PREMI
Papà, ma allora siamo ricchi, mi dice la Sofia. In effetti, il premio ha anche una certa dotazione in denaro, che non è male. Andate qui, per capire: www.premioteramo.it
BOTTE
Avevamo tredici anni, io e Lu., Leo. uno in più, era stato bocciato ai tempi di quel suo passato misterioso dal quale era arrivato fino lì da noi. Classe seconda F, scuola media “Alcide Degasperi”.
Facevo dei sogni a occhi aperti: nel campo visivo, una specie di contenitore, cadevano pezzi di navi o locomotive, esibivano il loro essere pesanti e di ferro, accartocciandosi riempivano sempre di più lo spazio fino a soffocarmi, a soffocarmi dentro.
Ero io che mi frantumavo, con me si frantumava il mondo, un mondo pesante e necessario che non riuscivo a trasformare con l’immaginazione e con le parole.
Leo. era figlio di un potente e ricco protagonista del mondo finanziario cittadino e di una professoressa, abitava in un complesso residenziale in cui c’era una palestra e una sala giochi dove lui e Lu. passavano i pomeriggi a giocare a ping pong. Io ci sono andato un paio di volte, il posto non mi piaceva e non mi piacevano i ragazzini che lo frequentavano. Riuscivo a portarli con me fuori da quel posto, andavamo a fare lunghe gare di cross con la bicicletta, nelle piste che avevamo ricavato fra le cave di sabbia nel mio quartiere, oppure a giocare a calcio, o a tirare sassi nell’Adige. Eravamo amici, nel senso che trascorrevamo parecchio tempo insieme. Io e Lu. A scuola eravamo i primi della classe, Leo. fra gli ultimi.
Oppure sognavo di stringermi sempre più nel filo dello spigolo, fino a scomparire.
I genitori di Lu., gelosi della loro intimità, e dell’unità familiare, scontenti della nostra amicizia: lui geometra, lei casalinga. Ambiziosi, gelosi, avari. Fieri della casa costruita con le mani del capofamiglia. Sano e utile solo ciò che li riguardava, irriguardosi e petulanti nel lamentarsi dei vizi altrui, compresi i miei e quelli di chi mi assomigliava. Con Lu. ci siamo frequentati fino alla fine dell’università, per un periodo siamo stati perfino colleghi, facevamo lo stesso lavoro, nello stesso ufficio: alla fine in realtà con quella famiglia borghesissima ci siamo perfino voluti bene – loro sempre sul loro tronetto petulante, però.
Leo. veniva a scuola con i gomiti delle maglie lisi, con i calcagni dei calzini bucati, quando ci si cambiava all’ora di ginnastica. Aveva un paio di camperos bellissimi, gli orologi delle pubblicità. Io mettevo le scarpe smesse del mio patrigno.
Leo. era intelligente ma disperato. In classe e a scuola in generale eravamo dei capi, per motivi diversi ognuno di noi tre.
Dall’infanzia mi era restato un sogno ricorrente: a casa mia c’era l’ascensore (non c’era nella realtà) e si illuminava una tastiera in cui i bottoni al posto dei numeri avevano delle figure: a volte erano belle e consolatorie, c’erano dei delfini ad esempio; altre volte erano orribili, nere o con delle figure grigie e anonime.
Verso febbraio abbiamo cominciato a litigare di brutto. Ci incontravamo nei bagni davanti alla nostra classe e ci massacravamo di botte. Tornavamo in classe pesti. C’era sempre qualcuno che vinceva, perché l’ultimo colpo era decisivo e uno si arrendeva. Sempre due alla volta: qualche volta succedeva che stavi facendo un esercizio o un compito, passava l’altro e sussurrava, Leo. ti aspetta al cesso. E aggiungeva, Massacralo, oppure, Vedrai che stavolta ti massacra.
Avevamo imparato bene a fare a pugni, anche perché ne avevamo assaggiati di pesanti e non volevamo né ripetere il dolore né l’umiliazione.
Io venivo dal mio quartiere mezzo periferia e mezzo campagna, cultura del popolo basso. In casa mia non avevamo grandi pretese e stavamo bene così, a me sembrava che fossimo onesti e onorevoli, dotati di un senso della realtà più forte degli altri. Forse fin troppo: i miei alla fine delle medie volevano che mi facessi un diploma utile, da perito o da ragioniere, io invece volevo studiare e ho vinto la battaglia: però il classico no e da quando hai diciott’anni la vita te la guadagni da te.
