Caro Michele, hai letto quell'articolo sui giornali? (sì, certo, diversi articoli su diversi giornali, ma la sostanza tutta uguale e poi hanno così poca fantasia ormai, ogni articolo assomiglia a un altro). Dicevo che non sono mai stata a letto con Hemingway e che ho vissuto ritirata, anche per causa della mia educazione molto severa. Che risate mi sono fatta! Anche a leggere che una donna sostiene di NON essere stata a letto con Hemingway e Kerouac la gente si scandalizza... E pensare che altro che andare a letto (fosse solo questo: la gente davvero non pensa ad altro)... l'avventura è tutte queste altre cose: libri, cultura, viaggi, conoscenze con uomini eccezionali e non eccezionali, pensare, le canzoni, difendere il proprio pensiero, visitare quello degli altri... ah, che bella vita, e che sporca vita dopotutto... (e comunque, caro mio, anche a letto, la mia vita è andata alla grande, Hemingway o non Hemingway, ma questo non vado a raccontarlo ai giornali).
Tua Fernanda
Carissimo, qui è un po' noioso, ma mi distraggo facendo lunghe passeggiate solitarie, sognando sdraiato sul fondo di una barca alla deriva nel lago, raccogliendo specie di piante sull'isoletta davanti alla mia casa. Leggo poco, non ne ho più voglia. Mi permetto di ricordarti l'inizio di quel mio libro sull'educazione, l'Emilio: là ho potuto piccarmi di essermi inventato un discepolo a mia immagine e gradimento, era una questione astratta. Scrivevo, più o meno: più di un trattato dell'educazione crederanno di leggere le fantasticherie di un visionario dell'educazione...ho dunque deciso di crearmi un allievo immaginario e supporre di avere l'età, la salute, le conoscenze e tutti i talenti convenienti per attendere alla sua educazione. Mi pare di avere capito che hai da poco ricominciato il tuo lavoro nella scuola: non hai la stessa libertà che avevo io, di inventarmi tutto, però forse puoi permetterti di inventare abbastanza, comunque sia. Ah, un'altra raccomandazione: non usate questa parola "formare", è così deprimente, utilitaristica, meccanica (i ciabattini mettono le scarpe in forma, per togliere loro quella originale) e insistete invece sull'"educazione". Come al solito, predico. Torno alle mie piante, al mio piccolo paradiso di erborizzatore. Mi raccomando. Un caro saluto da
Jean Jacques
Caro Mic, sono tornato a Vienna dopo un anno e ho pranzato nel ristorante greco sul Danubio dove, un anno fa, discutevamo insieme di quanto sia difficile parlare davvero a viso aperto con chiunque senza considerarlo solo un tuo specchio. Sarà banale, ma mentre stavamo seduti, io e la mia amica, proprio sul bordo del fiume - il Danubio non è per niente blu, diciamocelo - cercavamo i nostri volti riflessi nell'acqua, in modo da poterci rassicurare, ma abbiamo semplicemente scoperto che siamo così diversi che è bellissimo parlarci ancora.
Ciao
Amos
Ciao Michele, sul lago Bajkal c'erano dei viaggiatori disincantati con cui mi sono fermata a mangiare del pesce di cui non conosco bene il nome, qualcosa come slovotskj o roba così. Comunque mi sono sognata che insieme a loro tornavamo a quando avevamo sedici anni, ma tu eri sempre distratto e ti eri dimenticato che era un sogno, avevi già quarant'anni e tutte le ragazze ti stavano ad ascoltare mentre suonavi uno di quei cosi che rendono la voce uno strumento, come si chiamano, kazoo, vero? Poi però hai detto che non era una cosa seria e hai preso una balalaika e suonavi la storia triste di alcuni viaggiatori disincantati che sul lago Bajkal mangiavano il pesce insieme a una ragazza di sedici anni.
IL VECCHIO CHE RIDE
Italo Svevo, lo scrittore, era occupato con un romanzo, che aveva come protagonista un vecchio, così sul margine della vita, né dentro né fuori, senza più niente da chiedere.
Pochi giorni dopo Italo Svevo sarebbe morto. Non per le sigarette o per il mal di cuore. Per un incidente in macchina. E pochi giorni prima ha scritto la sua ultima pagina, una brutta copia sul retro dei fogli su cui stava andando avanti il romanzo.
C’è un vecchio che sta andando a dormire.
