IL TIRANNO SI CONGEDA DALLA CONCUBINA
A Beijing il tiranno Xiang Yu è stretto nella sua cittadella dall’esercito grandioso dei suoi nemici. L’assedio è insuperabile, le truppe degli altri fitte più dei boschi che si vedono in sogno.
Xing Yu è scoraggiato.
La concubina Yu balla per lui la danza della spada.
È bella e maestosa.
Alla fine della danza la concubina Yu si taglia la gola.
Xiang Yu trova così la forza di sbaragliare il nemico, di rompere l’assedio e liberare il suo regno.
Vinta la guerra, anche lui compie la danza della spada e si taglia la gola.
NEWS
Alla fine il portafogli non l'avevano rubato. Era in uno dei posti dove dubitavo che si fosse perduto e dove ero anche andato a controllare. C'è dentro tutto, anche i centoventi euro. Li spendo tutti in regali. Me l'ha consegnato la bidella dentro una busta orlata di cambrette: "Era in aula informatica, prof, dietro il server". Così adesso ho i documenti nuovi. Ho anche chiuso il conto corrente in banca, già che c'ero. Non mi sento meglio.
Oggi pomeriggio c'è la presentazione del libro nuovo (http://www.viadellaterra.com/depero.html) durante l'inaugurazione di una sagra paesana vestita di recuperi culturali, e piove. Ho scritto in fretta due righe per l'assessore provinciale che non sapeva cosa dire.
Stamattina ho dato un tema di latino difficilissimo.
A Nogaredo nel 1647 hanno giustiziato una decina di poveretti e poverette sospettati di stregoneria. Il Comune, qualche anno fa, ha fatto un referendum, per cambiare il nome di Nogaredo: il vantaggio del cambiamento stava in una ricaduta turistica, dicevano. Il dilemma del referendum era: volete che Nogaredo si chiami d'ora in poi "Nogaredo delle Streghe" o "Nogaredo de le Strìe"?. Ha vinto quello in dialetto. Sto scrivendo un racconto di quelli della mia serie settecentesca con protagonista frate Amodeo (vedi link a sinistra) su questa storia. E' difficilissimo, tormentoso, leggere i verbali del processo. Quando passo davanti ai cartelli con la nuova denominazione del paese mi viene un brivido.
Mia figlia di quattro anni è passata a una fase attoriale. La sera mettiamo in scena le fiabe. Ieri sera a turno facevamo il lupo e Cappuccetto, e poi il lupo e i tre porcellini. La sorellina piccola dopo un po' veniva crudelmente pappata, a prescindere da chi interpretava il lupo.
Trompe l'oeil. Pioveva, stamattina, il cancello di casa m'era sembrato più lontano, ci ho quasi sbattuto, mi è venuto da ridere e non so perché.
PUBBLICITA'
Ebbene sì, questo è un post spudorato.
E' uscito il "racconto biografico" sull'esperienza dell'artista Fortunato Depero negli Usa fra 1947 e 1949. E' un libretto in cui sono riprodotti degli "arazzi" molto grandi su luoghi e cultura del Trentino (delle specie di "tapisserie" geografico-culturali) degli anni Trenta e Quaranta, accanto al racconto dell'esperienza americana, ricavato da un carteggio riscoperto da poco tempo. Si intitola "Depero" con un lungo sottotitolo "Lettere inedite dagli Usa e arazzi della collezione Itas".
Saperne di più sull'artista: www.depero.it . L'editore: www.viadellaterra.com . La presentazione di venerdì pomeriggio: http://www.comune.nogaredo.tn.it/pdf/CALENDIMAGGIO.pdf .
