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29/03/2004

SFIDE Stamattina, a...

SFIDE

Stamattina, alla fine dell'assemblea d'istituto, sfida a calcetto studenti-professori. Un errore l'ho commesso, ho indossato dei megacalzettoni azzurro acceso - da calcio sì, ma inadatti alla palestra - che oltre a farmi un caldo boia sono stati commentati sarcasticamente dalle studentesse più sgarzoline del ginnasio.

Fino a mezz'ora prima ero dai miei editori a terminare il controllo del libretto su Depero.

Comunque dopo due discese sulla fascia hanno cominciato a incendiarsi le caviglie, subito dopo stavo quasi per vomitare.

Diciamocelo, solo a scuola si riesce a fare attività fisica alla mattina in una palestra surriscaldata - io a mezzogiorno, così, dopo una mattina passata su libri e bozze di stampa...

Abbiamo perso ma onorevolmente, anche grazie al centravanti prestato alla nostra squadra dagli studenti. Sì, perché eravamo solo io di lettere, poi i due di religione e uno di scienze.

Non ho vomitato, non mi ha preso un infarto. E' andata bene.

 

postato da: mics alle ore 18:40 | link | commenti (12)
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    NOST...

 

 

NOSTALGIA

Sento la mancanza di op-log... il lutto per la chiusura del blog http://op-log.splinder.it mi dà una malinconia che non si schioda... mi viene quasi voglia di...

postato da: mics alle ore 18:33 | link | commenti (5)
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27/03/2004

MOLTO RUMORE PER NUL...

MOLTO RUMORE PER NULLA

L’angelo nero dalle penne coperte di ghiaccio venne dal nord. Aveva la tunica strappata, forse un polso spezzato. Le tre coppie di ali si chiusero intorno al suo corpo, voleva proteggersi. Batteva i denti.

Allungò una mano, coperta da un pelo raso e grigio, come quello dei topi, costellato di gocce semicongelate.

Starnutì.

Spinse la porta dell’albergo, entrò.

Esistono degli alberghi che si chiamano Shakespeare.

L’albergo si chiama William Shakespeare.

Chi era Shakespeare? Mi chiedi chi era Shakespeare?

Non lo sa nessuno.

Nessuno conosce il suo volto, non sappiamo nemmeno se abbia scritto lui tutto quello che oggi mettiamo sotto il suo nome: La tempesta, Il sogno di una notte…

Le coppe avvelenate di Amleto. Le mani insanguinate di Lady Macbeth.

Dicessero incendi tutta la letteratura e tieni solo… Tu terresti solo l’opera completa di Shakespeare, e faresti bene.

L’angelo avanzò a fatica sul corridoio del primo piano.

Posò una di quelle mani dal pelo corto sulla parete, osservò come stupito le rughe della cartaparati.

Si fermò di fronte a una porta, dispiegò le larghe ali, che fecero un rumore bianco come di un lenzuolo sbattuto. Erano nerissime, con riflessi grigio nafta.

Ridiventò bozzolo un attimo, per riaprirle del tutto dopo aver oltrepassato la soglia della mia stanza.

Michele, mi chiamò, Michele svegliati…

postato da: mics alle ore 00:46 | link | commenti (13)
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23/03/2004

SENZA VELI Sono rab...

SENZA VELI

Sono rabbioso per la storia (se è vera, se è come la stanno dando sui media) della maestra marocchina con il chador allontanata dall'asilo.

Ho passato almeno 400 pomeriggi e 100 giornate intere all'oratorio, ho fatto il chierichetto (nel quartiere proletario-contadino dove sono venuto su si rubavano il vino, certe volte le ostie ma non quelle consacrate e c'era chi nel passaggio altare-sagrestia riusciva a mettersi in tasca anche una manata di spiccioli dell'elemosina ma i soldi di carta no per una specie di senso della misura), ho fatto 3 anni di asilo dalle suore, il primo pezzo giornalistico che ho pubblicato è stato il resoconto della prima comunione sul bollettino parrocchiale (mentendo, lo ammetto, certe forme estatiche che ho descritto erano inventate, prese a prestito da altre esperienze), non sono stati senza importanza nella mia formazione alcuni preti, a tutt'oggi ci sono dei preti che ammiro (ma di più che mi sono indifferenti o che detesto), il Gruppo Estivo dell'oratorio è stata una delle cose che ha salvato la mia vita insieme ai tornei di calcio d'inverno.

Tutto questo fino a dodici anni, con un rigurgito di coscienza verso i sedici. Poi basta.

