SENTO IL TUO RESPIRO CITTA' 2
La signora dal bordo della ciclabile osserva il torrente. Tiene fissa la mano sulla ringhiera, all'altezza del petto. Hanno fatto dei lavori, il torrente passa in mezzo alla città e tutti dal ponte hanno guardato durante i mesi mutare il letto, spostare i ciottoli, costruire argini, posare lastre. Adesso tocca a lei stare lì e osservare, mentre sta tornando a casa. Torna a casa? Se la vedesse suo marito, così intenta, senza pensieri? Se la incontrassero i suoi figli? Andiamo, lasciamola stare, non voltiamoci a cogliere il momento in cui si riavvia.
Nel bar più fico della città c'è un gruppo di studenti inglesi che schiamazza, seduti sulle seggiole oltre il marciapiede. A un tavolino ci sono un avvocato in pausa pranzo e un amico, la cameriera nel posare le birre si fa scivolare il vassoio, se le versa sui jeans e sparge il marciapiede di vetri. L'amico dell'avvocato si fa pulire le scarpe macchiate con dell'acqua minerale.
Le panchine si riempiono di badanti polacche che parlano fitto, sotto il sole, alle tre del pomeriggio.
Gli anarchici in piazza mandano la musica a chiodo, davanti al tribunale. I loro compagni in prigione la sentono. Tutto intorno alla piazza non ve lo dico, le vedete da voi le camionette blu.
In una libreria, sullo scaffale verso l'angolo, c'è la copertina di un volume di biologia, Il benevolo disordine della vita.
LUNARIO DI LUGLIO
Luglio è di sogno, è giovane, ha vent’anni. È forte e avventuroso, una promessa di realtà, la stai per assaporare. È il tempo che ti accorgi di stare nella condizione più vera, di cui la realtà apparente è solo un pallido riflesso – così è ella letteratura, così delle passioni, così di tutti i racconti. Dicono gli psicologi che si vive sempre proiettati nel futuro vicino, spostati da sé: ebbene, tra il presente e il futuro che si anticipa c’è una fascia di realtà, ed è luglio. Tutto cresce a luglio, fino a un parossismo: il grano, il calore, il desiderio di sfuggire alla realtà apparente.
«Nessuno ride in sogno».
«… oh, e per quanto questa vita intera appaia un naufragio e sia un naufragio, insabbiata fin dall’inizio nell’impotenza, per sempre ed eternamente condannata al naufragio perché nulla al mondo può aprirsi un varco attraverso la selva, nessun mortale scampare alla fitta boscaglia, poiché, nel suo immoto vagare, legato alla disperazione e al caso, egli resta prigioniero di tutta la terribilità dell’errore, oh, nonostante tutto questo, nulla è accaduto senza necessità, nulla accade senza necessità, poiché la necessità dell’anima umana, la necessità del compito umano vince ogni accadimento, persino la via sbagliata, persino l’errore…»
Hermann Broch, La morte di Virgilio
***
Oggi assisto a questa scena. Ferma al semaforo, un’automobile, i finestrini abbassati. Lei legge a voce alta prima mi sembra un giornale, poi realizzo che si tratta di un libro, ma mi pare di quelli popolari, dalle copertine di cartoncino floscio e colorato. Non sento, perché i rumori coprono tutto. Il libro ha colori sgargianti e molta scrittura sulla quarta di copertina; è fatto di brani brevi, umoristici. Vedo il titolo non di quello che sta leggendo, ma dell’altro sulla pagina accanto: una cosa come Credevo fosse la mia sposa invece era un pasticciere negro o così… Lei legge a voce alta. In una macchina di categoria popolare, anche lei, una Ford Fiesta. Penso che stia leggendo per un’amica: queste sono cose che fanno le amiche, nei pomeriggi d’estate. Faccio le mie manovre con i piedi e avanzo di mezzo metro, e allungo gli occhi. Voglio vedere l’altra. Ma è un uomo: suo marito, il suo fidanzato… In braccio a lui un cagnetto marrone, che si arrampica sul vetro del finestrino laterale. Verde. Ripartono. Penso che era una scena felice, che loro erano felici. Penso che vorrei essere così, che mi basterebbe essere il cagnetto marrone che raspa sul vetro e sbatte il capo sul volante. Che vorrei essere quella cosa che ho visto. Forse la verità è diversa.