Ed ecco la visione descrittivo-interpretativa della nostra amica faro ( http://faro.splinder.it ) che ha letto il manoscritto (non perdetevi il suo "carnet" di visioni http://nellostudio.splinder.it ):
FORTUNATO DEPERO A NEW YORK 1947-1949 di Michele Ruele
Ho ricevuto questo racconto, non ancora pubblicato, un paio di settimane fà e voglio precisare che l'amico che me ne ha fatto gradito dono è lo stesso autore del racconto. Ho approfittato di un pomeriggio libero per poterlo leggere e l'ho letto ad alta voce. Non so se l'ho fatto per concentrarmi meglio, perché quando ascolto il suono della mia voce faccio più caso alle parole ma il fatto che questo racconto è stato pensato per una lettura pubblica, ad alta voce e che ho scoperto solo successivamente, mi ha colpito. In qualche modo ho letto il racconto nello stesso modo in cui se l'è sentito nascere l'autore.
Il racconto descrive, sulla base del suo epistolario privato, i due anni circa di permanenza negli Stati Uniti di uno sfortunato artista futurista italiano, Fortunato Depero. Anni fà lessi il Romanzo di un romanzo di Thomas Mann e mi ha incuriosito leggere, nel saggio Il mio tempo, un'esperienza in qualche modo parallela nella situazione oggettiva -soggiorno di un artista europeo negli Stati Uniti comunque a ridosso del secondo conflitto mondiale- ma profondamente diversa negli esiti e nelle motivazioni. Thomas Mann e Fortunato Depero sono entrambi, più o meno ufficialmente, in fuga o meglio in esilio. Ma per motivi diametralmente opposti: Thomas Mann fugge da un regime dittatoriale che ne teme l'ingegno e la penna, Depero si allontana da una democrazia che ne biasima l'ingegno e l'adesione ad un'arte troppo equivoca, ormai.
Ma entrambi vivono un viaggio importante, il viaggio di un artista in una terra lontana e che appare promessa. E lì dove Thomas Mann è conteso, coccolato e corteggiato, Depero viene al massimo accettato con simpatia umana e questo è il meglio che riesca ad ottenere.
La seconda cosa che mi ha colpito del racconto è lo sguardo quasi ferito del futurista che accorre con entusiasmo nella terra del futuro, quello che ha sognato e prodotto nelle sue opere, e si ritrova in un paesone vuoto di gente. Ci sono campagne larghissime, cieli privi di angoli, un verde accecante e che ad un certo punto diventa soffocante, uno spazio immenso per chiunque e di tanto in tanto villettine graziose e arredate con ogni comfort. Ma non c'è nessuno, nessuno a vivere e vivificare quel comfort. Non c'è nessuno a rendere arte quegli oggetti: è solo tecnologia e nemmeno più tecnica. Solo lui riesce a punteggiare le sue lettere con la conta dei denti estratti in attesa che sia pronta la nuova, aspettatissima dentiera. E con questo racconto Depero diventa il futurista che si è spinto più oltre di tutti perchè è, forse, il primo eroe cyberpunk.
Lo stile del racconto è quasi un saggio biografico, basato sulle lettere. Quasi e la differenza sta tutta in quel quasi. Il quasi emerge quando, apparentemente senza alcun motivo e con potente effetto straniante, si inseriscono stralci della vita di New Milford, Connecticut. Innocui ma solo in superficie. A New Milford l'evento più eclatante è la costituzione di una banda cittadina, cinquemila e passa abitanti soddisfatti percorrono i loro viali alberati e puliti ogni giorno con indolente indifferenza e non sono nemmeno curiosi di vedere le opere di quello strano tipo sdentato che abita da qualche mese nella loro città. A New Milford la ditta Maggi cambia nome in Nestlè Milk Products.
I ricordi di Depero vanno e vengono al primo soggiorno negli Stati Uniti, in tutt'altra epoca e si tingono dello stesso dolore con cui perde i denti e in più l'amara consapevolezza che non esista nessuna dentiera in grado di sostituire i suoi sogni, gli anni trascorsi, le aspettative mancate.
Ci sono molte altre cose in questo racconto: la delicata figura della moglie Rosetta, l'affettuoso conforto degli amici rimasti in Italia e con i quali scambia la sua corrispondenza e il Buxus, che forse non ho capito se sia un materiale o un procedimento o chissà che ma non importa, il buxus è il sogno di Depero, fallito e inattuabile.
Ecco, forse la cosa che mi è piaciuta di più in questo racconto è proprio il senso discreto e rispettoso della metafora.