E' mezzanotte.
Sua moglie è già a letto e russa.
Che ci vado a fare, a dormire, pensa.
Che ci sto a fare, così scontento.
Che voglia ho di risvegliarmi.
Ma gli viene da ridere, da ridere disperatamente.
Gli appare il diavolo.
Se mi dai l’anima…, il diavolo gli fa la solita proposta.
Il vecchio pensa.
Tornare giovane.
Una bella donna invece di questa che russa.
Soldi.
La risposta alle domande.
Dominare il destino, gli altri, le cose.
Ma non ha voglia di niente.
Di niente niente niente.
Il diavolo se ne va scornato.
Il vecchio tira su le lenzuola e mentre si infila nel letto gli viene da ridere.
E ride ride ride.
Ride tanto che sveglia la moglie.
«Beato te che hai sempre qualcosa da ridere» gli dice lei.
FARFALLE
(THOMAS BERNHARD, L'ORIGINE, PG. 75)
L’ultima volta che sono stato a Vienna, verso il tramonto dell’ultimo giorno sono capitato con le mie figlie piccoline nel parco alle spalle dell’Hofburg, il Volksgarten.
Avevo passato qualche ora nel centro, ma non me l’ero goduto, perché mi risuonavano in mente di continuo le parole di Thomas Bernhard: per
Eravamo stanchi, le ombre ci venivano sempre più addosso, le bambine giocavano nei vialetti.
Mi volto e c’è un uomo seduto accanto a me. Sta sull’orlo della panchina. Più che seduto è, come dire, stravaccato. Sta a braccia conserte, gli brilla un sorriso tra l’amaro e il sardonico e guarda lontano. Ha un naso notevole. Indossa un cardigan con gli inserti di cuoio opaco.
Mi sembra che voglia rivolgermi la parola ma che si trattenga.
Le bambine corrono, oggi sono abbastanza silenziose, strano.
Mi chiedono se possono girare attorno all’aiola centrale.Per farlo devono arrivare abbastanza lontano, almeno a centro metri dalla panchina.
«Va bene» dico e mi esce un tono troppo affettuoso che significa anche: «State attente» e altri sottintesi.
L’uomo ha un accenno di tosse, si volta verso di me, apre la bocca, poi si rimette a guardare dritto e lontano, poi si gira di nuovo e mi fa:
«Lei è gentile con le piccole…»
«Ci provo» rispondo, «non è sempre così facile…»
«Sono le sue figlie, vero?»
Perché me lo chiede, cosa vuole… Mi guardo intorno e gli ultimi viennesi a passeggio stanno evidentemente tornando verso casa. Camminano facendo crepitare il ghiaino dei vialetti.
Le bambine saltellano danzando i loro graziosi doppi passi, così inutili e dispendiosi, così amorevoli. Galleggiano sopra l’erba per un effetto visivo. Sono vestite di bianco, piccoli cigni.
«Lei crede che siano felici?» dice l’uomo.
Quando mi parlano di felicità ho sempre la tentazione di avviare una lunga tirata filosofica. In breve la felicità mi sembra piuttosto azzardata, come concetto… Però non ho sempre voglia di pensarci. Quest’uomo poi chissà con che chiacchiere mi seccherebbe. Sarà mica venuto fuori da qualche birreria…
«… sono così sprovveduti i genitori…» dice.
Quasi quasi mi alzo. Non so cosa mi tiene lì. Forse sarebbe meglio chiamare le bambine e andare…
Ma lui continua:
«Quando ci hanno messo al mondo, i nostri procreatori, ossia i nostri genitori, si trovavano in uno stato di totale ignoranza e volgarità…» ha sottolineato le ultime parole, «…e dopo che siamo nati, capisce, non riescono più a sbrigarsela, tutti i loro tentativi di sbrigarsela con noi falliscono, e così si arrendono presto, ma sempre troppo tardi, sempre soltanto nel punto in cui ormai ci hanno da gran tempo distrutti, perché nei primi tre anni di vita, negli anni di vita decisivi – dei quali però i nostri procreatori in quanto genitori non sanno nulla, non vogliono sapere nulla, non possono sapere nulla, perché per secoli è sempre stato fatto di tutto per favorire questa loro atroce ignoranza – perché nei primi tre anni di vita, dicevo, i nostri procreatori ci hanno distrutti e annientati con la loro ignoranza, ogni volta distruggendoci e annientandoci per tutta la nostra esistenza, e la verità è che a questo mondo abbiamo sempre e soltanto a che fare con persone distrutte e annientate nei primi anni…».
