfugge al caldo di Bologna, ma non si nasconde che si tratta di un rifugio da un amore fallito, una sorta di ritiro ascetico. La casa di Pruneto è un viluppo di ricordi e di memorie (i primi ci sono già e risorgono, le altre si affacciano dall'esterno): parlano i muri e le finestre, le cassette vhs che Alessandra si è portata per delle sue ricerche (fra di esse casualmente? ce n'è una che rianima un ricordo). Un posto dimenticato dalla civiltà, abitato da vecchi: dunque qualcosa di statico, si può pensare. No: la casa di Pruneto e tutto quello che le sta attorno sono assolutamente dinamici. Pensieri, discorsi, riflessioni, le nottate insonni, le escursioni. Insomma questa casa più che rifugio per Alessandra è: ricerca.

I rapporti fra le persone. Qui non sto a spendere troppe parole. Si sappia che affinità, incroci, incontri, permanenze, divagazioni, vagabondaggi, camminate (e ce n'è una sorta di antologia: lungo i sentieri, per le strade buie, nei viali insidiati dai cecchini durante la guerra, all'indietro con una telecamera all'occhio, nelle sentine metropolitane etc. etc.), tra persone che si conoscono, che si sono appena conosciute, di tempi diversi, di lingua diversa, di nazioni diverse etc. etc. tramano questo arazzo.

Alessandra e il sesso. Alessandra è una platonica, costretta a vivere dentro il mondo della materia. Cioè, le piace anche, però (almeno fino adesso a pg. 70, poi si vedrà come continua) si sente macchiata da sensi di colpa. Niente da fare, il suo corpo - che pure le parla, non è inerte - le dà fastidio. Gli amori vanno male, i fidanzati fanno sempre la parte dei bruti. L'unico che potrebbe andare è Pietro, che però è attratto alla grande. Lei invece starebbe con lui, ma come fratello e sorella. Insomma, un disastro. Alessandra è un po' una parte di noi, diciamocelo, anche se non ci va.

Memoria e ricordi. Ciò che siamo stati prima (così anche il mondo intero, le civiltà) convive con ciò che siamo diventati, in forme impallidite. Galloni lo dice molto meglio di così e più precisamente. Questo intersecarsi temporale è una forma musicale che costruisce il discorso del romanzo: cioè noi seguiamo un racconto che si distribuisce su piani temporali in cui prima e dopo sono dimensioni che dialogano, sono azioni reazioni retroazioni - insomma una cosa abbastanza complessa e piuttosto affascinante. L'importante è capire le cose, distinguere come si sono disposte, non importano certi inganni come la semplice dimensione prima-dopo. Insomma, complessità (la forma del caos).

Astrazioni? Mah, non direi: tutto è fondato su quei rapporti fra le persone, su storie che si affollano nelle pagine, su oggetti, situazioni.

(continua)

 

postato da: mics alle ore 23:21 | link | commenti (4)
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11/12/2003

NOSTRA SIGNORA CRUDE...

NOSTRA SIGNORA CRUDELE 1

Comincia qui una recensione in progress del romanzo di Paolo Galloni Nostra signora crudele, Lampi di stampa, 2003. Va detto: il sottoscritto ha tutti i titoli per professarsi recensore (laurea, studi, pubblicazioni, iscrizione all'albo giornalisti, qualche centinaio di recensioni pubblicate) ma qui se ne spoglia. Perché? Uno, perché il Galloni è un suo amico; due, perché nel circolo di blogger che passano da queste parti Galloni è anche un amico, più o meno virtuale, di altri; tre, perché non sto lavorando, adesso, che sono le dieci passate e per oggi ne ho avuto abbastanza. Dunque, pagina pagina che la lettura va avanti, la recensione si farà insieme al viaggio dentro Nostra signora crudele.

