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31/08/2004

MARCO GIACHI IN MONTAGNA 2 - EUGLENA

Sono stato in montagna, in questi giorni. Nella camera dell'Hotel Flora nel paese di *** nella val di *** c'era una cassapanca. Sotto la carta a cuori rossi c'erano dei fogli. Sembra il diario di un ragazzino, è firmato Marco Giachi. Era lì da qualche anno, si parla ancora di lire, di fatti degli anni 90 e di una moda di quegli anni. Mi sembra un documento interessante. Ecco qua.

              (E due ricordi che ha già rivissuto migliaia di volte rammenta di avere. Il primo: all’asilo le suore gli insegnano ad allacciare le scarpe, ma non c’è niente da fare con tutte quelle cordicelle che si attorcigliano sulle dita e quei fiocchi che sembrano l storte e mosce, e allora gli arriva una sberla o gli mettono i guanti neri e gli altri bambini hanno le scarpette rosse con la stringa di stoffa e il bottoncino automatico. Il secondo: il giorno di Santa Lucia, tredici dicembre, felice al pensiero dei regali a casa, le macchinine di plastica colorate, trovate la mattina al posto del sale e della farina gialla lasciati sul poggiolo per sfamare il povero asinello ghiotto della santa, suor Teresa annuncia l’arrivo di lei, della Santa Lucia, e ammonisce di ricordarsi dei bimbi poveri, e la Santa entra, senza occhi in viso e con un piattino con due palline che sono i bulbi degli occhi e il piccolo Marco grida).

            Grida di legno vi seguano, suore.

 

            Ama al buio trovare al primo tocco interruttori o penne abbandonate sul comodino, sveglie o maniglie. Chiudere gli occhi e sapere le distanze. Toccare. Ma: «Molti conoscenti, molti guanti», ammonisce Baudelaire. Tende a perdersi in labirinti di parole a dimensioni plurime che gli viaggiano nel cervello. Forse chiedi perché; non so, ma sento che accade.

            Ama le finestre aperte. Grazie a dio i genitori hanno concesso a Marco una stanza tutta per sé (legno dappertutto, nella doccia no, però, e nemmeno il materasso) e i battenti sono perpetuamente spalancati. Però a sera Marco serra le imposte di legno dell’impannata. Vola una falena. Lampada del comodino, soffitto, armadio è un tragitto che si ripete in un arzigogolo di linee nell’aria. Piccoli tonfi secchi, sfrigolii contro il muro. Marco non vuole essere toccato; la brucerebbe, potesse. «Se dormo con quella cosa in camera poi vola e mi si infila in bocca» pensa. Pigliarla in mano non se ne parla, e poi le farfalle se gli tocchi la polverina che hanno sulle ali non volano più, anche questa controfarfalla grigiotopo orrenda e pelosa, il rovescio di un angelo, un grumo di gromma, il corrispondente visivo del rumore di ossa che scricchiolano, un pingue salsicciotto di pus, il lato oscuro dell’araba fenice. Allora, quand’è sicuro che non si muova, le stende sopra un asciugamano, ce la avvolge dentro e poi la sbatte oltre il davanzale; guarda di essere sicuro che sia fuori. Richiude in fretta.

 

            I nostri tentativi e metodi di conoscere il mondo e il suo corso valgono meno dei calcoli di un bambino compitati sulle dita.

 

            Dita di legno i rami dei larici e degli abeti rinsecchiti dalle larve parassite, coperte dal velo bianco della processionaria, resi scabri dalle piogge acide. Rami bagnati, viscidi, morti, caduti nel muschio. Lo stesso impasto putrido che ha ora nel piatto, a cena. «Mangia le verdure lesse, Marco, su». «No, mamma, ho i denti di legno, non le posso masticare le carote» dice lo sguardo implorante. Non parla, guarda, anche perché certe consonanti suonano davvero male pronunciate con i denti di legno, e Marco ha una dignità da difendere. Lo sentisse la mantovana/Ophelia/Euglena, poi, per caso, in quello stato.

 

            Moltiplicato e annullato, Marco Giachi mangia il gelato in fretta, fin quasi a spaccarsi con il freddo il setto nasale.

 

            Spettacoli straordinari sullo schermo delle palpebre abbassate. Altopiani che si alzano e si abbassano come un’onda impietrita, e verde e azzurro e l’irto dei pini.

            Marco giace, sull’impiantito di legno del solarium. Telo mare/tennis: c’è sdraiato sopra. Le linee delle assi di legno sotto le costole. Linee verdi e blu nel tondo del globo visivo; losanghe viola, tetraedri sfarinati. «Più nulla intorno a me, solo io e il tuo canto e tu, uccellino che canti» pensa e cerca di stabilire dov’è precisamente il fringuello. Rialza le palpebre, abbandona le tenebre; l’uccellino è là dove Marco ha pensato. Vola via. Ciao amico, tu come lo vedi lo sporco mondo? A volte lacrime di tenerezza mollano le gote sbarbate. Odio e amo, tu forse chiedi perché; non lo so. Lo saprà l’iddio onnipresente che ci sta sognando. Chiude le palpebre anche lui e noi siamo le particelle che compongono le strisce di colori nei suoi enormi occhi attraversati dalle galassie. Fosfeni divini. «Canta, lucherino, vola e poi posa» pensa Marco. Un lieve vento fa refoli attorno alla sua inquietudine; spera, come i passeri, di trovare i colpi d’ala che lo tengano in quota, che tengano in quota anche le cose sulle quali passa. Onde di pietra, le montagne, animali addormentati, nido del dio onnipresente, scintille di qualche sua terminazione nervosa, volo cristallizzato – se ruoti l’orizzonte – sul mobile celeste.