Anch’io guardo lontano, sono come ipnotizzato, vedo e non guardo i miei piccoli cigni che hanno superato il punto più lontano e stanno tornando, ogni tanto si chinano a toccare un fiore, a spostare indolenti dei sassetti.
«Dunque, tutti quanti…» dico.
Mentre mi volto verso l’uomo mi accorgo di star parlando all’aria imbrunita.
È sera. La notte di tarda estate cala impensata. Il Volksgarten è ormai deserto.
Le bambine sono di ritorno. Scompaiono dietro un cespuglio, mi spaventa la loro assenza.
Ma riappaiono, ovviamente, e mi scopro a ripetere nei miei pensieri l’onda ripetitiva del ritmo del discorso dell’uomo.
Poi torniamo in albergo.
Mi volto verso il parco vuoto e nel semibuio c’è un uomo stravaccato su una panchina accanto a quella di prima.
MARCO GIACHI IN MONTAGNA 6 - FINE
Sono stato in montagna, in questi giorni. Nella camera dell'Hotel Flora nel paese di *** nella val di *** c'era una cassapanca. Sotto la carta a cuori rossi c'erano dei fogli. Sembra il diario di un ragazzino, è firmato Marco Giachi. Era lì da qualche anno, si parla ancora di lire, di fatti degli anni 90 e di una moda di quegli anni. Mi sembra un documento interessante. Ecco qua.
«Vecchio vaccaro sdentato, amo la tua vita, il tuo lavoro, le bestemmie biascicate contro tua moglie, le ore lunghissime e immobili che hai trascorso fermo, a guardare da lontano le tue vacche, a sentirne i campanacci, il pane inzuppato nel latte che ti ha fatto da cena, l’odore di letame che dalla stalla è salito su fino al tuo letto, alle tue camicie appese sulle stanghe, i silenzi che ti hanno avvolto e tramortito, la miriade di immagini sparse come méte su un prato che tu non ricordi e di cui nulla t’importa, le tue dita svelte a far lavori che hai compiuto migliaia di volte» pensa Marco Giachi. Non comprende il senso delle parole del vecchio, a cui siede vicino su una panchina di legno davanti al supermercato dove madre e padre cercano chissà cosa – lui no, non ci vuole entrare – e gli viene in mente Marcello Mastroianni in una trasmissione televisiva. Gli chiedevano se apprezzasse il premio che gli stavano consegnando davanti a una gran platea, alle tv etc. e lui: «Ho settant’anni, cosa volete, guardate…» diceva allargando le braccia, mostrandosi e offrendosi ancora una volta, e piangeva. Come dire: sono vecchio, sento cosa incombe, sono uno che è stato; il vostro premio non mi ridà anni, bellezza, amici perduti, ciò che più m’importa. Un po’ recitava, ma si sentiva che era vero. Il vecchio ciancica cenci di parole tra le gengive smorte, in una lingua incomprensibile; poi, siccome Marco Giachi non dice niente, smette di mormorare e seduto sulla panchina con Marco Giachi, le mani appoggiate davanti, al bastone ritto, guarda lontano anche se dall’altro lato della strada c’è
(Sul divano suo nonno dormiva, quando lo andavano a trovare, al pomeriggio. Ticchettio dell’orologio. Odore di pelle della giacchetta di lana e scamosciato. Tiamo, vecchio. Gli toccava il gonfio dell’orologio da taschino, le vene delle mani; con il volto avvicinava quello del vecchio, tanto più grande del suo, e lo annusava, respirandolo quasi. Chissà se se ne accorgeva. Questo Marco dice che non lo sa, e nemmeno il racconto lo dice). (Comunque, a volte il vecchio fingeva di dormire sapendo che Marco capiva il gioco, poi lo pizzicava. Si rialzava tossendo e ridendo).
Marco Giachi ha già avvolto nell’asciugamano e lanciato fuori dalla porta due mosconi e dalla finestra tre farfalle grigie. Ce n’è un’altra sullo spigolo del muro, che non riesce a catturare. «Sfarìnati nel tuo volo contro la lampadina incandescente, finisciti, come vuoi, falena, scava in te un pozzo di fuoco» pensa Marco. Teme che gli venga addosso ma la lascia perdere. Spegne la lampada, deciso a dormire. Niente da fare. Riaccende, piglia l’asciugamano, riesce dopo molti minuti a sorprenderla, la sbatte fuori.