Me la giocavo così, la mia esistenza tredicenne, su un’altalena fra un’unità sperata e una separazione di tanti me stesso in lotta furibonda fra loro. Era quando trasformavo la lotta in parole o fantasie che stavo bene. Ma ero estraneo a me, ai miei genitori, alla scuola, a Lu. e a Leo. Ero un campione di menzogne, mentivo sempre. Ero sincero solo con i teppisti che frequentavo, ragazzi di vita in una periferia mezza campagna, nella provincia del profondo nord. Ero sincero nelle azioni, mai nelle parole. Eppure poi a pugni, nella mia vita, ho fatto soltanto nel cesso delle scuole medie. Credo che a pugni lì dentro prendevo il mondo che non era il mio quartiere, quello della scuola e delle belle case linde dove abitavano Lu. e Leo.
Ce le siamo dati per qualche mese, fino a primavera. C’era la voluttà e l’entusiasmo di batterci, di sottolineare le nostre differenze, di ribadire i nostri stili e i nostri linguaggi diversi. Non ci parlavamo più, ce le davamo e basta. Tornavamo in classe con i pestoni sul mento e le croste di sangue intorno alle narici.
Poi è finita così, senza veri perché. Facevamo un corso di tennis: Leo. completo fila e racchetta in fibra; io con la mia racchetta spalding di legno, le scarpe blu della superga e le braghette corte del mare. Ci sfidavamo al circolo tennis con quei fighetti che ci guardavano e commentavano pesantemente. Ho vinto i primi due tornei e poi non sono più tornato, preferivo andare ai campi comunali.
Leo. alla fine della seconda è stato bocciato di nuovo, io e Lu. ci siamo perduti per qualche anno, poi al liceo abbiamo ripreso a frequentarci.
FOTOGRAFIA
Ecco, è tornata fuori questa fotografia. Bevo un bicchiere di vino, alla nostra salute, e spero che la notte mi protegga: http://web.infinito.it/utenti/m/mruele/album.htm
TORTURE
La tortura (in occidente) ha le sue radici nello schiavismo dell'età classica e dal Duecento in poi, in seno al ritorno del diritto romano con la rilettura del Corpus iuris civilis e nei tribunali dell'Inquisizione, dopo la pausa dei secoli questa volta per niente bui del Medioevo, in cui la ricerca della verità era affidata all'onore, alla coniuratio, ai duelli e ai giudizi di dio.
Quaestio... ad veritatem eruendam. Nel Corpus, Ulpiano la definiva uno strumento fragile e pericoloso. Perché il colpevole ma duro poteva anche non confessare, l'innocente ma debole dire qualsiasi cosa pur di non soffrire.
Anche la Gehenna ebraica era un luogo di confessioni tormentose (questa l'etimologia). Un inferno.
Poi ci è voluto l'Illuminismo, con la sua equazione cittadino=uomo (borghese, ma efficace), per farla sparire dagli ordinamenti.
Qual è la contraddizione interna all'azione della tortura? Lo stesso rito della ricerca della verità è anche rito della confessione della verità: chi è sottoposto all'interrogatorio è anche colui che deve condurre sulla via della verità.
Io inquisitore ti interrogo sia che tu sappia sia che tu non sappia: qualcosa di interessante per la mia indagine verrà comunque fuori. Può darsi che io inquisitore sappia già la verità, non importa. E poi le sofferenze mondano, purificano. Anche in via preventiva.
Le torture prevedono dislocazione degli arti: è il senso di colpa, la simbolizzazione della contraddizione interna del rapporto inquisitore-inquisito e della fusione dei riti di ricerca/confessione della verità. E poi l'acqua e il fuoco: purificano. E lasciano segni sul corpo: io sono il libro su cui è scritta l'espiazione. E violano i recessi del corpo: non ci sono più segreti, la mia anima può essere letta da chiunque.
La tortura abbatte i limiti di diritti riconosciuti nella cultura moderna dell'Occidente, contenuti nelle costituzioni, nella dichiarazione dei diritti europea del 2000. L'identità intangibile. Il diritto a non essere recluso. Il diritto a non vedere lesa la personalità.
Mi chiedo - oltre all'orrore, oltre alla pietà, oltre all'abbruttimento della sensazione e di questo schifoso tasto delle emozioni che i nostri rozzissimi informatori e governanti premono - quale portato simbolico abbiano le immagini e le storie di tortura di questi giorni. C'è una componente gratuita, sadica, di gioia del dolore e della sofferenza che corrisponde forse a una ridefinizione di valori collettivi (non diversa da quella, certamente meno colpevole, per cui aspetto l'incidente durante la gara di Formula 1, oppure la notizia catastrofica al tg). Ma poi anche il senso di divaricazione profonda tra uomini che non si conoscono, che non si vogliono conoscere, che tendono a negarsi gli uni con gli altri. Poi il ritorno traumatico del corpo, un simulacro che ha perso la sua concretezza, la sua realtà, la sua centralità, la sua presenza.