            Da sdraiato, Marco poggia la nuca su un’asse lunga – cuscino di legno -, la stessa sulla quale a pochi metri imprime leggero peso il capo di lei, la mantovana/Ophelia/Euglena. Che sia conduttore di pensieri il legno? Un circuito fra sé, lei, il legno; non saranno mica isolanti i teli di cotone? Quale elettricità muove i serpenti luminosi sull’iride serrata, la stessa sua? Ma sono domande che Marco già chiude in un angolo del suo docile intelletto; Marco Giachi, udendo l’anta di uno scuro sbattere, apre gli occhi e capisce che sta per arrivare un temporale: l’orizzonte vicino disegnato dai monti è corrusco di lunghi lampi. Aria elettrica. Si guarda attorno, non c’è più nessuno.

 

            Stelle stelle fragili facelle, che cosa siete stelle, che disegno imprimete sul profondo blu, luccioline inani, lucherini vani…

 

 

 

 

 

 

 

postato da: mics alle ore 09:40 | link | commenti (12)
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29/08/2004

MARCO GIACHI IN MONTAGNA 2 - EUGLENA

Sono stato in montagna, in questi giorni. Nella camera dell'Hotel Flora nel paese di *** nella val di *** c'era una cassapanca. Sotto la carta a cuori rossi c'erano dei fogli. Sembra il diario di un ragazzino, è firmato Marco Giachi. Era lì da qualche anno, si parla ancora di lire, di fatti degli anni 90 e di una moda di quegli anni. Mi sembra un documento interessante. Ecco qua.

Marco ha letto le Lettere alla fidanzata di Fernando Pessoa. Ha pensato di chiamarla Ophelia, la Mantovana, invece che con quel soprannome da film neorealistico. Ma è fedele al già noto e ai primi impulsi, Mantovana resta.

Applica l’esercizio zen di imprimere nella memoria ogni particolare della scena in cui è maschera e nessuno, chiudere gli occhi e cancellarli uno ad uno, fino al nulla. A volte, se non è prima costretto a rialzare le palpebre distogliendosi dall’orrido vuoto, riesce ad isolare sé e basta; a volte rimane solo il pensiero, a volte nemmeno quello.

Gli scivola in mente la voce dei LaCrus. Sta arrancando sulle pietre di un sentiero che percorre un lungo tratto di crinale, e si sente stagliato contro l’azzurro del cielo sereno. Una figurina ritagliata e messa di fronte a uno schermo a bloccare la luce, che diventa ombra e il nero è la sua presenza; lui è invece una figurina ritagliata nell’aria, la sua trasparenza lascia passare il celeste e la sua assenza è presenza. Per un attimo, a questi pensieri, è assai leggero. Leggerezza di legno.

Pensa a quanti hanno pestato dove lui ora poggia lo scarponcino. Le onde dei versanti gli danno la vertigine, perciò limita lo sguardo ai suoi piedi sulla stradina, che divide il culmine di questa massa di pietra che lo sospende. Quanti km di roccia, quanti milioni di anni sotto di lui? Perché è lassù? Perché questa pesantezza nei muscoli delle gambe? «Acido lattico, no, che altro?» così fa il cinico. È che sta bene e anche male.

«Dietro la curva del cuore». Sale lo sconforto.

Resistere; pensa: «Vinci la paura, esprimi lentamente concetti esatti, parola per parola: “Euglena: organismo unicellulare liberamente natante mediante flagelli diffusi, né vegetale né animale, provvisto di organulo fotorecettore, derivato dal greco éuglèmos, cioè ‘dalle belle pupille’”».

Che ci fa lassù? Che cos’è questa massa di pietra che lo sospende? Che ci fa lì invece di liberamente natare, né vegetale né animale…

 

Pavimento di legno. Scricchiola.

 

«Che cosa gradite, budino al cioccolato, strudel, mele?» fa la cameriera. Pèsca, palla di fuoco, polpa di desiderio, immagine simmetrica, due e più in uno. Anima. Nòcciolo di legno.

 

Scricchiola. Allora c’è un peso sopra: sono io. Allora ci sono. Grazie, legno.

 

Nella sala da pranzo Marco dà le spalle alla Mantovana/Ophelia/Euglena. Lei sta al tavolo accanto al suo, per un azzardo cieco e provvidenziale del destino. Ha tentato con goffi sotterfugi di prendere il posto di sua madre, che sta di fronte, ma anche la mantovana è girata di spalle rispetto al suo tavolo. Perciò preferisce la posizione di prima, almeno le è più vicino. Trenta centimetri, quaranta la massimo fra le loro schiene. Chiude gli occhi per cercare di colmare quel vuoto con qualcosa; desiderio, per esempio. Spinge il peso sullo schienale alzando le gambe davanti della sedia, ma non è un buon modo. Neanche stare a tavola come un contorsionista, dice sua madre.

Speriamo non abbia sentito; esclude di ascoltare eventuali commenti della ragazza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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28/08/2004

MARCO GIACHI IN MONTAGNA 1 - LE MONTAGNE VERDI SONO BLU

Sono stato in montagna, in questi giorni. Nella camera dell'Hotel Flora nel paese di *** nella val di *** c'era una cassapanca. Sotto la carta a cuori rossi c'erano dei fogli. Sembra il diario di un ragazzino, è firmato Marco Giachi. Era lì da qualche anno, si parla ancora di lire, di fatti degli anni 90 e di una moda di quegli anni). Mi sembra un documento interessante. Ecco qua.