Zirlii e tintinnio d’oro di uccellini. Nel cd. Pink Floyd. «Is there anybody out there?». A pomeriggio inoltrato, quando la luce è più spessa e carica delle sue immagini, Marco Giachi, fotografo per diletto ma forse anche per qualche ragione più profonda, scatta istantanee da una sorta di poggiolo di pietra su cui si è arrampicato. La vacanza sta per finire e per la prima volta Marco lascia i suoi soggetti particolari (maniglie, vecchi sci dimenticati sotto il sole, una cicca schiacciata, i disegni delle foglie sul legno degli armadi) (ma anche, da qualche parte, però come per caso, la forma del ricordo e del desiderio della mantovana/Ophelia/Euglena), per dedicarsi al paesaggio. Fotografa gli stessi luoghi nelle diverse ore della giornata, riferendosi sempre agli stessi punti per inquadrare sempre il medesimo campo, alla medesima distanza. Laghetti, boschi, sentieri, cascate, rocce. Ha tracciato dei segni a terra. Poggia il treppiede, fissa la macchina, toglie i filtri, osserva nell’obiettivo. «Ora vedo queste cose. Quando sotto gli occhi avrò la fotografia ne vedrò altre, vedrò le stesse in modo diverso. La storia di questo luogo e di questo momento saranno mutate» pensa.
Ama in particolare il momento in cui le immagini si fanno, apparendo durante lo sviluppo, sulla carta immersa nel liquido della vaschetta. Poi le guarda e riguarda, centinaia di volte, a lungo, per stabilire almeno una parvenza di identità a quei luoghi e a quegli istanti fissati dalla camera fotografica. «Le fotografie sono storia. Cambiano, seguendo una direzione diversa da quella degli oggetti che rappresentano. Superficie profonda. Poi le cose cambiano, non saranno più così, né lo sono un attimo dopo il clic, né sono le stesse nel tempo di apertura del diaframma. Non sono nemmeno come le si vede nelle foto, che ritraggono fantasmi, illusioni, deliri di immobilità» pensa Marco Giachi. Vorrebbe fotografare tutto, e sempre; ma allora non avrebbe il tempo di riguardare le vecchie foto. Non sarebbe possibile. Si accontenta di alcune scelte, di alcune àncore cioè, nel mare della superficie visibile delle cose, di alcune rotte da seguire. Anche tra il sé presente e quegli attimi visibili del passato. Quegli attimi lo guardano: è il passato che lo guarda.
Pensa che alla fine, dopo tutto, tutto quanto, proprio dopo tutto, di notte, tornerà ancora lì, ritrovando i segnali, e lascerà il diaframma aperto, per un tempo che potrebbe essere per sempre, ma necessariamente finirà.
Autostrada. Guard-rail, strisce bianche gialle continue discontinue doppie, campi gialli e corvi che si levano a forma di v, appezzamenti di girasole, capannoni, case coloniche, canali, tir, baracche di lamiera, frutteti, pioppete, il Po, zone industriali, camini e il cielo appeso al fumo che ne esce, passa un treno e pare la pellicola di un film, Reggiolo Rolo
Schiaccia l’acceleratore, padre, schiaccialo; voliamo via.
MARCO GIACHI IN MONTAGNA 5 - MINIANGELI COLORATI
Sono stato in montagna, in questi giorni. Nella camera dell'Hotel Flora nel paese di *** nella val di *** c'era una cassapanca. Sotto la carta a cuori rossi c'erano dei fogli. Sembra il diario di un ragazzino, è firmato Marco Giachi. Era lì da qualche anno, si parla ancora di lire, di fatti degli anni 90 e di una moda di quegli anni. Mi sembra un documento interessante. Ecco qua.
Lo spazio che ci separa dagli oggetti e dalle persone è incolmabile, e non si può essere altro da sé. «Ma io conosco le distanze, le percepisco, eppure so che sono incommensurabili, che mezzi e misure sono incerti. Quella separazione però si può riempire, con il desiderio; si può plasmare, con l’attesa» pensa. Come un mezzo liquido. Marco Giachi nuota.
