ESAMI DI STATO 4 (FLASH-BACK)
I bambini crescono bene
rubano sempre, ma non tradiscono mai.
Vorrei raccontare qualcosa a proposito di una grande roveretana, la maestra Margherita Maffei, che in questi giorni, ad 86 anni, è costretta a una infida convalescenza, per i postumi di un incidente, investita da una delle automobili che invadono turpemente le nostre città e la nostra vita.
Ho vissuto con lei buona parte degli anni fra il 1970 ed il 1975.
Allora, circa cinquantenne, era maestra nella scuola elementare di San Giorgio, le cui aule stavano dapprima nell’edificio dell’attuale scuola materna Rossaro di via Telani, e poi giù al “Piazzale”, nel “Casòm”, in fondo a via Prato.
San Giorgio era allora un borgo più campagnolo che cittadino: cento metri ed eri in campagna, invece andare in città era davvero spostarsi altrove. La vita quotidiana si svolgeva nei luoghi pubblici, per strada, al tabacchino della “Malia”, dall’alimentari dell’Umberto e della Iole Ceola, al dopolavoro Enal, dove molti di noi hanno imparato molte cose della vita, a partire dai dieci anni in su; nel piazzale si agitavano le frotte dei figli del boom. Noi del 1964 eravamo davvero in tanti, è stato l’anno con la maggior natalità, in Italia. Eravamo stipati nell’unica classe della scuola elementare, frequentata anche da quattro bambini che arrivavano tutte le mattine con la corriera da Foppiano e da Albaredo, villaggi arrampicati sulle coste di una delle valle più solitarie e scoscese delle Alpi.
Il quartiere era popolare: contadini, operai, molti sfaccendati, tantissima gente che lavorava, artigiani partiti dal niente e talvolta, oggi, diventati molto ricchi. Poco meno di mille persone e tanta, tantissima vita sociale: non tutta positiva, per carità, c’era anche molta ignoranza, c’erano parecchi poveri e poi anche la vita di strada, per noi bambini e ragazzi, ha significato talvolta violenza, eventi risultati in seguito luttuosi, tragici. Ma era un mondo intero, in cui gli scambi erano vivissimi, in cui vigevano regole e valori molto precisi, in cui ci si scambiavano innumerevoli parole, e in cui si imparava, dagli altri, moltissimo. Un posto come molti altri credo, ma si tratta comunque di un mondo che non esiste più.
Un quartiere popolare: dei tanti che frequentavano le elementari insieme mi sono poi trovato ad essere l’unico, poi, a frequentare un liceo, a fare l’università. Non che voglia dire qualcosa, anzi. E rivedo, sempre, come stampati sui muri, quando ci ritorno, i compagni di allora che ho perduto, soprattutto quelli.
La maestra Maffei veniva dalla città, scendeva a piedi da via Paoli, dove abitava in una casa immensamente più bella e moderna delle nostre: portava con sé, in quel nostro mondo minore, i vestiti più raffinati e larghi foulard, un fare che non era il nostro dialettale e sbrigativo. Portava in classe le avventure di Tremalnaik e Sandokan, Tom Sawyer e Huck Finn; una volta ci ha perfino letto una pagina di Moby Dick. A molti di noi controllava se avevamo le mani pulite, la mattina, ed in alcuni periodi una volta alla settimana esaminava le teste che non fossero infestate dai pidocchi. Ci affascinava con l’aritmetica, con la geografia e con le storie del Risorgimento, degli Egiziani e dei Romani. Ci spiegava le Leggi. In quarta abbiamo capito che cos’è la forza della suggestione, e come si distingue l’inganno dalla verità. Sapevamo tutti scrivere bene – che importa poi essere diventati operai, falegnami, contadini, professori, commercianti, ragionieri – redigevamo album di classe, sapevamo esprimere sentimenti profondi, complessi e mai uno uguale all’altro. Gareggiavamo tra noi per essere più bravi; distinguevamo fra sano spirito di emulazione e invidiosa ambizione.
La maestra Maffei disegnava benissimo: con i gessi colorati riempiva la lavagna di paesaggi e ritratti; e ricordo i disegni di alcuni miei compagni come le opere d’arte più perfette che mi siano passate sotto gli occhi. Ci ammoniva a ricordarci, da grandi, come era essere bambini, e a non tradire mai quella nostra età. Ricordo la perfezione e la bellezza delle carte geografiche che ricopiavamo sui quaderni e su grandi cartelloni. Le foglie che andavamo a studiare nella campagna dietro la scuola. E questo per cinque infiniti anni. So che tutto quello che ci ha insegnato ha avuto valore per tutti coloro che stavano in quelle classi, qualsiasi cosa oggi siano.
Sapevo che dipingeva: quando molti anni dopo le elementari ho ritrovato alcune sue lettere indirizzate a Fortunato Depero, nell’archivio del Mart, durante alcuni studi, ho capito che il talento artistico in lei premeva profondamente, e che avrebbe voluto essere davvero una pittrice, rispetto al coltivare la passione così come faceva da dilettante.