Albergo in montagna. Legno sui pavimenti, gerani, finestre che danno su pendii solatii e marghi aprichi, legno alle pareti, grappa al mugo, solarium, scarponcini da trekking colorati, legno ai soffitti, mountain-bikes, felpa e la sera se fa freddo bourbor blu, cosce arrossate dal sole che in montagna non lo senti ma batte, settimane enigmistiche e gente, legno in bagno, profili di monti in fuga romantica con successione tridimensionale degli orizzonti, silenzio quando i bambini non strillano, per fortuna la doccia ha le piastrelle, ma le carte trentine non distinguo le spade dai bastoni che asso è quello lì perché non usiamo le milanesi?, mappe militari superparticolareggiate di sentieri avvallamenti altimetrie, grappa alla ruta, legno in garage, arnesi contadini antichi nella hall, grappa alla pera (williams), prati, sul letto i piumini bianchi e rossi con le strisce di cuori e omini diomio, balconi di legno, vacche, invicta, le cartoline, fienili, staccionate di legno, acrocori e crochi, grappa alla pesca (ghiacciata), abeti, uno di Roma con la passat ieri si infila fra due muretti di sassi a secco la riga da cima a fondo specchi esterni penzoloni, aria (buona), alberghi di legno (altri oltre quello dove sta Marco), fiori di prato nei vasetti di vetro, canederli, grappa al mirtillo, ramino, il Parma ha comprato Stoichkov e lo presenta al raduno, seggiole di legno (stile gardena), grappa all’ortica, poster dell’apt, piccozze periscopiche superleggere, thinkpink/napapijri, speck e cetrioli, legno in ascensore, mi attaccano le mani di resina, lunch-packet se a pranzo si è fuori in escursione avvertire la gestione la sera precedente, zuave di velluto, grappa di chardonnay (bianca), sdraio (duemilacinquecento lire l’ora), fioriere ricavate da tronchi scavati, i bimbi frignano, porte di legno, grappa alla menta, legno negli spogliatoi e legno nella sauna, grappa alla salvia, divani di legno, grappa al peperoncino, attaccapanni di legno, grappa all’albicocca, piatti di legno (per speck e salamino), grappa al rododendro, aria (frizzante al mattino), la colazione è il pasto più importante, formaggio di malga, cassetta della posta di legno (azzurra, con un cuore dipinto sopra, il rosso si è sbiadito), lo sguardo si assuefà alle linee ondulate, cataste di legna (per le stufe, d’inverno, cioè da settembre a maggio), grappa alle pigne, picchi innevati, una fascia di abeti poi prato poi roccia scabra, aria (pungente alla sera), scalini di legno, borracce, donne dai polpacci ipertrofici glutei allargati, uomini panciuti nelle camicie a scacchi di flanella; legno, grappa.

Marco Giachi, diciassette anni, giovane italiano cuore sensibile animo attraversato da venti di cocenti passioni, in vacanza (per papà la montagna è un toccasana, lassù si distende è un altro mondo c’è l’aria buona non come a Roma).

Cocacola (in bottiglia, quella in lattina fa schifo). Giù in gola. Marco sta affondato nella sdraio sul solarium. Lettore cd a manetta negli auricolari. Peter Gabriel. «Princess, you may like it». Mica tanti i diciassettenni che ascoltano Peter Gabriel. Un vecchio disco del vecchio Peter Gabriel. Marco Giachi è un diciassettenne anomalo, dice lui. Come tanti altri, però anomalo. Ascolta Peter Gabriel, tanto per dirne una. Sa tutto del folk irlandese e dei cantautori dell’Indocina. Passa la notte in treno per andare con il suo amico Prospero al festival del fumetto di Lucca. Ha visto e gli sono anche piaciuti spettacoli di teatrodanza , di Kazu Ohno e di Pina Bausch. Va anche allo stadio, però, per la Roma. «And in this moment, I need to be needed, whit this darkness all around me, I like to be liked; in this emptiness and fear, I want to be wanted; cos I love to be loved».

Vale la pena, per capire Marco Giachi, di insistere sulle passioni, che, dice lui usando proprio questo verbo, lo devastano. Gli piacciono i particolari, che non sempre riesce a connettere in una trama sensata. Ad esempio la barbetta a mosca di Tom Waits; le variazioni Goldberg interpretate da Glenn Gould; una sola frase d’un romanzo; l’asse di legno spezzata sulla parete perlinata. Non sempre sa pienamente dominare i propri pensieri. Men che meno affetti del cuore e moti dello spirito. Ci sono momenti, momenti, in cui succede di dominarli, di viverli e vederli allo stesso tempo, allo stesso tempo. Ma non sempre è così. Anzi, quasi sempre non è così.

Beh, ci sono delle coincidenze, questo sì. Si può anche cercarle. Senza barare però: coincidenze non fingo, dice a se stesso giocando al filosofo. Si può trovarle: ce ne sono tante, a cercarle bene.

«Sì, ecco, perfetto: adesso, mentre sento questa canzone, Love to be loved, arriva la mantovana sul rampichino» pensa. La guarda. C’è. Eccome. L’ha vista scendere da una fiatmarea targata Mn, la mantovana, magari non è nemmeno di Mantova. Non lo sa. La guarda. Vorrebbe chiudersela negli occhi chiusi, come un’istantanea. Ma al dilemma della scelta fra trasformazione in memoria della visione e fuga disdegnosa nel foro interiore, entrambi gli esiti presupponendo la chiusura dei canali di percezione visiva, opta per l’esperienza viva e diretta. Amerebbe poter vivere e ricordare e desiderare in un unico accumulo, ma non è sempre così. Anzi.