Tortura, da torqueo "torco, giro".
LA POESIA E' RIPETIZIONE - LA RIPETIZIONE E' POESIA
Ho rivisto Il cielo sopra Berlino di Wenders, in un minicineforum che ho fatto a scuola (poi arrivano Blade runner e Pulp fiction). Quello di Tarantino di meno, ma gli altri due li ho visti, facendo la somma dei due, venticinque volte.
... e c'era quel libro, forse della Salani, di cui non so più l'autore, che si intitolava I ribelli del Missouri, la storia di Jesse James, che intorno ai miei dieci anni ho riletto innumerevoli volte. E poi cosa? I volumi dell'enciclopedia Conoscere. Io Paperino, costellato di macchie di marmellata che schizzava dai panini. E I misteri della giungla nera. E il primo volume della saga di Tarzan di E.R.Burroughs. E i Topolini, tutte le settimane. Più tardi, Al dio sconosciuto di Steinbeck. Anche Uomini e topi. Al cinema, Picnic a Hanging Rock. E Il te nel deserto. E C'era una volta in America. E Koyaaanisqatsi e Powaaqatsi. Con questo gusto fisico dell'incontro nuovo, della rilettura, dell'appropriazione, dell'immedesimazione, della conoscenza totale.
Come fare all'amore, lo rifai sempre.
Se non avessi riascoltato decine di volte Paris dei Supertramp mi sarei perduto, forse anche suicidato. Mi sono fatto salvare dalla ripetizione ossessiva di Una splendida giornata di Vasco Rossi. Mi lascio continuamente cullare dalle Variazioni Goldberg suonate da Glenn Gould.
(Ripeterei certe giornate, per filo e per segno, certi gesti, un capo che si volta a cercarmi, una mano poggiata sull'avambraccio, la tovaglia calda di una birreria di Praga, le dita di mia moglie che percorrono le sopracciglia di mia figlia nata da trenta secondi).
RECENZIJA
Qui è uscita una recensione al libro su Depero, sulla pagina della cultura del "Trentino - Corriere delle Alpi". Il sito dell'editore è www.viadellaterra.com
Dall’America a Rovereto: le lettere inedite
Depero, i suoi States
FUTURISMO PRIVATO Mal di denti, paure e speranze Così Fortunato scrive a casa...
Un viaggio nel privato di Depero. Lo si può fare con Michele Ruele, autore di «Depero, lettere inedite dagli USA e arazzi della collezione ITAS», ViaDellaTerra editore.
di Carlo Martinelli
"Sono dolente per l’estrazione dei denti, se ne sono involati quattro e spero di avere il coraggio di farmeli strappare tutti, cioè gli altri quindici che mi rimangono. E sarà molto meglio una dentiera nuova, perfetta, americana, che quattro nostalgici ruderi europei. Ora la mia voce è molto buffa, soffio e fischio come un gatto tormentato, ma poi avrò un apparecchio che mi ridarà la nota sonorità declamatoria”. Così scriveva Fortunato Depero, uno dei padri del futurismo, in una lettera datata 26 novembre 1948. E spedita da New Milford, Connecticut, Stati Uniti a Gugliemo Macconi, Rovereto, Italia. L’ossessione dentistica di Fortunato Depero, al pari del suo innamoramento - una sorta di estasi - per la lavatrice, la lisciaia automatica, è una delle sorprese regalateci da un libro fresco di stampa e fresco a sua volta. Una piccola perla che conferma il talento di Michele Ruele, roveretano trapiantato a Trento, nel ripercorrere e poi descrivere i sentieri più inaspettati degli accadimenti umani. Cosa ha fatto Ruele? Ha avuto la ventura di mettere le mani e gli occhi su quattordici lettere inedite che Depero scrisse dagli Stati Uniti - tra l’ottobre del 1947 e l’aprile del 1949 - all’amico roveretano Gugliemo Macconi. Sono lettere che testimoniano uno dei periodi più difficili della vita dell’artista. Arrivato da solo negli States (la moglie Rosetta lo raggiungerà, e probabilmente lo salva, nel maggio del 1948), invece della fortuna tanto agognata, trova stenti indescrivibili. Fa la fame, patisce il freddo, piange da solo in un cinema il giorno che gli regalano i soldi per andarci, sbarca il lunario facendo il guardiano alla villa di un assistente del presidente Truman, descrive una New York caotica ed allucinata, non smette i progetti artistici, vende (meglio: svende) quadri e bozzetti. Racconta tutto questo nelle lettere all’amico Macconi, un industriale illuminato (ha fatto fortuna con una ditta di tapparelle di legno,
Clenil Aulin
Biomunil
Fucidin
Peridon
Streptosil
Aspro Aspirina
Tachipirina
Impetex Irudoid
Fastum Tobral
Amox Pulmisan
Buscopan
Flagyl Bentelan
Amen
AVVERBI
C'è, alla fine del Gattopardo, il principe di Salina che muore. L'hanno sdraiato su un divano, in un albergo, dalla finestra si sente il rumore del mare. Lui ormai sta delirando, ma più che la mente a venire meno è il corpo. Si tratta quasi tutto di sensazioni. La mente tenta di tenere un po' d'ordine. ma confonde la cometa di Halley con la cometa di Huxley,perfino le cose che conosce di più gli sfuggono. Si chiede quando ha vissuto davvero nei suoi settant'anni e conclude che forse due o tre, in tutto, non di più.