E se dovessi assegnare un genere a questo racconto, ecco, sarebbe la fantascienza.
E LE CICALE, POPOLO DELL’IMMENSO DI FUORI, PADRONE DELLA LUCE
La punteggiatura. I “due punti”, qualche volta anche il “punto e virgola”, servono per esprimere il vuoto delle cose (avete in mente i quadri di Giorgio Morandi?). «Un clacson, dalla camionale: e il vuoto delle cose. Tutto taceva, finalmente. I gatti, all’ora consueta, ecco erano penetrati nella casa, per dove loro solo entrano: vellutate presenze l’affisavano dalla metà delle scale, con occhi nella oscurità come topazî, ma fenduti d’un taglio, lineare pupille della lor fame: e le rivolsero, miaulando, un saluto timido, un appello: “è l’ora”». «E, generosamente, glo glo fece il fiasco; dal collo; voltato subito in orizzontale; tra gli splendori della tovaglia».
I pronomi. L’io è destituito, frammentato, i personaggi non possono essere analizzati a 360 gradi. «… I think; già: but I’m ill of thinking…» mormorò il figlio. «… I pronomi! Sono i pidocchi del pensiero. Quando il pensiero ha i pidocchi, si gratta, come tutti quelli che hanno i pidocchi… e nelle unghie, allora… ci ritrova i pronomi: i pronomi di persona…».
C’è un infinito, un assoluto al quale aspirare. Oltre il terrazzo di casa, nel suono delle cicale, nella luce. «Le cicale franàrono nella continuità eguale del tempo, dissero la persistenza: andàvano ai confini dell’estate. Il dottor Higueróa sembrava cercar le betulle, bianche virgole nei querceti a tramontana di Lukones».
C’è il dolore.
«… La mamma è spaventosamente invecchiata… è malata… forse sono stato io… Non so darmi pace… Ma ho avuto un sogno spaventoso…».
«Un sogno?… e che le fa un sogno?… È uno smarrimento dell’anima… il fantasma di un momento…».
«Non so, dottore: badi… forse è dimenticare, è risolversi! È rifiutare le scleròtiche figurazioni della dialettica, le cose vedute secondo forza…».
«Secondo forza?… che forza?…».
«La forza sistematrice del carattere… questa gloriosa lampada a petrolio che ci fuma di dentro,… e fa il filo, e ci fa neri di bugìe, di dentro,… di bugìe meritorie, grasse, bugiardosissime… e ha la buona opinione per sé, per sé sola… Ma sognare è fiume profondo, che precipita a una lontana sorgiva, ripùllula nel mattino di verità».
Parve incredibile al dottor Higueróa che un uomo di corporatura normale, alta anzi, di condizione socialmente così «elevata», potesse lasciarsi ancorare a delle sciocchezze come quelle. Ma lo sgomento e la tristezza erano troppo evidenti nello sguardo; di persona che teme, che ha un qualcosa che l’occupa, un rimorso; terrore, odio? anche nel sole pieno: nel canto, nella pienezza dolce e distesa della terra.
Il mondo è caos e dolore. La forza sistematrice dell’io è illusoria e colpevole. Le cose sono vuote; l’io è più morto che vivo: verità e identità sono nel mezzo, come in equilibrio fra due poli magnetici e quel punto nel mezzo è la facoltà interpretativa, lo sforzo di capire.
Ecco perché leggere (vivere, interpretare, navigare)
LE COSE CHE FANNO PRIMAVERA
La coppia sul marciapiede, davanti a me, e mentre passo loro accanto lui le dice: «Amore, c***zo, ma allora non capisci proprio niente» «Eh sì tesoro, perché capisci sempre tutto tu, m**a».
Al pomeriggio, tre ore di udienze generali: fuori, al di là del verde degli abeti secolari, l’urlio dei bambini nel parco giochi, le prove degli allievi della scuola di musica nell’edificio di fronte.
Il portafogli che mi hanno fregato ieri pomeriggio.
Il preventivo per la sostituzione delle porte-finestre dei balconi.