La mantovana il racconto non dice come si chiama (la sorella di Marco Sabrina); si sa degli occhi trasparenti, dei glutei tondi nei levis, della grazia sulla mountain-bike e del gesto lieve di cambiare i rapporti shimano, non molto più. La ragazza smonta dalla bicicletta nel piazzale sotto il solarium, una gamba dei pantaloncini le è rimasta un po’ appiccicata sulla coscia. Marco ora chiude gli occhi. «In the blood of Eden, lie the woman and the man, with the man in the woman and the woman in the man». Il negativo del sole impresso dietro la palpebra si muove spostandosi in diagonale dal basso verso l’alto. Lo segui senza guardarlo. Il pavimento di legno del solarium rilascia una fascia orizzontale di calore – cocacola calda. Marco allunga una mano, senza riaprire gli occhi, tentando di raggiungere il bicchiere senza vederlo. Vetro tiepido in mano. «Se stendo il braccio verso il piazzale – pensa – la posso stringere». Sente una riga di sudore allungarsi sotto la maglietta e la pelle farsi molto calda. Finisce la musica, ecco il ronzio del motore di una falciatrice prenderne il posto; rumori isolati. Scatta lo stop automatico del lettore cd. Riapre gli occhi. Ciao luce, ben ritrovata. Piazzale, staccionata di legno, sedili di legno deserti. Richiude le palpebre, ma non è la stessa cosa di prima. Le tiene serrate. Quiete. Cocacola trenta gradi niente più bollicine sul palato, in gola, poi non la sente più. Denti allappati. Rubesco, incoativo, terza coniugazione, “incomincio a diventare rosso”. Classe 3a scientifico E. Verbi latini di legno, grappa ai desiderativi. Cosce della mantovana quinta declinazione, la più delicata. Palline gialle e rosse si incrociano dietro le palpebre.

I bambini frignano, qualcuno ha acceso la tv sul mobile di legno; fine dei pensieri. «Vedrai placidi verdi pendii, mantovana, e si appiattiranno per te, se agisci sul cambio, ruotino grande dietro, piccolo davanti» conclude Marco Giachi riaprendo gli occhi sullo sporco mondo. Le montagne verdi sono blu.

postato da: mics alle ore 00:35 | link | commenti
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18/08/2004

DOPOLAVORO ENAL 1

Storie degli anni 70

 

VECCHI E GIOVANI

 

Al biliardo giocavano due coppie: Schönsberg e Luzzi contro Rossano Brazzi e Cèola.

I due giovani - Schönsberg e Luzzi – avevano già finito le quattro biglie e gli altri due ne avevano messa giù soltanto una. È che avevano provato tre volte a tirargli per fare il filotto e gli era venuta una volta e basta. Erano andati sopra, ma se gli altri con le loro tre facevano più di trenta, perdevano.

Era possibile. Difficile, però.

C’era un sacco di gente intorno al biliardo delle boccette – perché guai a giocare a altri giochi, non c’erano neanche le stecche, il panno del biliardo era delicato come le tette delle móneghe[i] – e siccome dalla parte in fondo c’era anche una finestra che dava sul cortile delle bocce, si affacciavano anche da lì. Mi ricordo bene il Lumaca e il Fiorini..

Il Schönsberg aveva appena sbagliato l’ultima sbocciata.

E allora dice al Rossano:

«Dài, vecio».

Il Rossano aveva due biglie bianche in mano, le remenava come i saggi buddisti. Guarda freddo il Schönsberg e fa:

«Tói, popo, ‘scolteme mi: gh’è tré sort[ii] de veci: la prima l’è quela dei veci che vecia…»

Tira con le tre dita che ha – le altre due sono restate sotto la circolare della segheria -, sboccia una rossa che va dritta sul castello. Dieci punti.

«…po’ gh’è i veci che vecerà…»

Tira sulla biglia rossa più difficile, quella restata contro il bordo, evita lo sfaccio e la fa andare sul castello anche lei. Dieci punti.

Fa un gesto perché l’ultima biglia ce l’ha il Ceola.

Il Ceola spia bene il diamante, tira una sleppa che fa quattro sponde e fa andare anche la terza sul castello. Dieci punti.

«.. e infine gh’è i veci che veciava [iii]».



[i] móneghe = monache

[ii] sort = tipo; tré sort = tre tipi

[iii] per una comprensione perspicua, ricordare che il livello scritto trae in inganno e che il dialetto è lingua essenzialmente parlata: notare bene, quindi, l'omofonia umoristico-derisoria fra veciava e ve ciava.


postato da: mics alle ore 15:49 | link | commenti (12)
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17/08/2004

Fosfeni

Fuochi e sogni

                 Questo mondo è

                sogno? o realtà?

                                   Realtà

                e sogno insieme

                poiché è e non è.

                (Budda in Kokinshu XVIII,10)

 

 Se tutte le parti del mio corpo si mutassero in lingue e ogni arto parlasse con voce umana, comunque non direi nulla di degno... (Gerolamo, In memoria di Paola, V sec.)

 

            

               Se tutte le parti del mio corpo si mutassero in lingue...