Alessandra, si chiama Alessandra la protagonista, Alessandra Portinari. Volete conoscerla meglio? Andate a incalzatadallautunno.splinder.it. (Non conoscete ancora Paolo Galloni? Andate a www.paologalloni.it oppure a galloblog.splinder.it). Ci sono anche delle ragioni private per cui lo scrittore le ha dato tale nome. Alessandra è incalzata dal caos: sa cos'è, lo studia (fa l'antropologa di mestiere), lo sente dentro di sé e negli strati sedimentari della sua cultura personale, familiare, generazionale etc. ma lei non lo vorrebbe, non vorrebbe che ci fosse il caos. Ma ne conosce anche il fascino (si illude di dominarlo lasciandosi un po' sedurre, pare qui all'inizio). Così incontra, un po' casualmente e un po' no (per caso, per caos) Maria Vittoria. Lettore: c' abbastanza presto del sesso, già alla terza facciata; però devi superare il capitolo 0 e qualcosa della seconda facciata in cui l'autore tratta di Caos, Voragini, Assenze, Greci antichi, poleis, mitologia etc. Il tocco di Galloni però è mitico: anche il passaggio culturale più impervio ti si spiana sotto le suole, le frasi si drizzano con una invenzione almeno ogni pagina che ti fa stupire (di' se è poco). Tipo: Aveva rischiato di avere un figlio dall'uomo sbagliato. "L'ho scampata bella". Mi sembra una bella frase: limpida, potente. Tipo: Da tempo era certa che la vita fosse, nel suo nucleo, conflitto; e che l'armonia non fosse un'esperienza primordiale da ritrovare, bensì un bisogno culturale, la massima distanza che l'umanità tentava di frapporre fra sé e la natura. Il punto d'arrivo del faticoso scavo interiore alla ricerca della saggezza era il distacco. Ecco, queste qua sono frasi che, secondo me, hanno "forza". (Ribadisco però che, ad onta di quello che quest'ultima frase dice, Alessandra è una che il caos lo teme, teme il conflitto e tende a rimuovere queste cose, c'ha una forma di ambivalenza che tenta di mascherare con saggio distacco, ma è più epicurea che stoica, lei). E poi: Chiuse gli occhi e udì, lontani, appena percettibili, passi di uomini e donne di cui non rimaneva né memoria né foto ingiallite. Così sarà di me.

Alessandra in queste prime pagine è scappata da qualcosa, a quanto pare da un amore che le ha fatto male, ed è tornata, nell'estate del 2001, nel paesino sperduto di Pruneto in Val Trebbia, nella vecchia casa dei nonni, di cui sua madre si vergogna. Si capisce che il rapporto con la madre è conflittuale. Si capisce che Alessandra ha molto bisogno degli altri. Ha trentadue anni, quando tocca decidere un sacco di cose. Con un andamento musicale, la storia guarda indietro, ai tempi dell'università, a Bologna: Alessandra incontra Maria Vittoria, una molto più spregiudicata e maliziosa di lei: sono molto diverse ma vanno vivere insieme.

C'è anche qualche passaggio che non so se mi piace. Tipo: L'interno odorava di chiuso e di polvere, sapeva di passato remoto, di cassetti segreti e bauli dimenticati in soffitta.

(continua)

postato da: mics alle ore 22:32 | link | commenti (1)
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LA VITA Tu, re, te n...

LA VITA Tu, re, te ne stavi con i tuoi ministri e i tuoi generali, con le cortigiane e i cavalieri, a decidere le sorti del tuo regno, dei tuoi sudditi e delle loro vite, organizzavi nella tua sala il sistema della tua potenza, davi forma al mondo con la tua sola stessa esistenza, con le tue parole. Fuori infuriava la tempesta, vento e pioggia mista a neve. Dentro il tepore consolatorio del fuoco, quattro capriole buone di fiamme e fumo. Nella tua sala è entrato un passero: dalla tempesta si è infilato nello spiraglio della finestra, ha passato a volo la sala, ha assaporato il caldo e poi è sparito di nuovo uscendo dall'altra parte. Ecco, è così la vita. (Più o meno così la raccontava Beda il Venerabile, medioevo profondo).
postato da: mics alle ore 10:14 | link | commenti (3)
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07/12/2003

MERCATINO   A...