Era una donna elegante, mai rabbiosa: noi eravamo talvolta dei piccoli delinquenti, e credo che la sua idea di educazione e di cultura ne abbia salvato qualcuno. Quando frequentavo il liceo la andavo ancora a trovare e mi chiedeva le regole di latino: era fiera che le conoscessi bene e io ero fiero di scoprire in lei quella sapienza. Ho imparato, così, che chi è autorevole sa sempre molto di più di quel che dimostra.
Tutti, annata
ESAMI DI STATO 3
Nella mia commissione c'è un privatista. E' uno studente-contadino. Ha fatto gli esami di ammissione alle classi del ginnasio e poi uno, due, tre alle classi del liceo. L'anno scorso aveva tentato anche il diploma, ma s'è presentato al primo scritto e poi basta. Come si prepara? gli ha chiesto la preside e lui dice che fa qualche corso internet a distanza, di giorno ha le vacche e i campi, d'inverno le sere sono lunghe. L'anno scorso, dopo il primo scritto, ha mandato a dire che gli nascevano i vitelli, non poteva venire. Quest'anno ha fatto il suo esame di italiano, un saggio breve sull'amicizia, poi il suo Platone per greco e infine la terza prova con latino, arte, matematica, scienze, storia. Il suo orale doveva essere sabato, in coda a tutti gli altri. Venerdì pomeriggio ha telefonato: Arrivo non alle 10 ma alle 11, sta nascendo un vitello. Bè, gli abbiamo risposto, poco male, siamo sempre un po' in ritardo, va bene anche alle 11. E' che nasce di sicuro stanotte, la vacca ha già la spinte. Non si preoccupi, venga bene alle 11.
La Sara ha fatto un approfondimento personale su arte e fotografia, l'ha presentato con delle immagini al computer con powerpoint. Ho preso appunti (e dire che la bibliografia gliel'avevo fornita tutta io). Poi dice: andrò in pellegrinaggio a Parigi a vedere i ponti e le strade di queste foto e di questi dipinti, di Degas e Cezanne. Poi durante il colloquio le ho chiesto di leggere qualche verso di Gozzano e di descriverci il ritratto della signorina Felicita, e lei quasi rideva.
Sabato mattina il privatista-contadino ci fa sapere che non può venire, la vacca non ha ancora partorito. Il presidente si ritira nella sua stanza a studiare il caso. Io, da bravo vicepresidente, tengo tranquilli i membri della commissione: Si sistemerà tutto (come, non so). Perché può succedere: uno si ammala o si rompe una gamba: si rimanda l'esame o si va all'ospedale - ma il caso in queste occasioni è semplice. Qui come si giustifica l'assenza del candidato? Con un certificato del veterinario? Boh. Dopo un po' arriva il presidente con un fax del privatista-contadino-allevatore, in cui quest'ultimo chiede che gli si rimandi l'esame, e così la soluzione è che si può fare l'orale comunque, basta che sia prima della chiusura dei lavori della commissione. I quali lavori si concludono martedì con gli scrutini, così prima degli scrutini, martedì pomeriggio, aspettiamo il candidato-contadino. Vacche permettendo.
In provincia di Bolzano c'è la scuola provinciale. C'è anche in Trentino, ma è più blanda. A Bolzano non guardano in faccia nessuno. Si fanno anche i titoli dei compiti di italiano (noi invece abbiamo ancora quelli "dell'Italia"). Ecco il compito di storia di quest'anno (in Italia era sui due volti del Novecento, uno del progresso, l'altro delle tragedie storiche): Novant´anni fa scoppiò la prima guerra mondiale. La sua conclusione causò la divisione del Tirolo tra Austria e Italia. Quali aspetti e tradizioni culturali continuarono a mantenere, anche dopo la separazione, un legame tra Tirolo del nord, del sud e dell´est? Quali conquiste autonomistiche portarono a un riavvicinamento tra le diverse parti del Land? Quali sviluppi europei contribuiscono all´abbattimento dei confini? Riflettete, se nell´Europa delle regioni transfrontaliere è possibile una nuova interpretazione dell´unità del Tirolo.
Quelli dell'altra commissione si sono molto arrabbiati per certi nostri ritardi di venerdì. Va detto che avevamo un paio di casi davvero difficili e che uno dei commissari è a scavalco delle due commissioni. Non sono stati carini, se la sono presa molto e hanno tirato fuori parole cattive. Me non mi sono fatto sfiorare, ma nervoso sì, questo lo ammetto, mi hanno fatto diventare. Così quando la commissaria a scavalco mentre passavo fa, in modo che senta: Vedete, lui (cioè io) chiede ancora la traduzione di latino, all'orale. Mi volto, la mando a quel paese e le dico di farsi la sua parte di esame come vuole e di non ficcare il naso in quel che faccio io. Perché credevo che volesse ancora tirarla lunga con sta storia. Invece mi viene dietro e mi fa: Guarda che lo dicevo perché non lo fa più nessuno, e se non si chiede la traduzione al liceo classico, a cosa serve? Mi rendo conto che ho i nervi a fior di pelle, che le discussioni sulle bocciature/promozioni del giorno prima mi hanno logorato. Le prendo le mani e le chiedo scusa.