 

            Penso a una città in cui a ogni svolta d’angolo per caso, destino o fortuna si possa godere dell’aprirsi di paesaggi nuovi e sorprendenti. È quanto accade pure nella città del sonno, quando una svolta immette in un sogno. Ed è la realtà: tra volontà ed evenienze, tra esistenza individuale e dinamiche universali, poche volte si può godere della coincidenza di desideri ed avvenimenti; poche volte accade che una memoria si sveli alla luce dell’accadimento presente, che un desiderio non espresso si riveli con la sua soddisfazione. Diciamo pure che ciò – per me - accade con la letteratura, e in particolare con quel concentrato di letteratura che è la poesia. Accade cioè quando reale e possibile si intrecciano; quando ragione e immaginazione insieme danno una visione unica. Difficile da dire, ma desiderabile.

Di entrambi gli occhi unica è la visione: nel frammento 93 del suo poema sulla natura, Empedocle di Agrigento suggeriva, oltre a un dato scientifico e naturalistico, proprio questo: la realtà, quella visione unica che è la realtà, è prodotta da due sguardi che si fanno uno: due occhi; due facoltà. Entrando nell’ambito del giudizio, viene da ricordare quel Leopardi dello Zibaldone che teorizza la “doppia vista” e sostiene essere la realtà brutta, bella la visione della memoria/desiderio e dell’immaginazione; però inscindibili e perfino permutabili, come ironicamente ci fa sperimentare ogni volta che rivediamo in un suo famoso canto gli olimpici augelli far festa (evidentemente finti) molto vicini alla selvatica gallina che ripete il suo verso (evidentemente vera).

Ma chi immagina si avvicina a ciò che la realtà dell’occhio ragionevole non possiede. La divinità, la morte. Immaginare un incendio dentro di sé o il passaggio in un incendio – passioni, poesia, entusiasmo, euforia, malinconia, ambizione, depressione, slanci religiosi, manie – significa prepararsi a un destino. Riprepararsi: essere una salamandra, l’araba fenice. Immaginarsi falena.

Ecco che ne dice Carl Gustav Jung ne Il canto della falena: si tratta dell’immagine di un piccolo essere caduco… che, in patetico contrasto con l’eternità degli astri, agogna alla luce imperitura.

E ancora, sull’andirivieni impazzito dell’insetto attorno alla lampada che lo brucerà: Il desiderio appassionato ha due aspetti; è la forza che tutto abbellisce ma, all’occasione, tutto distrugge… la passione è una sfida al destino e provoca l’irreparabile. Spinge innanzi la ruota del tempo e grava la memoria con un passato irreparabilmente perduto…

Con la morte della falena nella luce il pericolo è stato scongiurato per una volta, ma non per questo il problema ha trovato una soluzione. Il conflitto torna da capo, ma “nell’aria vi è una promessa”, un presentimento del “beneamato” che sale allo zenit per ridiscendere nella notte e nel freddo, dio della morte prematura cui fin dai tempi antichi si sono allacciate speranze e aspettative di rinnovamento e di trascendenza.

 

             Se tutte le parti del mio corpo si mutassero in lingue e ogni arto parlasse con voce umana...

 

            Levatosi dal convito – scrive su Empedocle Diogene Laerzio nelle sue biografie dei filosofi– si era diretto verso l’Etna, e poi, giunto ai crateri di fuoco, si gettò dentro e scomparve, volendo confermare la fama nata intorno a lui, che era diventato un dio. Poi dicono che il vulcano restituì uno dei sandali con la suola di bronzo che il filosofo era solito indossare. Un’altra versione delle vicende della morte di Empedocle rimanda a una specie di assunzione in cielo tra fuochi e lampi, ma questa è incredibile. Altri ancora dicono che morì cadendo da un cocchio e rompendosi un femore.

            Il fuoco è connesso alla divinità, o al divenire divini, ma anche alla parola, alla lingua. Empedocle, discepolo di Parmenide, fu maestro di Gorgia.

  

             Se tutte le parti del mio corpo si mutassero in lingue e ogni arto parlasse con voce umana, comunque non direi nulla di degno...

 

            Dipende da ciò di cui si sta parlando. Insomma, avrà pure il suo significato che San Gerolamo inizi la narrazione della vita e delle virtù della nobile e santa Paola d’accordo con un tropo ormai consolidato ma dalla lettera del quale non si può prescindere. Lingue di fuoco, ardore mistico ed erotico non sono sufficienti a raccontarne le virtù, ma intanto ci sono, sono lì: … comunque non direi nulla di degno rispetto alle virtù della santa e venerabile Paola.

 

            … a Roma preferì Betlemme…

 

            Se ci si lascia affascinare dai fuochi si fanno scelte incongrue: ad esempio si sceglie la povertà abbandonando la ricchezza, o si tenta una rivoluzione, o si dà retta alle passioni, privilegiando la vista dell’occhio meno ragionevole e meno realistico. È come avverte Marguerite Yourcenar, in un libretto amoroso, Fuochi: l’amore è rabdomante.

 

            … a Roma preferì Betlemme e sostituì le case splendenti d’oro con la viltà del fango informe.

 

            Dunque la Paola di San Gerolamo non si discosta da altri rivoluzionari, che con un incendio cancellano il proprio passato e l’altrui per costruire un destino nuovo.

Ed è inutile diventare tutto lingua, tanto non si riesce a dire una cosa che si sta dicendo; ma l’aposiopesi è il tropo dei due occhi che danno un’unica visione, che non può essere scomposta in due immagini e non può che essere unica.

            Forse è per questo che sogniamo e forse è per questo che comunque, anche se gli occhi si chiudono, da svegli, immagini incongrue attraversano le pupille: anche se vogliamo non guardare, le immagini astratte dei fosfeni permangono rendendo unica l’esperienza di luce e buio, vista e cecità; come sono uniche le visioni di realtà e finzione, verità e menzogna, sonno e veglia.