Le suore dell'asilo erano strane. Ammannivano prima delle nanne del pomeriggio su delle stuoie zozze le diapositive con la vita di Gesù: ho imparato lì quant'è meraviglioso distrarsi e lasciare che il tempo passi senza accorgersene mentre dovresti fare un'altra cosa (e a scuola, oggi sono moooolto indulgente con i distratti) e anche il valore della memoria perché riuscivo a ripetermi tutta la storia di seguito senza sbagliare una virgola. Discriminavano, le suore: me mi mettevano in fondo alla fila, davanti la figlia del sindaco. Mettevano i guanti neri a chi faceva qualcosa che non andava, ad esempio non era capace di allacciarsi bene le scarpe. Il minestrone era davvero cattivo, e anche l'insalata. Lasciavano in piedi sul tavolo chi aveva fatto qualcosa di male, in piedi, davanti a tutti. Davano sempre ai soliti i ruoli più importanti nelle recite di Natale.

Insomma: niente donne con il chador - pare che dicessero i genitori che il velo impauriva i bambini... - allora via anche le suore, via tutte: dagli asili e dagli ospedali. Via tutte. Oppure senza velo.

 

postato da: mics alle ore 22:40 | link | commenti (18)
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CURRICULUM C'è ques...

CURRICULUM

C'è questo mio amico che sta cercando lavoro. Mi ha passato un suo curriculum che adesso copio qua sotto, così ve ne fate un'idea. Chi può fare qualcosa per lui, se la signora Rosso a cui si rivolge non lo assume, come lui spera?

 

Curriculum del Lupo

 

 Cercasi tuttofare-custode per villa signorile.

Inviare curriculum e motivazioni a

fam. Rosso, Radura Verde n.2, 62300 Trecaseincroce

 

 

Egregia Sig.ra Rosso,

ci spiego subito e con poche chiacchiere. Ho saputo che cercate un tuttofare per la vostra villa e mi offro perché io so fare tutto, soprattutto se ben remunerato per quanto mi contento anche di quel poco.

Basta che guardate il curriculum che ci invio per convincersi.

Ci conosciamo digià, ma io faccio finta di  niente e ci ho messo una pietra sopra, voi invece lasciate stare i pregiudizzi, che tutti ci abbiamo una famiglia.

 

CURICULUM

 

Nome: Lupo

Cognome: Nero Cattivo

Nato: a Wolfsburg

Il: 17 genaio 1963

Madre: Acca Lupa, provegnente da Roma, invalida civile in autostrada investita miseramente.

Padre: mai visto

Figli: sette: Sgorbio, Zanna, Olmo, Nero, Sberla, Nonna e Cappuccetto: gli ultimi due per sdebitarsi con la sua famiglia, sig.ra Rosso

Residenza: Bosco

Titolo di studio: diploma di scuola istituto “Bosco”

 

Nei ultimi anni mi hanno visto poco intorno perché in effetti sono stato dentro, cioè in gabbia, ma evidentemente per errore e persecuzione che non me la meritavo, capisco bene che la gente parla e magari motivi uno potrebbe anche figurarseli, ma i giudici si sono sbagliati per da senno e se uno sapesse come si sta in gabbia ci penserebbe su ben bene prima di perseguitare un poverocristo come sono io, che per quanto ci abbia un certo orgoglio e una certa personalità comunque finisce sempre che le prendo da tutti le prendo, alla fin fine.

Perché dentro sono andato a finire, sacramentone, perché dovevo solo trovare un tocco di qualcosa da mettere sotto i denti per i miei figli, che adesso sono all’affido e non posso neanche vederli, che non mi lasciano.

Dopo il fatto brutto di dieci anni fa, del resto, chi è che mi darebbe un po’ di credito a me, me lo dice? Solo Lei, credo. E si metta il cuore in mano e la coscienza nell’altra e pensi se avrebbe il coraggio di dirmi di no, a darmi quel lavoro.

 

Sono capace anche di tenergli il giardino, se vuole: in due settimane al massimo glielo faccio diventare un paradiso di bosco, se vuole ci faccio venire anche la palude. E ci metto le trappole più moderne che qualcuno non gli venga in mente di venire a rubare, che non si sa più niente di quelli che vanno in giro di questi tempi.

 

Militesente. Mai bevuto un goccio di più di quel che serve.

Patente: no, non ce l’ho, peccato. Però so tutte le scorciatoie del bosco.