Poi, io ho in mente Mario Lodi, un vecchio autorevolissimo maestro di scuola elementare. Diceva che la scuola non serve per bocciare, ma per promuovere le capacità dei bambini. Porto l'argomento al liceo e mi viene di tutto a pensare a certi miei colleghi. (Quelli per cui mi logoro durante gli esami, per cui non dormo di notte e a cui non bado, ma poi ci penso).
E ho questi principi in testa. Giulio Ferroni (Dopo la fine, Einaudi, 1995), ribadendo ciò che molti sospettano e sanno: La didattica (e per ciò che ci riguarda la didattica della letteratura) si è sviluppata come una sorta di ente a sé, un’istituzione separata dall’esercizio effettivo delle discipline, dalla passione per esse e dalla riflessione sulla loro situazione; la direzione da intraprendere, nell’insegnamento, è di non essere stanchi conservatori della tradizione, ma impegnarsi a sostenere il piacere e la passione della lettura, a confrontare ad ogni passo con l’esperienza del presente, con il bisogno di vita dei giovani, l’eredità del passato che abbiamo alle spalle, la sua bellezza e la sua forza conoscitiva, l’ipotesi di razionalità e di civiltà che esso ha costruito. La scelta che si cerca di fare è di non svolgere il ruolo dell’intellettuale che ha delineato Aldo Giorgio Gargani. L’intellettuale che fa cultura, scrive Gargani, parla in realtà per tacere... Agita le parole per stendere il silenzio su determinazioni fondamentali dell’emotività - quali, per esempio, lo stupore, la meraviglia, l’indecidibilità, l’inspiegabilità, il sentimento dell’enigma, il presagio del destino -, la quale, in quanto non viene pensata, cioè trasformata mediante sistemi di rappresentazione armonici e finitari, risulta dispersa e frammentata... Questo intellettuale è la figura di un uomo terrorizzato.
LUNARIO DI GIUGNO
Giugno è il mese che non può esistere. Ha la luce più lunga e i giorni feroci si esaltano, ma il mese è fugace e glorioso, meravigliosamente fuori luogo come un profumo notturno.
Dunque desiderio che si compie, in queste notti brevi, che si voltano con le pagine dei libri di poesie, l’attesa non è mai insoddisfatta perché sappiamo che tra poco dapprima canteranno passeri e fringuelli, poi si riaccende il giorno.
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Lei raccoglie lettere scritte, e ricevute, e molte altre scritte e mai spedite, le rilega con i nastri e le chiude in scatole misteriose. Là dentro gli anni le consumano, si accartocciano, ingialliscono, forse sono già sbiadite, prive di parole, restano solo i fiori secchi infilati in ogni pacchetto o capelli deposti nelle buste. Si sfarina tutto se riapre la scatola e tenta di prenderle in mano.
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«Giugno era il mese che non poteva durare, con le sue brezze così profumate di boccioli che persino i fiori, tremuli e oscillanti, ne erano inebriati».
«Lucy era effettivamente avvocato, ma non praticava più. “I miei clienti erano tutti così colpevole” diceva». Cathleen Shine, La lettera d’amore
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«Dalla parte del torto, in mancanza di un altro posto in cui mettersi».
Piergiorgio Bellocchio, Dalla parte del torto
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«Tra giochi di parole scompare la morte».
Elias Canetti, Il lampo dell’occhio
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Gli disse: «Sono povero come un lampo».
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Le ragazzine si allontanano solo un passo e una dice all’altra: «Sei abbronzata?!», e hanno come un segreto. I due maschi continuano ciechi i loro discorsi seri.
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«Tu quasi viva, più che viva, quasi viva…
… E quasi vera e più che vera»
Andrea Zanzotto
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«Et ce n’est pas que je ne pens sur la guerre, sur la morte, sur le sacrifice, sur
«… la vie dell’Esprit est intermittente. La vie de l’Intelligence, elle seule, est permanente, ouà peu près. Il y a peu de variations dans mes facultés d’analyse. Mais l’Esprit ne considère point les objets, il cosidére le sens qui les noue entre eux. Le visage qui est lu au travers. Et l’Esprit passé de la pleine vision à la cécité absolue…» Antoine de Saint-Exupéry, Pilote de guerre
… E non è che non penso alla guerra, alla morte, al sacrificio, alla Francia, tutt’altro, ma manco di un concetto fondamentale, di una linea direttrice, di un linguaggio chiaro. Penso per contraddizioni. La mia verità è per frammenti, e posso solo considerarli uno dietro l’altro. Se sarò ancora vivo, attenderò la notte per riflettere. La notte adorata. Di notte, la ragione dorme, e semplicemente le cose sono. Quelle che hanno importanza di verità riprendono le loro forme, sopravvivono alla distruzione delle analisi del giorno. L’uomo riunisce i frammenti e ridiviene albero calmo…
… la vita dello Spirito è intermittente. Solo la vita dell’Intelligenza è permanente, o quasi. Ci sono poche variazioni nelle mie facoltà di analisi. Ma lo Spirito non prende in considerazione gli oggetti, bensì il senso che li mette in relazione tra loro. E lo Spirito passa dalla visione piena alla cecità assoluta…
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È arrivata finalmente anche l’ultima rondine dello stormo, quella soffocata da una rabbia cupa d’amore, sta quasi con gli altri ma ha deciso di starsene da parte, per sentirsi più vera. È quella che sta in fondo e non dice mai addio a nessuno. Costruisce da sola il nido, non nello stesso posto dell’anno scorso, perché le altre arrivate prima glielo hanno sottratto.