            Nel sogno – realtà volatile, effimera, sostanza trasparente e sottile, come quella del fuoco – ci si fa il callo a queste cose: l’intercambiabilità di verità e menzogna, il mutarsi dei messaggi, il desiderio che si muta in destino, la presenza del destino e del futuro come ben sapevano gli oniromanti dell’antichità, quando il sogno era interpretato anche come presagio del futuro. L’interpretazione dei sogni è sempre stata un modo per accertare la relazione fra microcosmo e macrocosmo. Il profeta musulmano Dinawari diceva che Il sogno è una conversazione tra l’uomo e il suo Dio, parole accolte nel Corano; e il cristiano Agostino: Dio usa le immagini oniriche per rivelare all’uomo cose utili da conoscere. E il vescovo Sinesio di Cirene, nel V sec. d. C.: Nella veglia l’uomo è grande, ma nel sonno è divino. Artemidoro di Daldi nel II sec. D.C. sapeva che la visione di una realtà può significare altro, ed essere dunque una menzogna veritiera: ci sono sogni cattivi che hanno significato buono: sognare di essere colpiti da un fulmine, se si è poveri… preannuncia ricchezza.

            Il rabbino Banna’ah consultò i ventiquattro oniromanti della sua città, dopo un sogno, e ne ebbe ventiquattro predizioni diverse. Si avverarono tutte.

            Sinesio sapeva pure che c’è una via per una libertà insopprimibile: Nessun tiranno può vietare ai suoi sudditi di sognare.

 

            Nel 1585 a Basilea si pubblicava l’opera sui sogni di Gerolamo Cardano. Nel capitolo sul fuoco si ha un’enciclopedia di simboli e archetipi. Se il fuoco ti colpisce alla testa – scrive Cardano – morirai entro breve. Ma una fiammella che non ti ferisce, sta ad indicare una gloria non comune. Una fornace ardente indica viaggi. Se hai sognato la tua casa andata tutta in fiamme e poi i ruderi raffreddarsi, ormai miseria e povertà sono vicine. E se l’hai vista ricostruita più bella, nemmeno questo è buon segno; può infatti darsi che le tue ricchezze passino ad un altro, capace di farne miglior uso. Se in casa tua è acceso un gran fuoco, ormai il pericolo ti è addosso, perché il fuoco non può ritardare a lungo i suoi effetti. Perciò questo è anche segno di maledizione. Se invece la fiamma è moderata e lucente, annuncia onore e felicità. Fuochi accidentali predicono guerre, sterilità, terrori, sofferenze insopportabili, sedizioni e tumulti nel luogo in cui si accendono. I fuochi domestici e i loro derivati sono buon segno se splendono nel modo consueto; pensiamo qui alle candele, alle lucerne, alle lampade, alle fiaccole. Se si estinguono o sono spente, predicono morte. Se si spengono lentamente, indicano pur sempre una morte prossima, ma una minore sofferenza. Del tutto spente, invece, gravissimi tormenti, ai quali forse però non seguiranno effetti. Le fiaccole ardenti hanno la peculiarità di indicare l’amore. Se un principe sogna di odorare un gran fuoco profumato ciò è segno di vittoria mentre un fuoco puzzolente annuncia un delitto in famiglia. Dal primo il principe ricaverà gloria, dal secondo rovina. Una candela accesa vicino al sognatore, oppure due, una accanto ai piedi, l’altra alla testa, annunciano morte prossima. E lo stesso vale per più candele in un cortile o in un tempio; benché quest’ultime possano riferirsi anche a parenti. Un certo numero di candele accese secondo il rito indicano morte della moglie o nozze altrui. Candele accese intorno a un letto, giochi e piaceri. Candele spente, lampade e lucerne accese o spente, preannunziano lutti, dolori e tristezza. le lucerne inoltre predicono povertà anche al ricco, e un fuoco estinto annuncia esilio e povertà.

 

Ho trovato qua e là qualche libro risparmiato dagli incendi:

Gerolamo, In memoria di Paola, Fondazione Valla

C. G. Jung, Il canto della falena, in Opere, Bollati

Empedocle di Agrigento, Sulla natura, Fondazione Valla

Gesualdo Bufalino, Gorgia e lo scriba sabeo, in L’uomo invaso, Bompiani

Gerolamo Cardano, Sul sonno e sul sognare, Marsilio

Mauro Mancia, Breve storia del sogno, Marsilio

Gaston Bachelard, Psicanalisi del fuoco, red edizioni

Gaston Bachelard, La fiamma di una candela, editori riuniti

Marguerite Yourcenar, Fuochi, Bompiani

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VITE 1

Guillame Postel, leggevo sul tomo smarrito di un vecchio dizionario biografico francese che ho trovato in cantina, fu «celebre visionario e uno dei più sapienti uomini del suo secolo». «Ma una lettura troppo intensa delle opere dei rabbini – si legge un paio di colonne più in là – e la vivacità della sua immaginazione lo indussero in errori e deviazioni che costellarono la su vita di disordini e che gli causarono cocenti disgrazie».

Poi mi ha telefonato mia cugina, ho dimenticato il libro aperto e ho chiuso a chiave.

Era la sera di ferragosto.

In sogno mi è apparso Guillame.

 

Sono nato a Dolerie, parrocchia di Barenton, diocesi di Avranches il 25 marzo 1510.

Mio padre e mia madre sono morti quando avevo otto anni, per una malattia contagiosa non definita. Ho passato le ore della mia infanzia leggendo e studiando. Appena ho raggiunto gli anni della giovinezza mi sono guadagnato la vita facendo il maestro e quando ho avuto denaro a sufficienza ho preso la strada per Parigi.