 

Lei non deve pensare che io sia pericoloso perché posso avercela con la sua famiglia, signora Rosso, anche se mi avete fatto del male, diciamocelo. Che tutte quelle denunce neanche un assassino, penso. Un intento persecutorio, ci avete avuto, con me, malvage intenzioni femminili.

Io adesso sono l’ombra del bel eroe pieno di muscoli che ero una volta . Mi hanno anche fatto quell’operazione alla pancia che sono la larva di me stesso, una salma sono, un cesso oramai, fisicamente, ma per fare il custode della villa va bene, miseriaccia boia.

Non ci do la colpa a voi di questo decadimento, però diciamocelo che ha aiutato e che anche voi potevate anche andarci più morbidi, del resto la bambina l’avete avuta indietro, no? Bella rossa e sorridente, quella Capuccetto, niente da dire, basta vedere che carriera che ha fatto, sempre in tv a fare le reclame e i programmi di quiz scollacciati, con tutte quelle cosce fuori e vedere se porcaccia miseriaccia uno non dovrebbe perderci il cervello.

Poi io, nella giornata, non è che ci ho questi gran impegni e mi appisolo sul sofà a guardare i telequiz, se proprio non ci ho da fare con il suo giardino, eventualmente.

Allora, mettetemi alla prova, che vengo in casa vostra e siete sistemati. Sono quello ideale per questa sorta di servizi, io, e chiedete in giro se non è vero, al mio amico Testa Grigia per esempio.

                                                                                                        

Ci mando anche il certificato del psichiatra e del neurologo, che è tutto a posto, anche sulla faccenda della pericolosità individuale e sociale. Sono pulito io.

 

Quando che ero in gabia mi hanno imparato a tenere l’orto e il giardino (benché piccolo, in gabia), dove che mi hanno anche dato l’attestato. Un giardino roccioso, che sembra selvatico, vi faccio.

 

Ripeto che non dovete avere paura che c’è del pericolo, perché ho messo la testa a posto e devo anche pensare ai miei figli. Che ci do anche un educazione come si deve: tutta esperienza e poche chiacchiere, non faccio bene? Ma non me li lasciano neanche vedere, a me, i giudici, che ci ho una nostalgia che crepo, vaccaccia cagna. Che i bambini mi piacciono a me, che sono buoni tutti.

 

Poi io controllo di notte la villa, intanto che voi puramente dormite senza sospetti, e tengo anche le chiavi così che non può succedere niente e se anche succede io poi arrivo e mangio mando via i ladri e salvo tutti.

 

Devo dirci che l’operazione alla pancia mi hanno dato centosessanta punti e si sente. Il signor Cacciatore per fortuna che dieci anni fa mi ha buttato nel fiume dopo che mi ha cucito su con i sassi dentro, perché così mi sono salvato: dicono che l’acqua ha tenuto su tutti i visceri che senò si schiacciavano tutti. Prima o poi o ripagherò e avrà quello che merita. E anche voi.

 

Come che ci dicevo, io conosco il Bosco come le mie tasche, non c’è segreti che tenga. Si deve solo fidare, finalmente, cosa ci vuole.

Ci ho anche il telefonino che sono sempre reperibile, giorno e notte, inverno e estate ventiquattro ore su ventiquattro.

Ci ho anche il porto d’armi, la beretta.

 

Educazione: buona. Sono venuto su dal gnente, ma bene. Mia povera mamma Acca mi ha detto una volta, Figlio per noi non c’è gnente di regalato e gnanche di venduto, tocca arrangiarci a noi, tocca. Ma c’è sempre qualche lupo che ti dà una mano, da qualche parte, se lo cerchi, porca miseriaccia. Sacramenta forte la mia mamma, è una all’antica, mica moderna come sono io.

 

Politicamente io non sono gnente. È vero che per un certo periodo mi è piaciuto i comunisti, ma io, mi hanno detto, con questa storia che tutti dicevano quella infamia che loro mangiano i bimbi, se c’ero anch’io poi a loro come immagine non gli andava tanto bene e allora sono andato via. Voi che siete una famiglia così signorile vi piacerà che non ci ho più certe frequentazioni, no?.

 

Il decreto del presidente della republica del tre dicembre ottantatrè mi ha dichiarato specie protetta, si applica sanzioni pecuniarie a chi mi sfiora..