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Io non ho un cuore, ho una vita intermittente che sta in equilibrio instabile, non può mai fermarsi perché sa che se lo farà nulla, mai, sarà più. Mi sveglio di notte per controllare se l’aria è fresca, se quella pagina del libro contiene ancora le stesse parole che ho copiato sui taccuini durante il giorno. In cucina, nel silenzio, ascolto la mia casa.
ESTENDERSI
Come il frutto che tende al massimo il picciolo, come la perfezione dell'elastico, come le linee immaginarie fra le stelle, come le ghirlande di danza fra campanile e campanile, come il vento: è preferibile estendersi come la pinna nel nuoto, come il naso nel fiuto, come la mano verso il destino. E' meglio che il cuore impazzisca nell'estensione piuttosto che i battiti si facciano frenetici per una pressione, per lo schiacciamento del corpo che cade su se stesso.
INARIDIRSI
Meglio invecchiare avvizzendo, asciugando, dimagrendo piuttosto che marcendo, inzuppandosi, dilatandosi, sfaldandosi. Guarda le due pere dimenticate sullo scaffale in cantina, una disidratata, mummificata e l'altra spappolata: quale modo preferisci per finire?
MUTARE
Meglio cambiare, contraddire, contraddirsi, correre i rischi, affacciarsi sull'ignoto, riconoscere le variazioni piuttosto che rimanere eternamente uguale. In questa vita, almeno.
ESAMI DI STATO 2
Il viaggio finisce qui: / nelle cure meschine che dividono…
Ora i minuti sono uguali e fissi / come i giri di ruota della pompa…
Vorrei prima di cedere segnarti / codesta via di fuga / labile come nei sommossi campi / del mare spuma o ruga.
Diciamoci anche questo: dal 5 di giugno, quand’è finita la scuola per gli studenti, una volta al giorno ho sentito qualcuno dirmi: Bè, fortunati eh, voi, adesso quanto avete, tre mesi di vacanza? Il fastidio non è tanto per la corporazione degli insegnanti, ma di tipo estetico, sono stufo di sentirlo ripetere, tutto qui. Poi non è vero. E se ne ho voglia rispondo: 1) ho 36 giorni di ferie, il resto del tempo sono reperibile, se mi chiamano io ci sono; 2) il tempo in cui non è richiesta la mia presenza a scuola è dai primi di luglio al 31 agosto; 3) un professore che non legge e non studia è un cattivo professore, in luglio e agosto io leggo e studio molto; 4) durante l’anno (e aggiungete pure anche i 4 giorni di Pasqua e i circa 10 di Natale) non posso prendere ferie né permessi, solo per motivi gravi e documentati; 5) guadagno la metà di un bancario medio e di un dirigente della provincia; 7) per avere questo ho studiato come un deficiente e ho fatto dei concorsi difficili; 8) ognuno nella sua vita fa delle scelte; 9) un professore fa il lavoro di studiare, il tempo gli serve per questo; 10) sto facendo gli esami di stato, si fa una fatica che la maggior parte degli altri lavoratori non conosce.
Prof, si può dire “intrattenere una relazione”? Sì, ma è brutto, cambia la frase.
Prof, si può usare “inattingibile”? Sì, ma è brutto, cambia.
Il primo titolo della tipologia B, quella con i dossier di documenti e l’indicazione di redigere un testo sotto forma di saggio breve o di articolo di giornale, riguarda l’amicizia.
Ci sono Cicerone, Verga, Manzoni, Antoine de Saint-Exupéry (senza l’accento, nel documento del ministero), Pavese, Uhlman, Guccini e Raffaello.
Qui l’amicizia è fatta di persone che si raccontano molte cose: “Raccontò anche lui all’amico le sue vicende, e n’ebbe in contraccambio cento storie”.
Mi viene in mente una lettera di Truffaut a un suo amico, e Truffaut si lamentava che i resoconti del suo corrispondente non erano abbastanza dettagliati.
Poi l’amicizia è protezione: “… sembrava aver preso a proteggere un povero ragazzetto… Malpelo se ne stava zitto ed immobile, chino su di lui…”
E poi creare dei legami.