Prima, ho accelerato molto per arrivare al semaforo, perché ho dovuto superare un furgono fumicoso. Dopo, sono ripartito in un’altra direzione. Non mi sono premurato di nascondermi mentre osservavo, ma comunque loro non mi hanno visto. Mi rendo conto di quest’atto di voyeurismo. Di solito ritengo insopportabili quelli che al semaforo scrutano nelle automobili. Si sa, lettura e voyeurismo sono simili.
Poi penso a mia moglie e ai giornali che ci leggiamo quando uno dei due guida.
Ho terminato una giornata di esami, ho chiacchierato con qualche mio studente. Sono addolcito e sovreccitato, come quando finisce la scuola ma c’è ancora l’esame da fare. Mi sono lasciato lambire da attese, da ricchezze di vita.
Ed è un caso che torno a casa sperando nel profondo di trovare della posta per me, delle parole nuove, che qualche amico mi abbia scritto?
Sul letto, in camera, un regalo di mia moglie, un libro di uno dei miei scrittori preferiti.
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Una parola. Serendipità. È più bello l’inglese, però. Serendipity. (Sarà che la sciocca tronca italiana non ha possibilità di eccellere sullo scivoloso sdrucciolo dalle consonanti rapide). Una parola misteriosa e armoniosa.
Trovare una cosa cercata e non prevista mentre se ne cerca un’altra. È anche un tecnicismo scientifico: trovare nel corso di osservazioni empiriche dati o risultati imprevisti da una teoria o contrastanti con essa, ma di importanza fondamentale.
Pare che derivi da un antico nome dell’isola di ceylon (Horace Walpole ha scritto I tre principi di Serendip). Era un’isola mitica, Taprobane, terra di chimere. Sulle mappe antiche – Tolomeo, Mercatore, Valentyn, Mortier e Heydt -, quelle disegnate da viaggiatori e studiosi, assume di volta in volta forme diverse.
«… Ameba, poi un grosso rettangolo, e infine l’isola come la vediamo, oggi, un orecchino che pende dal lobo dell’India. Tutt’intorno, un pettinato oceano blu, con tanto di delfino e cavalluccio marino, cherubino e bussola… le mappe rivelano le dicerie della topografia, le rotte dell’invasione e del commercio, la folle, confusa indole dei racconti di viaggio emerge da tutti i documenti arabi, cinesi e del medioevo occidentale. L’isola sedusse l’Europa intera. Portoghesi. Olandesi. Inglesi. E così come la sua forma, pure il suo nome cambiava – Serendip, Ratnapida (“Isola delle Gemme”), Taprobane, Zeloan, Zeilan, Seyllan, Ceilon e Ceylon – sposa di molti matrimoni, corteggiata da invasori che vi approdavano e ne usurpavano il possesso con la forza della loro spada, della bibbia o della lingua…»
Michael Ondaatje
«Vidi su quest’isola uccelli con due teste grandi come oche… e altri prodigi di cui qui non dirò»
Oderico (frate francescano, XIV sec.)
«Ma bella più di tutte l’Isola-Non-Trovata:
quella che il Re di Spagna s’ebbe da suo cugino
il re di Portogallo con firma suggellata
e bulla del Pontefice in gotico latino…»
Guido Gozzano
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Lei disegna un cerchio, poi lo riempie d’inchiostro e lo fa nero. E poi asticelle che si staccano dalla circonferenza. Un sole scuro, uno scarabeo vagante e distratto nel cielo bainco della pagina.
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E un giorno il letterato ha la visione,