Stamattina, alla fine di una lezione sulla Cognizione del dolore di Gadda in terza: «Prof, ma perché facciamo questa roba?»
Stamattina, alla fine di una lezione sul male di vivere in Montale in prima: «Prof, ma perché facciamo questa roba?»
Stamattina, alla fine di una lezione sul Male oscuro di Berto in seconda: «Prof, ma perché facciamo questa roba?»
Mia moglie che mi accoglie: «Ho lavato tutta casa»
In bici, sul Lungadige, con le borse della spesa – olio, latte, zucchero, farina, surgelati da una parte; pannolini, scottex per la cucina, carta igienica, detersivo per la lavatrice, pasta nell’altra – mentre comincia la tenera e imprevedibile pioggerella d’aprile.
Io che le dico: «Sua figlia è superficiale» «Come superficiale?» «Scrive frasi senza senso» «Mia figlia non è superficiale, cosa intende dire» «… che sa ripetere le note del libro ma se le chiedi di pensare non ce la fa» «… li fate studiare troppo, si stanca e, se permette, si annoia» «Io non ho dato nemmeno un compito per le vacanze di Pasqua» «Non c’è mica solo Lei, sa?» «Io non rispondo dei miei colleghi, sua figlia è superficiale perché non ha mai fatto un intervento, sta preparando un approfondimento per l’esame di stato copiandolo da internet, non prende appunti e manda sms durante le lezioni (cosa quest’ultima che potrebbe riscattarla, ma se andassimo a vedere cosa scrive avremmo una conferma)» «Ha sempre studiato, la vedo io al pomeriggio…»
Io che gli dico: «No, non so bene come va sua figlia a scuola, sto cercando di capirlo anch’io»
Nel portafogli, tutto: carta di credito, bancomat, carta d’identità, patente, tessera del supermercato con i punti per i premi fedeltà…
«Ciao, sono tornato»… silenzio… non c’è nessuno… «Ehi, non c’è nessuno?»… La bimba di un anno e mezzo avanti ai cartoni, quella di quattro al computer, mia moglie al telefono… «Sono tornato… sono… Ehi, c’è il sole, andiamo al parco, a fare un giro, a cercare il portafogli…» «Devi andare a fare la spesa…» «… a comprarmi
«Professore, ha corretto l’ultimo tema di…» «Ehm, no, non ancora…» «Mi ha letto la bruttacopia, sono preoccupata…» «È andato così male, signora?» «No, non è questo, è che è così pessimista…» «Beh, un saggio sull’Inferno…»
Il virus che mi ha piantato la posta elettronica.
Stamattina. «Vedete, ragazzi, questo genere è tipico della poesia medievale… è il plazer…» Ridono. «Perché ridete?» «Prof, è la quarta volta che ce lo spiega…»
La chiavina che mi si spezza nel lucchetto della bici, sotto il sole, a quattro chilometri da casa, mentre le nuvole tenere e imprevedibili di aprile…
DENTI FALSI
Viene mia sorella, a trovarmi, non succede spesso, non perché non ci cerchiamo, ma perché il lavoro, e abitare anche solo a 30 km di distanza... Le dico Sai che sei diventata uno dei personaggi delle storie per la bimba, quando mi chiede di raccontarle di quand'ero piccolo? - Ma dai, fa lei, e cosa le racconti? - Di quando d'estate (babbo e mamma stavano ancora assieme) si andava nella malga di val dei Mocheni, con la stalla sotto e noi a dormire di sopra, dei vagabondaggi nei boschi... Lei allora crede che quand'eravamo piccoli abitavamo in queste case di legno, con le mucche...
Poi mia sorella dice, Anch'io racconto qualche volta quello che facevamo da piccoli, certo che quello che combinavi tu è una serie di avventure mica male. Hai mai raccontato a tua figlia la storia dei denti?
No! Dopo impara a farle anche lei ste cose!
Insomma, mia sorella mi riracconta una versione della MIA storia dei denti. Completamente sballata... tutta sbagliata... e per forza, lei ha sei anni meno di me, io quand'è successo il fatto non ne avevo più di sette-otto... la conosce di seconda o terza mano.