E’ anche una decisione. Uno ha dei modelli e poi trova chi corrisponde a quei modelli (che miracolo è questo?). “Non ricordo esattamente quando decisi che Konradin avrebbe dovuto diventare mio amico… non c’era nessuno che corrispondesse all’idea romantica che avevod ell’amicizia… che comprendesse il mio bisogno di fiducia, di lealtà e di abnegazione, nessuno per cui avrei dato volentieri la vita”. E poi arriva Konradin, e quel qualcuno c’è.
Quei giorni spesi a parlare di niente / sdraiati al sole inseguendo la vita / come l’avessimo sempre capita / come qualcosa capito per sempre.
“E’ notevole l’effetto di immediatezza con cui l’artista coinvolge lo spettatore nel suo personale dialogo con l’amico che Raffaello sembra rassicurare con la sua serafica espressione del volto e con la mano appoggiata sulla spalla”. Nel quadro (Autoritratto con un amico 1518-19, Louvre) Raffaello sta un po’ di dietro, sulla sinistra del quadro,e guarda fuori dalla scena (guarda se stesso che dipinge, si sta guardando in uno specchio), cinge le spalle della figura in primo piano e quest’ultimo si volta sorpreso verso di lui, tranquillissimo. Si guardano come in uno specchio scoprendosi diversi.
ESAME DI STATO 1
Perché la dizione precisa è questa: "Esami di stato conclusivi dei corsi di studio di istruzione secondaria superiore".
Sono arrivato a scuola alle 7.40, con la bici, entrando dalla perta dietro; ma sono uscito fuori all'entrata, e c'erano ad aspettare quelli della mia sezione. Gli dico che sono belli quieti. Bene, ragazzi, facciamogliela vedere. Prof, cosa viene fuori? Montale, dico io. E' tutto l'anno che dico che esce Montale, non serve avere amici al ministero, la previsione è abbastanza facile.
Di sopra, tutti i banchi allungati sul corridoio. La preside con la busta portata dalla digos. Tagliare la busta senza rovinare le buste dell'esame di domani. Il presidente formalissimo. Vabbè.
Così, ecco i temi di italiano. Un plico di nove facciate.
Analisi del testo: Casa sul mare, dagli Ossi di seppia. Montale. Ovvio. Le domande -guida dell'analisi sono molto tecniche..... esponi (in non più di quindici righe) il contenuto informativo della lirica.... con quale scena questa si apre... molte parole indicano il viaggio (o il movimento) e il tempo (o l'immobilità, la fine)... il contrasto che ne deriva... qual è l'elemento dominante del paesaggio...
Ecco, c'è questa domanda che non mi piace: qual è l'elemento dominante del paesaggio e raccogli brevemente i vocaboli che si riferiscono a questo elemento. A parte la lingua brutta della domanda (questo elemento) io penso: elemento = cosa? o elemento =sentimento ? boh, di elementi ci sono il mare, la spiaggia, la casa, la nebbia e le onde... ci sono le radici del tutto, tutte e quatro. Anzi, c'è anche l'eternità, una cosa alchemica, tutti gli elementi più l'eternità. Ma poi, ancora, la domanda continua: C'è anche un secondo elemento che lo accompagna? Questo secondo elemento ha anche un significato metaforico? Ecco, qui c'è ancora la lingua brutta e soprattutto queste domande non si fanno. a scuola (e in generale) ci sono le domande legittime (le vere domande) e quelle illegittime (chi la fa sa già la risposta e può essere una e una sola). D'accordo, se chiedi le tabelline o quand'è stata la rivoluzione francese la risposta può essere (forse) una sola. Ma se c'è di mezzo l'interpretazione no, non vale fare domande così.
Avranno riconosciuto quanto dante c'è in questa poesia di Montale?
Tu chiedi se così tutto vanisce /in questa poca nebbia di memorie; / se nell'ora che torpe o nel sospiro / del frangente si compie ogni destino.
Nella tipologia B - saggio bereve o articolo - gli argomenti sono l'amicizia, la riscoperta della necessità di "pensare", la Costituzione europea, il tempo nella natura nella storia nella poesia nell'animo.
Poi un titolo sul Novecento dai due volti (progresso e atrocità) e un tema generale sulla "legalità".
PERMALOSO
E ieri me la sono presa come un cane rognoso perché mia moglie mi fa: "E' che tu non ci tieni così tanto alla casa come me".
API MORTE SU UNA TORTA DI MIELE*
Mi accingevo a redigere la prima pagina di un romanzo generazionale e che parlasse del nostro tempo: avevo già pronti tutti gli argomenti e il protagonista giusto, un distinto professionista romano – un avvocato, un medico – che durante un viaggio in macchina tra l’Umbria e la Romagna si misura con le sue debolezze, le sconfitte che si agitano nella mente di un quarantacinquenne, il naufragio del suo matrimonio, lo scontento per sé e per il proprio mondo. Lui cinico e qualunquista incontrava però una fresca e giovane studentessa che lo redimeva. C’era già tutto,insomma, restava solo da incominciare.