MERCATINO

 

Abbiamo resistito all’assedio. È stata dura.

Speravamo nei rinforzi dei nostri amici che venivano da Mantova, con i loro bambini. Ma sono partiti da casa alle otto del mattino, alle dieci e mezza ci hanno telefonato da Verona Sud che l’autostrada era intasata e tornavano indietro. Incauti loro, a mettersi in viaggio la domenica mattina, ponte di sant’Ambrogio, d’accordo. Ma peccato, avevo preparato un posto per la macchina in cortile, gli gnocchi, i canditi, ce li siamo mangiati tutti noi. Poi ci hanno richiamato da Verona: erano in piazza Erbe, faceva quasi caldo, c’era la giostra, la città era semideserta e senza ingorghi, in pieno centro c’era la mostra mercato dei prodotti delle cooperative sociali di tutta la provincia, hanno fatto il pieno di regali spendendo poco e facendo anche un po’ di bene.

Noi alle due del pomeriggio guardavamo il tg regionale che snocciolava cifre: tremila camper e forse di più a Trento, altrettanti in Alto Adige. Centinaia di pullman a cerchio nei parcheggi periferici, come la girandola degli indiani intorno ai carri dei pionieri.

La mattina dovevo andare a ritirare un pacco in città, una cosa ingombrante, e con l’auto alle nove ho cercato un posto: è stato chiaro fin dall’inizio come si metteva, così ho optato per l’autosilo di via Petrarca, già quasi pieno. Passando per le vie ho visto gruppi e singoli, famiglie all’abbordaggio scaricate da doblò, multiple e passat targate vi an bo mn. Tristi turisti turnisti.

Non abbiamo avuto grossi problemi, ma l’assedio ce lo siamo sentiti addosso.

Ce lo sentiamo addosso quando gli assessori trionfano sulle previsioni di cinquecentomila visitatori per il mercatino di piazza Fiera. Saranno di più, alla fine, magari un milione, chissà, contenti signori assessori? Bella trovata, quella del mercatino, Trento si è inserita nella corrente vincente dei tristi turisti del brulè. Se va così bene, perché non replicarlo, magari farlo anche a giugno, che è un mese di stanca?

È così che va la politica del turismo qui? Primo: venite e spendete. Secondo: venite in tanti, che poi vi contiamo. Poche idee e semplici, come nella migliore tradizione montanara.

Li guardo da lontano, i tristi turisti: se hanno fatto tanta fatica per venire qui, se si sono svegliati alle sei per partire in tempo da Piacenza, se sopportano tutti questi spostamenti in pullman, penso che devono avere motivi profondi e minacciosi, non possono farlo per qualcosa che vada nel mio interesse. E poi mi stanno assediando, questo è innegabile: tutte le vie di accesso al luogo dove vivo sono occupate. Che cosa cercano? Guardano le vetrine dei negozi con le stesse insegne che trovano a Verona, a Brescia e a Reggio. Con gli stessi prezzi, anzi probabilmente più alti.

Vorrei fermarne uno e chiedergli se davvero – se davvero – gli dicessero: scegli se soffocarti nell’alveare di piazza Fiera domenica 7 dicembre pomeriggio o respirare liberamente a piazza Erbe deserta con la giostra in mezzo a Verona e contribuire al mantenimento delle cooperative sociali comprando bei regali. Vorrei chiedergli cosa sceglierebbe.

Non glielo chiedo. Sono qui, nell’alveare, sono soldati delle truppe d’assedio, cosa glielo chiedo a fare?