 

A me mi piace il bosco, non c’è gnente da fare. Le altre volte che lavoravo dopo due ore che ero lontano dovevo tornare e mi licenziavano ogni volta, ma io non ce ne potevo niente proprio, è più forte di me il richiamo. Quando ero in gabbia è stata la storia più dura. Mi viene il rimpianto lirico a me, mi viene, se ci penso, con tutti quei bei fiori e le macchie di noccioli e il dolce canto dei augellini che danza nei allegri sfarfalleggiamenti dei raggi del sole in mezzo alle foglie alte, i funghi.

Ma se sono custode della sua villa, sig.ra Rosso, io sono vicino al bosco e anche solo se lo guardo mi va di lusso, sacramento. Poi posso portarci anche la signorina Cappuccetto a svelarci i segreti. Anche a lei, signora Rosso, se vuole.

 

Solo ci chiedo che la domenica mi lascia libero, che devo tornare a Roma dalla mia mama vecchia a farci compagnia e andare allo stadio a vedere la Roma forza roma forza lupi so tornati i tempi cupi. È l’unica passione che ci ho, insieme a quella del Bosco e dei telequiz, oramai.

 

Suo devot.sssimo Lupo Nero Cattivo

 

postato da: mics alle ore 12:17 | link | commenti (6)
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12/03/2004

GLI STRUMENTI UMANI ...

GLI STRUMENTI UMANI *

 

Parole basse, sdraiato accanto alla moto rubata, nella cantina, con le viti del carburatore fra i denti, guanti di morchia d’unto polvere rappresa nelle linee dei calli, in tutto quel nero gli occhi celesti: «Perché, te cos’è che speri?». Una galleria di ruote di bici, pistoni, pedivelle, ammortizzatori, mastice, olio, pezzi smontati e forme perdute. Pensavo se c’era da qualche parte una forma di tutti quei frammenti, sentivo quanta illusione, quanta violenza c’è nel volergliela dare a ogni costo.

«Te cos’è che speri?» diceva, lui per terra, «Guarda il Muzzi, è entrato in officina dal Graziano, c’ha una carriera. E il Roldano, diventa idraulico, ha già il 125 e quando compie i diciotto si prende un 250 da trial».

«Ma non hanno finito la scuola».

Però dovete pensare a tutto questo in dialetto. Non c’è la parola sperare, in dialetto, è compresa nelle cose, è come sono le cose.

«Bem, la scòla» lui si gira con le sue viti nere nella bocca e mi guarda – boh, forse con un po’ di ammirazione.

Crescevamo bene, senza tradire mai.

 

…conta più della speranza l’ira

e più dell’ira la chiarezza…

… l’occhiuta pazienza di addentrarsi

a fondo, sempre più a fondo

sin quando il nodo spezzerà di squallore e rigurgito

un grido troppo tempo in noi represso

dal fondo di questi asettici inferni.

 

Poi sì, i giorni dell’ira. Quand’è finita l’infanzia, chissà quando mai è finita. Quando si comincia a ricordare. Quando trovi che essere quello che sei non corrisponde all’unica possibilità, che intorno a te tutto cospira per impedirti di diventare quello che avevi sperato. Ma che fortuna avere avuto buone speranze, che fortuna. Che fortuna avere avuto l’idea di tuo padre – c’erano tutte le idee, mancava solo il suo corpo – e un frammento di padre in ogni adulto, e la tua esistenza sparsa di qua e di là fra i tuoi coetanei, nelle battaglie furiose sul piazzale di sassi ed erba a zolle dure per dimostrare con il pallone fra i piedi che i dribbling non sono solo fini a se stessi, nella pista da cross in mezzo alla campagna. Poi ai funerali di qualcuno di loro, dopo, ci guardavamo noi sopravvissuti. E l’ira che montava, fin troppo ne restava dentro, inespressa, fino a sbocciare in un fiore anziano, bruno e splendido – abbandoni immotivati, la tristezza, la depressione, il senso di avere perduto tutto il futuro a venticinque anni. Male al petto, una spina, una cimice che si rivoltava nei ventricoli, il rifugio del sonno, dei sogni, del lavoro per non pensare a niente. E intorno un mondo malsano, la redazione del giornale, gli uffici dei professori all’università, le fabbriche, la città, le famiglie allo sfascio.

… e su me uno

di questi crolli del cuore, di queste repentine

radure di città lasciare

con l’amaro di una perdita

con quei passi di loro tardi uditi.

Solitudine, solo orgoglio…

 

… non lo amo il mio tempo, non lo amo.

L’Italia dormirà con me.