Ho dovuto ricostruirle la versione vera e autentica.
La racconto anche a voi.
Con i miei zii ero andato al "Circo Americano", al Prà delle Moneghe di Santa Maria. Fra le altre cose c'era l'uomo più forte del mondo che tratteneva una motocicletta stringendo fra i denti una corda attaccata al telaio. Potevo farcela. Al mio compagno Fabio ho detto che avremmo fatto un numero fantastico: ho attaccato lo spago al telaio della graziella e gli ho detto di andare. Cosa vuoi fare, dice lui. Ti fermo con i denti, rispondo. Non ce la farai mai, dice. Fidati, dico. Lui parte: vedo le anse dello spago poggiate per terra stendersi rapidamente. Al momento giusto stringo lo spago fra i denti.
Così ho perso tutti gli incisivi del latte.
(Da bambino, io, la pecora nera, in famiglia girano aneddoti da brividi, alcuni del tutto destituiti di realtà).
I LUOGHI DEL SOGNATORE SOLITARIO
Qual è, quali sono i luoghi di passaggio, i luoghi-soglia della mia quotidianità? Quelli dove smetto di essere io, o quel viluppo che mi sembra di poter chiamare io, l'io riconosciuto da mia moglie, dalle mie figlie, cresciuto nella filza degli anni dai numeri come i tram (15,23,37)? Dove mi stacco dal vuoto consueto e mi metto a contemplare e trasognare, forse a misurarmi con orizzonti lontani?
Ci son delle zone mentali, dei momenti della giornata. C'è sempre un piano della mente dedicato ai trasognamenti, è sempre lì pronto. E c'è qualche decina di minuti prima di dormire, nel letto: non un luogo, ma un corrispondente di un luogo, per trasognarmi. Anche i momenti dedicati alla memoria - a cui non cedo per consolarmi, intendiamoci.
Luoghi... tra il portoncino di casa e il cancello, quel pezzetto di paradiso in minore - è stato così in tutte le case che ho abitato.
IN PRIMA FILA
Stamattina, in prima, la fila davanti degli studenti - non ci sono solo i più zelanti - me la sentivo vicina, più stretta del solito.
E abbiamo parlato di che cos'è oggi un inferno, e dov'è l'inferno nel mondo contemporaneo, che cosa nel nostro immaginario è inferno (è un "modulo tematico" agganciato alla lettura di Dante). Leggevamo un'intervista sul tema al poeta Edoardo Sanguineti. Abbiamo parlato anche un po' di politica. E di come si fa a fare un'intervista. Abbiamo letto due poesie di Sanguineti. Gli ho dato dei compiti per la settimana prossima, su un brano di Curzio Malaparte della dispensa. Mentre loro lavoreranno a casa su La pelle, a scuola insieme ci leggeremo alcune poesie di Eugenio Montale, Su queste non vi do compiti. In effetti non do compiti su tutto.
Mentre succedevano tutte queste cose, non ricordo bene in quale momento, ho notato un particolare e ho pensato che si trattasse di ciò che mi dava un po' di inquietudine. Ho girato ancora un po' per la classe, discutendo, sono passato in mezzo alle file, poi sono tornato davanti a loro. E di nuovo quella sensazione e quel particolare che mi si offriva e che non afferravo bene, ci pensavo e non ci pensavo.
Così, una cosa da niente: metà degli otto della prima fila hanno questi occhi azzurri che sembrano dei miniabissi.
MAGNOLIA
Spostati piano. La vedi là davanti la magnolia? Passiamo di qui ogni giorno: via Prato, ospedale Villa Bianca, gelati Algida, via dei Mille, Helmut Schwoch e associati. La corteccia nuda della magnolia ci ha parlato per tutto l'inverno, ci ha promesso senza dircelo e senza che lo sapessimo che poi sarebbe venuto il giorno in cui... Ecco, siamo più vicini, ora... Andiamo in silenzio verso casa, la vedi, l'hai vista la magnolia... Pende un rosa umido virato verso il verde, un po' di viola molle.
"Hai visto che bei fiori ha fatto la magnolia?" dici.
"Già".