E allora incomincio, e sono già abbastanza avanti con una bella prima pagina pulita che sembra appena uscita dalla scuola Golden, ma – così mi annuncia l’iconina sulla barra blu – arriva sul computer un email di mia sorella che mi dice che sul sito di yoox c’è un bel paio di pantaloni di Cavalli a costo conveniente, di comprarmeli presto. Cioè, a me Cavalli non mi piace neanche un po’, però mi guardo cosa c’è di Etro, così tanto per risparmiare invece di andare in negozio.
Però mi secca, avevo cominciato il mio romanzo e mi ritrovo in un sito di vendita di braghe e golf. Telefono a mia sorella e le dico Ascolta, ti rendi conto che io ci avrei anche una certa mia missione di scrittore, stavo andando avanti così bene, avevo un bell’incipit dalla sintassi variata e dalle parole ricercate, quel mix preciso fra tecnica e una certa nonchalance che forse mi avrebbe conquistato i lettori dello Strega o gli industriali del Campiello e adesso invece sono qui a scrivere indirizzi elettronici in mezzo a questa paccottiglia colorata. Ce n’è già tanta di gente che compra a vanvera, che bisogno c’è che mi ci metta anch’io?
Bè, mi ridedico al mio incipit, però la concentrazione è quel che è, e devo dire che quasi quasi tiro fuori la carta di credito e quel paio di braghe me le prendo, poi potrei girare un po’ fra qualche blog. No! Fermo! Resisti!
Però mi suona il cellulare, c’è un messaggio della mia amica Sara che mi scrive un sms, Allora, hai ascoltato il cd di Sylvian che ti ho regalato?
Vaccacane, è vero, Sylvian. Lo metto su, forse mi aiuta ad andare avanti col romanzo.
Però la Sara non ne ha abbastanza e mi chiama al telefono, dice che voleva sentire anche la mia voce, che gli sms non le bastano.
Ma Sara, le dico, non ti rendi conto anche tu che stavo scrivendo?
Ma dai, dice la Sara, fai il serio, valà, scrivi qualcosa che valga la pena, che ne so, un bel post per il blog.
Eh?, rispondo, ma se non so mai cosa scrivere…
È andata, penso, ormai non c’è verso, sono rovinato, e mi arrendo. Mi sento come un’ape ghiotta invischiata nel miele sopra la torta. Basta, è andata. Niente romanzo.
Allora scrivo un post, valà.
*Scusate, ho riciclato un post del settembre 2003 - è il palinsesto della stagione estiva.
Il passo di Maraini del post precedente e qualche suggestione delle pagine de Il grande viaggio di Giuseppe Cederna (India e Giappone, dunque) mi hanno fatto scrivere questa cosa (racconto?) che vi posto qui. E' lunghissimo, lo so. Le altre suggestioni vengono dagli scritti di Glenn Gould, in particolare sulle Variazioni Goldberg.
BY LONG DISTANCE
S423 osserva le barche-abitazione ormeggiate ai pali ficcati nel fango, vecchie avvolte in kimoni sgargianti, ragazzini che si tuffano e talvolta riemergono stringendo nel pugno un biscia d’acqua, la sventolano trionfanti.
Il Paradiso è a non più di cinque minuti ormai.
Il ragazzo che guida la barca tiene gli occhi rivolti al cavalcavia che sovrasta le cime degli alberi.
«Poi vi riaccompagno alla macchina?» esclama, appena S423 incrocia i suoi occhi.
«Ci aspetti alla riva, poi decidiamo» dice S423.
Lisa gli stringe la mano: «Albert…».
Lui tenta di sorridere ma gli si tira solo il volto verso le grinze delle palpebre. Si volta di nuovo verso la riva, prima che la smorfia diventi pianto.
Si accede alla loro unità abitativa dalla strada principale, un sentiero lastricato conduce al giardino, dove il terreno un po’ avvallato è difficile da tenere pulito e verde d’erba come impone il regolamento. I mattoni sono ormai rosi agli spigoli. Il blu ereda contorna le finestre quadrate. Il cubo dell’abitazione emana un tanfo indefinibile, d’appassito. I cubi abitativi, tutti di grigio ferro, su una lunga fila che costeggia la strada. Le barriere divisorie color rosso fuoco. Il loro numero è S423.
Un’idea cupa e inevitabile del male grigio sorgeva in Albert quando scendeva nell’avvallamento del cortile lastricato. Lo attendeva il pullman che nel giro di dieci minuti lo avrebbe portato al palazzo delle comunicazioni, poi l’ascensore, e infine il lungo corridoio dalle finestre sospese nel cielo verdognolo di fumi cittadini, fino alla sua scrivania. Il Ministero della cultura infantile programmava trasmissioni pomeridiane ambientate in boschi fatati e castelli d’argento. Lui scriveva i testi delle fiabe interpretati poi dagli attori televisivi. Un lavoro solitario, aveva scelto lui così. Così era solitaria anche la sua vita, al blocco S423, con Lisa e con Assia.