In un giardino d’Emilia o di Lombardia

sempre c’è uno come me

in sospetti e pensieri di colpa

tra il canto di un usignolo

e una spalliera di rose…

 

… per scoprire poi che il futuro è sapere che c’è dell’altro da fare, diventare soldato disingannato disincantato, scolaro spaurito… riaccettare l’ombra verde ombra, verde-umida e viva che l’ira aveva inaridito cancellato… quella speranza era di felicità? Ecco, sapere con chiarezza che forse felicità no, gioia. Gioia sì. La gioia intravista in una vetrina, dialogare con lei che ti sta accanto nelle sue divise di fantasma (ecco, sì, i libri, le parole della donna, le formidabili bizze di una figlia, l’abbandono di una marina, di un sentiero ignoto nella campagna, di un’affinità casuale incontrata da qualche parte che importa dove) questa gioia da trattare rudemente e poi scusarsi: «… fai bene a non badarmi se dico queste cose, se le dico per odio di qualcuno o rabbia per qualcosa». Lei ti dice che non è così rara, come credevi nell’ira, e allora ti correggi: «Non è vero che è rara, c’è, la si porta come una ferita per le strade abbaglianti».

Riconosci il vecchio torto, di aver creduto che l’unica conquista fosse l’amore.

Chiarezza, una ferita dell’esperienza, il vuoto della vita trascorsa. Le dici così: «Da ogni mio gesto per te, anche il più basso, cogli su di me queste rose di rupe. Ci aspetta una città con la sua primavera. Non sai che città, che primavera ti preparo…».

Un disincantato soldato. Uno spaurito scolaro.

Dietro di me un tripudio di valli. La storia, il passato come memoria: il venti il tredici il trentatre anni come cifre tranviarie. Una nebbia, globalità del possibile. I volti, non riconosco i volti. E sapere sapere che il tuo paese è, era nulla nada y pues nada gnente de gnente: «… cosa può essere un uomo in un paese, sotto il pennino dello scriba una pagina frusciante e dopo dentro una polvere di archivi nulla nessuno in nessun luogo mai».

 

Ma i volti i volti non so dire:

ombra più ombra di fatica e d’ira.

 

…un dirotto orizzonte di città.

perché non vengono i saldatori

perché ritardano gli aggiustatori?

Ma non è disservizio cittadino,

è morto tempo da spalare al più presto.

E tu, quanti anni per capirlo:

troppi per esserne certo.

 

… lontanissima una sirena di fabbrica.

Non dunque tutte spente erano le sirene?

Volevano i padroni un tempo tutto muto

sui quartieri di pena:

ne hanno ora vanto dalla pubblica quiete…

Qui stava il torto, qui l’inveterato errore:

credere che d’altro non vi fosse acquisto che d’amore…

 

Ma venga, a ora tarda, venga un’ora

di vero fuoco un’ora fra me e voi,

ma scoppi infine la sacrosanta rissa,

maschere, e i vostri fini giochi

di deturpato amore: nell’esatto

modo mio di non dovuto

amore e dissipato, gente, vi brucerò.

 

…Sono già morto e qui torno?

O sono il solo vivo nella vivida e ferma

nullità di un ricordo?

 

…Gibilterra! Un latrato,

il muso erto d’Europa, della cagna

che accucciata lì sta sulle zampe davanti:

Tardi, troppo tardi alla festa

- scherniva la turpe gola –

- troppo tardi!

 

Informazioni, quante vogliono.

Non una parola di più. Non si tratta

di rappresaglia o rancore.

Ma d’inflessibile memoria.

 

* Frammenti da Vittorio Sereni, Gli strumenti umani

 

postato da: mics alle ore 11:27 | link | commenti (5)
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09/03/2004

ARCADIA 3 "Papà, pe...

ARCADIA 3

"Papà, perché bisogna esserci il mondo?"

Siamo sulle scale e andiamo all'asilo. Mi chiedo se ho parlato di qualcosa che ha a che fare con l'esistenza universale o solo con il concetto di "mondo" o "esserci" durante colazione, ma non mi sembra. Se forse il fatto che ho in braccio la piccola (la "grande" invece ha 4 anni) la sta ingelosendo. Insomma, prendo le misure alla domanda, intanto preparo una risposta adatta. Ma c'è poco da prendere misure, c'è poco da tamponare e controllare. Lei è ferma in cima alla scala e aspetta.

"Ehm, perché così ci siamo noi che ci vogliamo tanto bene".

E' andata bene, direi, me la sono cavata.

Sofia alza il dito e fa: "No, perché se non c'è il mondo noi cadiamo giù nella notte di sotto".

"Madài..."

postato da: mics alle ore 12:09 | link | commenti (12)
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