Ma dei furfanti mi hanno derubato di tutto, inoltre i postumi di una ferita mi hanno fatto soffrire per due anni.

Finalmente Parigi, pensavo. Sono entrato nelle grazie dei potenti, ho continuato a studiare e la città era affascinata dalla mia grande sapienza e dalla mia prodigiosa memoria.

A ventisette anni ho seguito una delegazione francese a Costantinopoli e ho visitato molte città d’oriente.

Al ritorno avevo con me alcuni manoscritti preziosi: ma trovavo enormi difficoltà per pubblicare i miei studi, derivavano in gran parte dalla mancanza, nelle stamperie, dei caratteri delle lingue caldaica, aramaica e di tutti gli alfabeti orientali.

Sono entrato nelle grazie del re Francesco I.

Ho studiato l’arabo e l’ebraico, e i testi sacri redatti in queste lingue; ho approfondito i testi di filologia greca e ho letto tutta la biblioteca della sapienza cabalistica.

 

Vedi, fra scienza e magia – come le intendete voi – i limiti nel mio secolo non erano ancora ben distinti e io con le parole potevo ritenere di trovare una chiave per la spiegazione dell’universo. Ecco, io cercavo nelle parole la pietra filosofale, l’interpretazione del mondo, il modello del sapere e gli strumenti di Dio.

Quando sono tornato dall’Oriente, a meno di trent’anni, sono stato nominato Interprete regio di matematiche e lingue peregrine nell’istituto che si chiamava allora Collége de trois langues e che ai tempi vostri si chiama Collége de France.

 

Mi chiedi quale sia la lingua che rivela il disegno di Dio? È l’ebraico, matrice di tutte le lingue, favella della discendenza di Noè, protolinguaggio da cui tutti gli idiomi sono rampollati.

Una sola lingua è alla base di tutte, quella con cui Adamo ha chiamato le cose, sotto l’insegnamento di Dio.

Ogni seimila anni il mondo conflagra e l’universo ritorna alle condizioni fisiche e linguistiche dei tempi di Adamo.

Perciò, la conoscenza dei problemi linguistici è necessaria per l’instaurazione della concordia universale fra le genti. La permetterà la guida della dottrina cristiana.

Vedi, ci sono schemi e idee comuni che stanno a fondamento di ogni lingua e di ogni popolo: hanno accomunato la mia utopia solidaristica a quella di altri grandi del mio tempo, Raimondo Lullo, Niccolò da Cusa, Lorenzo Valla, Pico della Mirandola, Erasmo da Rotterdam.

 

I protestanti erano miei acerrimi nemici, i cattolici mi consideravano con sospetto.

 

I sapienti impazienti mi indussero nel 1538 a pubblicare una grammatica araba. Con la nomina al Collége de France avrei potuto continuare la mia carriera accademica e diventare il più grande sapiente del mio secolo, che ne so, un Leibniz, un Bacone.

Ma no.

La ragione era troppo pressante, l’intelligenza non mi dava tregua, non potevo fermarmi dentro un’Accademia. Sapevo troppo, oppure veramente il mio intelletto era annuvolato da credenze ridicole come sostenevano i miei avversari?

 

Dicevano che ero vicino all’eresia, che difendevo troppo l’ebraismo. Sostenevo – a dire il vero seguendo interpretazioni etimologiche diffuse nel mio tempo – che il re di Francia discendeva direttamente da Gomer, figlio di Jafet e nipote di Noè, e che quindi era la Francia a dover procedere e presidere al progetto di concordia universale contenuto nella lingua della Bibbia. Nella mia Histoire mémorable des expéditions depuis le déluge, faites par les Gaulois ou François, depuis la France jusqu’en Asie ou en Torace et en l’orientale partie de l’Europe, che ho pubblicato a Tours nel 1559, sostenevo che “gal” significa “diluvio” – ma alcuni non a torto sostengono che significhi “colui che ha superato le onde” – e che il nome dei francesi deriva da Francus, figlio di Ettore.

 

Ma non è tutto qui. Senti cosa racconta di me un visionario del tuo tempo, che ha un nome strano, che dovrebbe mettere in guardia chi lo ascolta… si chiama… ecco, sì, Eco: «Postel cerca dapprima di convincere delle sue idee Francesco I, il quale lo considera un esaltato; poi, perso il favore della corte, si reca a Roma per conquistare alla sua utopia Ignazio di Lodola, il cui ideale di riforma pare affine al suo».

 

Macché disgrazia. Francesco I e la regina di Navarra continuavano a considerarmi la meraviglia del loro tempo. È invece vero che il re non gradì la mia fedeltà al cancelliere Poyet, mio vecchio e fidato compagno, lui sì veramente caduto in disgrazia.

Così, me ne andai volontariamente da Parigi e mi volsi verso la puttana dell’Europa, Roma, dove volevo sollecitare la mia ammissione fra i gesuiti.

Incontro Ignazio di Loyola e cerco di convincerlo. Niente da fare. Anzi, Ignazio di Loyola deve rinnegarmi pubblicamente dopo avermi accolto con favore, e nega davanti a tutti i membri dell’istituto di conservare alcun legame con me.

Mi imprigionano e mi condannano alla prigione perpetua.

 

Alcuni amici fidati riescono a farmi fuggire dalla prigione-labirinto di Castel sant’Angelo. Scappai: ero sempre più in disgrazia e alla ricerca di un protettore che mi aiutasse a realizzare la mia utopia in nome delle parole. C’era una città tollerante e sicura: Venezia.