Senti, Laura, qui mi scrivi che alla fine della sua vita lui trova conforto nel pensiero degli "affetti familiari"... ma se lo dice chiaramente, che ha amato sua moglie non più di qualche mese, che la gioia sono state le avventure con le altre donne... che anche i figli... Sì, prof, ma amava suo nipote, quello sì... Ascolta, Laura, qui ti sei fatta prendere dalla necessità dei luoghi comuni, pensi che uno onesto debba morire pensando agli "affetti familiari" e ci hai piazzato la frase fatta... il contrario di quello che scrive Tomasi di Lampedusa, non ti sembra?... MMhh...
Il principe di Salina crede di vedere nella stanza una donna giovane, vestita da viaggio, di marrone, che aveva intravisto il giorno prima alla stazione. Treno, morte. La morte lo ha sedotto, e lui si concede l'ultima conquista. Amore e morte.
... e poi potevate fare dei confronti, ad esempio con altre morti famose. Il protagonista che muore è un antieroe, è lì con il suo corpo, con i suoi limiti, nudo di fronte alla realtà, senza più finzioni... Quali per esempio, prof?.... Quella di Mastro Gesualdo, o Ivan Ilic... Prof, anche Bazarov in Padri e figli di Turgenev?... Non l'ho letto, può darsi... E Marlon Brando alla fine dell'Ultimo tango a Parigi?... I morti di Joyce...
Vedi, Federica, questa frase qua, dove scrivi "intimamente interiore", c'è una ridondanza, c'è troppa roba... e poi questo avverbio - lasciali perdere gli avverbi.
BANCOMAT
62635... digito ma l'apparecchio risponde con tre avvisi di rifiuto... è che ho cambiato il bancomat da poco, non sono sicuro del numero... ci riprovo, va bene?... 62653... sul 62 sono sicuro, poi c'è quasi sicuramente un 6 di nuovo e poi una sequenza di numeri divisi da 2... faccio così per ricordarmelo... ma non me lo ricordo... senta, non provo una terza volta che magari me lo disabilitano... va bene se passo a pagare nel pomeriggio?...
Per essere sicuro, mi sono memorizzato la cifra nel cellulare, però il cellulare stamattina l'ho domenticato a casa.
Sono nel punto bancomat in centro. Guardo questa specie di abitacolo da formula 1 e lo sfido... 62675... messaggio rosso, minacciosissimo... 62657... niente ancora... bè basta, sennò mi trattengono la tessera...
Potrei telefonare a casa, a mia moglie, che guardi nel cassetto... o sul cellulare... ma con cosa, il cellulare è a casa... c'è bene una cabina in fondo alla strada e una vecchia tessera ce l'ho...
Ho dieci euro nel portafoglio, c'è uno spiraglio di sole, ho ancora venti minuti di ora buca, sono proprio di fronte al mio bar preferito, il bancomat e la retta della scuola musicale possono aspettare.
QUANDO ERO VECCHISSIMO
Racconto qualche storia di quand'ero piccolo, prima della nanna, alla bimba, quando me lo chiede. Mi dice, Mi racconti di quando avevi 3 / 8 / ecc. anni?. Stasera di quando avevo 4 anni. Sono partito con una lunga saga natalizia.
Alla fine, mentre si volta, gli occhi mezzi appesi ai sogni che la stanno chiamando nel loro paese, fa: La prossima volta mi racconti di quando eri vecchissimo?