Comunque è sera. Domani il ponte continua. Musei e cinema della provincia, tutti insieme, non faranno le cifre del mercatino di Natale di Trento. La settimana prossima c’è anche la fiera di Santa Lucia. Ci arriviamo, assessori, al milione, ci arriviamo. Nessuno ferma i turisti turnisti.

postato da: mics alle ore 18:09 | link | commenti (5)
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06/12/2003

PERICLE Mah, a me...

PERICLE Mah, a me pare così un'enormità che la Guzzanti non faccia più le sue cose in tv, che a Paolo Rossi non abbiamo fatto recitare a "Domenica in" un brano di Tucidide (saranno anche scelte degli autori, ma insomma, chi ci crede...), che a Ronconi abbiano fatto cambiare la scenografia delle "Rane" di Aristofane perché erano troppo espliciti i riferimenti a Fini e Bossi. Il discorso di Paolo Rossi era quello che Tucidide metteva in bocca a Pericle, che parla di Atene durante la guerra del Peloponneso. Non è traduzione letterale, ma il senso è fedelissimo. "Qui ad Atene noi facciamo così. Il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi, e per questo è detto democrazia. Un citadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private. Ma in nessun caso si occupa delle pubbliche faccende per risolvere le sue questioni private. Qui ad Atene noi facciamo così, ci è stato insegnato a rispettare i magistrati e ci è stato insegnato a rispettare le leggi, anche quelle leggi non scritte la cui sanzione risiede soltanto nell'universale sentimento di ciò che è giusto e di buon senso. La nostra città è aperta ed è per questo che noi non cacciamo mai uno straniero. Qui ad Atene noi facciamo così". Paolo Rossi ha adattato e fatto un po' di taglia-incolla, ma il senso è, ripeto, fedelissimo. Altre parole di Pericle? "Abbiamo una forma di governo che non imita quelle dei vicini, ma siamo noi modello ed esempio per molti: di nome essa è chiamata democrazia per il fatto che si cerca non il bene di pochi, ma quello di molti... Davanti alle leggi tutti i cittadini privati sono trattati allo stesso modo... Trattiamo serenamente i nostri affari privati, ma abbiamo una terribile paura di commettere illegalità quando ci sono in gioco gli interessi della collettività. Obbediamo a coloro che governano, e siamo rispettosi delle leggi". E ancora, sentite: "Amiamo il bello con limpido equilibrio e coltiviamo la sapienza senza mollezza: della ricchezza ci serviamo più come possibilità di agire che come vuoto motivo di vanto". Altrove sottolinea che anche fare bella la città è una forma di educazione e nobilitazione culturale e civile, non è sfarzo, che vivere in strade e case belle è una questione di democrazia. E poi lo scandaloso Aristofane: "Taccia e si ritiri di fronte ai nostri cori... chi non ha la mente pura... chi gode di buffonerie fuori posto, chi non avversa la guerra civile e non è benigno verso i suoi concittadini ed attizza il fuoco per interessi privati, chi guidando la città nella tempesta si fa corrompere... chi ruba il consenso dei poeti per vendicarsi di essere stato messo alla berlina nelle feste di Dioniso". (Collegandovi al sito del quotidiano www.ladige.it potete leggere un bell'articolo su queste cose, dalla prima pagina).
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05/12/2003

LETTORI Quando stav...

LETTORI

Quando stavo nei giornali mi leggevano in tanti ma non mi piaceva quel che scrivevo. Adesso amo di più quello che scrivo ma ho pochi lettori.

Duemila accessi circa qui, più quasi quattromila nel sito di Amos. Metti che i lettori effettivi siano duecento. Più o meno quanti le copie vendute del mio secondo libro.

Nel novembre del 1917 Kafka scrive a Max Brod: "E' arrivata oggi da Wolff il rendiconto per 102 copie della 'Meditazione' 16/17, quantità stupefacente". Ma, racconta Wolff, dopo cinque anni la tiratura di ottocento esemplari era tutt'altro che esaurita.