 

Nel 1547 fui cappellano dell’Ospedale dei santi Giovanni e Paolo, che i veneziani chiamavano l’”Ospedaletto”, censore dei libri ebraici e confessore della madre Zuana, che alcuni chiamavano anche Johanna, fondatrice dell’Ospedale.

 

Ah, sì, qui mi ricordo come commentava il biografo francese: le visioni della madre Zuana cominciarono a «lui bruiller la cervelle».

 

Capisci, lei era la profetessa, la Madre del Mondo destinata a portare l’umanità al riscatto dal peccato originale, il Secondo Messia, la Shekinah dello “Zohar”, il Papa Angelico di cui dicevano le profezie gioachimite.

Perché, cerca di capire bene, nell’uomo vi sono due parti, una superiore che si chiama animus e una inferiore, anima. La prima, maschile, è stata redenta dal sacrificio di Cristo, la seconda, femminile, attende il Secondo Messia (le donne non furono salvate dal peccato di Eva, c’è bisogno di un’altra redenzione): questo Salvatore era la Madre Zuana, io ero il suo Profeta, come Elia per il Cristo.

 

I grandi sono invisi al popolo.

I veneziani cominciarono a mormorare, facevano illazioni di ogni genere sul rapporto fra il “prete francese” e la madre Zuana, mi schernivano, i bambini mi correvano dietro per le strade.

C’era l’Inquisizione… Quando mi denunciarono mi offrii spontaneamente all’esame. L’inquisizione mi definì non malus, sed amens non colpevole ma matto.

Mi hanno sottoposto a diversi processi, ma quella formula mi ha sempre salvato. Inoltre godevo ancora di un certo prestigio, per la mia innegabile e, dicevano, prodigiosa sapienza e anche per le importanti protezioni che avevo.

Però anche a Venezia cominciavo a essere in pericolo.

 

Nel 1549 mi sono imbarcato per l’Oriente. Ho visitato Costantinopoli, la Siria e Gerusalemme. A Gerusalemme ho incontrato un ambasciatore francese presso Solimano, che stava tornando a Parigi e che mi propose di seguirlo promettendomi di rimanere in possesso di tutti i manoscritti che fossi riuscito a trovare durante il viaggio.

Sono tornato a Costantinopoli, sapevo dove e cosa cercare. Mi sono procurato una quantità enorme di libri preziosi e sono tornato in Europa con tutte quelle ricchezze. I miei problemi finanziari erano risolti per sempre.

 

Ma quando passai da Venezia, nel 1550, la Madre Zuana era morta. Aveva solo cinquantacinque anni. Ero disperato, ma sapevo che lo spirito suo si era trasferito inme, che lei viveva in me. Quando cadevo nell’estasi fissavo il sole per ore.

 

Nel 1552 sono tornato a Parigi: folle prodigiose ascoltavano le mie conferenze e le mie lezioni.

Ero di nuovo grande e ascoltato da umili e potenti.

Forse ho compiuto un passo falso, dovevo essere più cauto. Ma… come si fa?

Ho pubblicato un libretto, Les très merveilleuses victoires des femmes, e ho affermato che la Madre Zuana era venuta da me a Parigi: «La sua sostanza e il suo corpo spirituali due anni dopo la sua ascensione al cielo sono scesi in me, e ciò percepisco sensibilmente, in tutto il mio corpo, tanto che è lei, e non io, che vive in me».

A questo punto filosofi e religiosi non ne vollero più sapere. Il re mi obbligò a ripartire e io cercai un nuovo protettore, a Vienna, l’imperatore Ferdinando I.

Ma le trame di corte erano più forti di me anche a Vienna.

 

Tornai a Venezia.

Durante il viaggio mi scambiarono per un cordigliere accusato di aver ammazzato un suo confratello e mi misero in prigione.

Fuggii anche questa volta.

Ma arrivai a Venezia ferito e malato.

Cercai di evitare che i miei libri fossero messi all’indice e pubblicai La Vergine Veneziana, in cui dimostravo le grandi azioni e i miracoli di Venezia e della Madre Zuana.

 

A Pavia insegnai all’università e fabbricavo matrici e alfabeti tipografici per i miei libri, in particolare per una edizione del Nuovo Testamento.

 

Ma mi arrestarono di nuovo, stavolta non riuscii a scappare, né da Ravenna né da Roma. Mi liberarono nel 1559.

 

Durante un viaggio verso Augsburg per vendere i miei manoscritti ebbi timore che Flacco Illirico, il più violento dei miei avversari, mi volesse far assassinare, quindi deviai verso il Tirolo e mi fermai tre mesi a Trento per incontrare i prelati del Concilio.

 

Nel 1562 tornai a Parigi, ero stanco e pensavo di fermarmi nella mia capitale per sempre. Le mie lezioni pubbliche erano seguite da grandi folle.

Le autorità religiose tramavano contro di me. Ma la regina, Caterina de’ Medici, mi offrì l’educazione del duca d’Alençon: io però rifiutai perché non sarei resistito ancora una volta nel seno malefico di una corte.

 

Nel 1564 mi ritirai nel monastero di St-Martin des Champs. Sinceramente pentito, scrissi una ritrattazione sulle dottrine connesse alla Madre Zuana e continuai senza esitazioni a professare le mie teorie sulla concordia universale in nome della lingua originale pura di peccati, quella degli Ebrei, portatrice di verità (una verità raggiungibile con la ragione e la filologia), che dà insegnamenti attraverso la Scrittura, cui tutti i Cristiani devono guardare, condannando le persecuzioni ebraiche di ogni tempo e chiamando i fratelli musulmani