Era con un senso fosco di oppressione e prigionia che scriveva le fiabe. Avevano molto successo.
La barca è pesante, il fondo piatto la rende dura da governare. Lisa si volta di nuovo verso Albert. Albert osserva la riva. La luce scende verticale e bianca sulla nebbia a mezz’aria prodotta dal fiume. Né sereno né nuvoloso. Una rabbia afosa. Sulla riva un vecchio ripara la sponda della barca, un cane nero striscia nella melma, una donna stende un tappeto color albicocca a una stanga contorta. Il movimento della barca, lento, scopre un albero di paan spoglio, dietro il tappeto che oscilla sotto i colpi sordi della vecchia. Una palma, poi, con poche grandi foglie piegate dal vento.
Albert vede il tempo. Il colpo di martello del vecchio che pianta un chiodo nella barca. Il battito di remo nell’onda arancione.
L’ansa del fiume ha prodotto un giardino fetido ricoperto di sacchetti di plastica. Oltrepassato quello, sulla riva si scopre un circo miserabile. Un orso con la catena al piede risponde alle bacchettate dell’addestratore. Il cammello si alza sotto un bambino color bronzo, dal turbante giallo, il bambino lancia prima indietro la schiena per non cadere, poi asseconda i movimenti bruschi dell’animale, giunge il suo urlo squillante. È così lontano. Hanno appeso due trapezi alla distanza di una decina di metri, una bambina dal vestitino bianco fa esercizio volando, sospesa fra la terra e il cielo, è aggraziata anche quando il maestro non la guarda. Albert teme che cada e distoglie gli occhi.
L’uso è di far finta di niente, sorridere. Albert non sa se riuscirà. Si volta verso Lisa, lei sta osservando il circo. Un cavallo bianco, vecchio ed esile, trotta trascinato alla corda da un ragazzo vestito di rosso.
S423 non è costretto come molti suoi colleghi a dimostrare di poter mantenere il posto. Le fiabe funzionano, i programmisti e l’ufficio di controllo le apprezzano, i test hanno dimostrano che piacciono al pubblico. Non fosse così, anche lui dovrebbe sostenere gli esami, che consistono in stage residenziali di una settimana circa, durante i quali i dipendenti devono rispondere ad alcuni test, affrontare prove fisiche per dimostrare le proprie attitudini all’obbedienza e il proprio attaccamento ai principi del ministero.
Il funzionario che ha comunicato ad Albert la conferma biennale del posto di lavoro ha biasimato il suo scarso talento nella competizione e nella ricerca del dominio, ma lo ha esentato dall’obbligo di frequentare gli stage.
Chi non li frequenta -così è la legge – perde però un servizio sociale. Il sorteggio, nel caso di Albert, è caduto sul servizio di vaccinazione di Assia.
Albert e Lisa hanno trovato i vaccini per le malattie più diffuse al mercato nero. Hanno trascurato il vaiolo, ritenendolo una malattia scomparsa.
Le ragazze, a gruppi di tre-quattro, tenendosi a braccetto, con i veli neri sul capo e le yukata leggere e colorate, corrono verso i locali di ritrovo. Oggi è festa e in ognuno è organizzato uno spettacolo, o un collegamento televisivo. Stamane Albert ha scritto le ultime fiabe, verranno utilizzate nelle trasmissioni.
Il Paradiso è qui. La barca tocca riva, affonda nella fanghiglia. Il ragazzo butta una passerella. Assia è avvolta in un lenzuolo marrone, tenuto fermo da dei lacci rosa. Il lenzuolo aderisce al volto, alla collana di fiori di calendola che le hanno messo al collo.
L’indicazione “Crematori bambini”. L’affitto di una lettiga piccola. Il banco con le ghirlande di calendole. Acquistare la legna. Acquistare il cippo bianco di pietra – sotoba. Raccogliere le offerte per il dio Yajitoge. Preparare i compensi per le danzatrici.
La danzatrice più giovane, una bambina, sussurra a Lisa di non temere l’odore del fumo, è buono.
Lisa regge da sola la lettiga.
Da sotto il lenzuolo marrone si scioglie un braccio di Assia, la manina penzola, oscilla e saluta. Ciao ciao.
Una delle danzatrici si avventa per sistemare il lenzuolo e la manina, Albert la ferma.
Il gruppo si assottiglia dove comincia la fila dei forni: sono delle casette senza tetto, dalle basse pareti di mattoni a vista. È già pronto un fondo di ceppi, si sistemerà il corpo sopra e lo si coprirà con la legna comprata all’entrata. Poi il fumo e infine il mucchio di cenere.
Il funzionario ministeriale li attende davanti alla casetta assegnata. Albert è turbato ma dissimula. Il funzionario bagna con dell’acqua limpida la legna. Augura ad Assia il viaggio più sereno verso la sua nuova vita, rinnova l’impegno dei vivi a venerare
Le danzatrici finalmente sciolgono la loro impazienza.
Albert vuole lavarsi le mani, si nasconde per qualche minuto in un angolo dove nessuno può vederlo.