Poi, quei miei compagni di letture che ogni mattina stanno con me. Sono cinquantaquattro. Tra loro ci sono alcuni fra i miei lettori preferiti: "lettori" metaforici; non pubblico, sodali di viaggi di carta e immaginazione.

 

postato da: mics alle ore 21:52 | link | commenti (2)
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03/12/2003

ROSA Sembrava tut...

ROSA Sembrava tutto fatto apposta, romantico da fare spavento. Era maggio, o giù di lì, forse fine aprile; comunque lontano dagli scrutini, che è una gran cosa. Il parco sotto la finestra spalancava un verde assordante contro la vetrata, il sole ci impediva di distinguere chiaramente i volti, i quaderni, risaltavano solo le singole lettere e talvolta si componevano in qualcosa di sensato. Oltre il tremolare dei passeri nelle foglie ci chiamava l'azzurro del lago. Un azzurro sfacciato, impossibile, intempestivo. Leggevamo per diletto. Oziosi. Senza senso. Lucidi intorpiditi, viaggiatori dell'immaginazione. Svagati, disillusi, attendevamo quello che i minuti ci porgevano. Tappezzeria sentimentale un'antologia lirica di poesie d'amore disperato. Tasso Leopardi Campana, tipo. E chi viene a disturbare, chi bussa a questa porta, chi entra dentro la bolla, chi ci sorprende? E' uno della terza accanto alla nostra classe. E da adesso in poi giuro che tutto quello che leggete è vero. Mi guarda come fanno loro quando di solito entrano per portare degli avvisi, poi tira fuori da dietro la schiena una rosa - una rosa! - poi si china davanti al banco - il banco, sì, quello con la fòrmica azzurrina - il banco della Sara Cancellini, le dice - forte, lo sentono tutti - le dice che la ama - la ama, cacchio, la ama! - le prende una mano e la bacia. Si alza e va. Lui è bello, forse tanti muscoli, bravo a calcio, però non sembra tanto intelligente, e poi una cosa così sentimentale... Si è alzato su ed è andato via. Siamo immobili. Ehm, faccio, Sara... Sara, vuoi andare con lui? NO dice la Sara. Gelida. Si volta, forse guarda quell'azzurro sfacciato, impossibile, intempestivo o forse non guarda niente. Gli altri applaudono. Il Fortis, quello della rosa, nella sua aula a fianco, durante la spiegazione di fisica, guarda giù nel parco: hanno montato un tappeto elastico e ci sono alcuni ragazzi che hanno finito un'ora prima: saltano. Vorrebbe essere anche lui là.
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01/12/2003

AMORE MIISSIMO Pard...

AMORE MIISSIMO

Pardonnez moi se stavolta cito una poesia-canzone, ma l'ho sentita alla radio, assieme a buona parte della messinscena de "L'Ambleto" di Giovanni Testori che sta girando in tournée in questo periodo. La canta Sandro Lombardi. Mi sembra così bella che la posto come augurio di un buon dicembre e di sopravvivere alle feste, ai mercatini di Natale, alle pubblicità, alle domeniche d'oro, al pandoro bauli.

Que tu as,

mon amour?

Parle-moi:

cos'hai amore miissimo di me?

Est-il possible

che tu ne sache

che il dolore

è scritturato

nel nostro stesso nascimento?

Mais si toi ou moi

on ne nascerè pas

alors, sur la terre

et dans le ciel entier,

arebbe mancato qualche cosa

un delirio, un 'bracciamento,

una rosa.

Alors ne pleure pas;

non piangere, amore miissimo di me!

Ferme ta tete.

Quand vien la sera

e la bufera

e tremano i morti

didentro al tuo cuore,

poggia la spalla in su di me

e dormi, miissimo di me,

miissimo mio amore!

postato da: mics alle ore 12:14 | link | commenti (3)
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