L’unità familiare S423 ha il privilegio del telefono. Albert e Lisa rievocano assieme ai loro amici Ferdinand e Sara le spiagge dell’Atlantico a Honfleur e certe giornate di vento sull’isola di Elgoland, la memoria in interurbana li esalta, vivono così solo di parole lontane, ripetono e variano i medesimi racconti. In piena notte Ferdinand li chiama per raccontare le zolle di terra marrone e nera intervallate a chiazze di neve ghiacciata in Alsazia – la sua “idea del nord” – e gli altri tre sovrappongono dai propri microfoni le loro voci alla sua. Alla fine il saluto era: «We live by long distance, viviamo in interurbana – addio amici, alla prossima».
FOSCO MARAINI
È morto a Firenze, all'età di 91 anni, Fosco Maraini. Era nato il 15 novembre 1912 sempre a Firenze, figlio di due artisti, lo scultore Antonio Maraini e la scrittrice Yoi Crosse. Da sempre attratto dall'universo orientale, Maraini, padre dell'autrice Dacia e di altre due figlie, Yuki e Toni, organizza la sua prima spedizione in Tibet bel 1937 e in seguito si trasferisce con la famiglia in Giappone, subendo anche l'internamento in un campo di concentramento. Tutta la sua vita è trascorsa all'insegna dei viaggi e dello studio sull'Oriente. I risultati di queste ricerche sono riportati in molti saggi, di cui numerosi in commercio, e in alcuni documentari etnografici, purtroppo andati quasi totalmente perduti.
Ecco un passo da Ore giapponesi, ed. Corbaccio (un libro bellissimo da leggere e da guardare).
Naturalmente, siamo andati tutti insieme a visitare la tomba di Hiro. Era una mattina di cielo bianco, non sapresti dire se sereno o nuvolo, come spesso avviene qui in estate; la luce scendeva abbacinante e impassibile sul mondo senza dar luogo ad ombre: una specie di rabbia afosa. La mamma di Hiro mi ha guidato fra la selva dei cippi (sotoba) e ben presto abbiamo scorto una stele di pietra grigia su cui stava scritto in solenni ideogrammi il nome postumo del nostro caro; nome difficile ed assai diverso da quello ch'egli aveva portato in vita, come richiede l'uso di quaggiù. La signora Miyazawa ha bagnato ripetutamente d'acqua purissima il cippo, annunciando a voce alta, secondo la consuetudine, le novità che potevano riguardare il caro estinto, quasi fosse lì ad ascoltare, e dicendogli innanzitutto del mio ritorno: "Namu Amda Butsu. veneriamo il Buddha Amida. Namu Myo-ho-renge-kyo. Veneriamo il Vangelo del Loto della Buona Legge. Il tuo amico Maraini-san è tornato ancora una volta in Giappone dal suo paese di là dall'oceano; tutti ti ricordano sempre, tutti ti vogliamo bene...". Anch'io ho versato dell'acqua con la coppetta di legno. Anch'io ho acceso dei bastoncini d'incenso. Poi ha cominciato a piovere e ce ne siamo andati. Secondo l'uso giapponese bisognava sorridere, far finta di nulla; ma proprio non ci riuscivo. Per evitare una figuraccia ho detto che volevo lavarmi le mani e sono sparito per qualche minuto in un angolo buio del tempio.
LA MANO NELL'ACQUA
Io non so bene come funzioni esattamente questa cosa del tempo
il tempo che trascorre, che si ferma,
quello che c'è fuori,
dentro
quello a forma di soffione tondo e soffi e...
o a forma di pianta di cappero con quei suoi fiori tenaci anche al vento del mare
il tempo
io non so com'è che funziona, so che mi interessa, mi interessa molto, ci penso e ne sono stato ossessionato - oggi decisamente meno. Ero ossessionato dal passato, non capivo il mio futuro. Oggi sono molto "presente". Così, una piccola discussione con un amico di tastiera, Ottavio - lui dice che il presente è come mettere la mano in una corrente d'acqua che scorre.
Non lo so, come funziona. I deja-vu: pare che siano semplicemente delle sfasature dell'intelligenza, non sono loop temporali. Magari lo fossero. Mi interessa quest'altra cosa del presagio del futuro, delle anticipazioni e delle previsioni, la questione delle retroazioni: qualcosa succederà in futuro, e quella cosa influenza il presente, cioè il suo passato. Ecco il gatto: vede il topo: lo vuole abbrancare: non allunga la zampa dov'è "adesso": la sbatte dove anticipa che il topo sarà fra poco, fra il tempo che ci mette la zampa ad arrivare fin lì: è quel che accadrà dopo a determinare quel che faccio adesso.
Ecco, il tempo è una tara.
E come posso prevedere cosa sarò domani? Se la scelta che opero è sensata? Dicono che l'unica soluzione è aspettare - non mi soddisfa. Dicono anche che puoi osservare chi è simile a te e ha già fatto quel che devi fare tu, ti specchi nell'esperienza altrui - mi va già meglio.