Si è tuffato dal bordo della piscina e sott’acqua, come sempre, ascolta i rumori e si aspetta di sentire canti di orche e di balene; li immagina, coglie quelle larve di suoni che gli sfiorano i giovani timpani. Gli tocca accontentarsi di tonfi e gorgogli. Guarda, godendo le correnti che gli mulinano sulla pelle; la vista subacquea è una sua grande soddisfazione, in particolare se da sotto si volta verso la superficie: a volte ci si può specchiare. C’è un velo, al di là del quale stanno il mondo, il respiro, la dimensione usuale della vista, dei rumori e degli odori. (Nell’acqua tutto il corpo tocca). I pensieri ondeggiano, diventano ripetitivi, si sfarinano in una cascata di particelle, volano come cipria.
Marco Giachi spinge un braccio dopo l’altro e, ogni tre scivolate della mano nel liquido, con il viso esce per respirare. Quando ha la testa sotto, preferibilmente guarda le mattonelle del fondo della piscina, o un corpo che gli scivola accanto, mentre sputa fuori aria e saliva; continua a scrutare anche quando spunta con il viso da quest’altra parte divisa dalla superficie. Ha nuotato molto e sente la stanchezza dei muscoli, i pensieri gli cascano autonomi dentro, fuori c’è percezione pura di tatto, udito etc. Questo passaggio frequente di braccia e viso, forse di parte della schiena, della testa e delle gambe dalla dimensione liquida a quella aerea gli dà una sensazione che, dice Marco, gli piace. Dall’immersione nel tutto-nulla ondoso e onnicomprensivo può scegliere di essere costretto a dare una respirata là nell’imperfezione del mondo aereo delle separazioni. Da sotto l’omero alzato per la bracciata intravede lei, la mantovana/Ophelia/Euglena, sulla pedana di legno delle docce. Gli volta le spalle; cosce colore delle galassie.
È l’ultima volta: termina una settimana, un sabato di legno, e la pianura padana riaspetta la mantovana/Ophelia/Euglena. Lui non lo sa. Domani lattanti in lacrime sbatteranno cucchiai e pappe sul tavolo accanto al suo. Si precipiterà nel garage di legno, e la fiatmarea targata Mn non ci sarà più.
«A volte i miei pensieri sono belli, allora mi sento bello» pensa Marco Giachi. Il resto, modelli e modelle, la gente da tv, tutta plastica, morte.
Antenna parabolica per le trasmissioni via satellite. Gli altri passano da una canale turco all’altro, sui quiz, per ridere; lui li guarda come fa il calamaro gigante verso le balene. Quando se ne vanno Marco Giachi trascorre mezz’ora alla tv tedesca. Documentario su balena franca e capodogli. Fanno vedere anche una latimeria.
Marco Giachi maneggia chiavi strane, alcune curve, altre dalla linea spezzata in una serie di angoli retti, ondulate, quadrate, piatte; si accorge di poggiare i piedi su una enorme. Vede una serratura gigantesca che gli si avvicina e sa che deve trovare la chiave giusta da infilare al momento giusto. Quanto più l’abisso della serratura gli viene incontro, tanto più si rimpicciolisce: solo un attimo la serratura avrà la misura giusta, solo una fra le chiavi entrerà. Marco sa esattamente quanto spazio e quanto tempo ci vorranno. (Da bambino, durante la febbre, sentiva gli arti, e particolarmente le dita, farsi grandissimi o al contrario rimpicciolirsi fin quasi a sparire. Si toccava a lungo, allora, precipitando in brevi ma gli sembrava lucidissimi sonni). (Alcuni sogni, di cui Marco Giachi non dà notizie più dettagliate, gli rivelarono la potenza della volontà). Eccola. La chiave diritta. Marco apre la porta dell’armadio e monta scalini trasparenti ma scuri; cambia l’inclinazione della scala ed egli sale lungo la parete, e poi sul soffitto. Visi appaiono e scompaiono, tra l’ombra e la luce, ridendo. Ha percorso un lungo tratto di una spirale orizzontale di scale che ruotano attorno al cunicolo, però i suoi piedi cominciano a non aderire più alla superficie delle pareti, e del soffitto: niente a cui appigliarsi. Sta ormai per cadere: si ribalta. Cade. Si sveglia, si ritrova seduto sul letto dalla testiera di legno e si vede specchiato nel vetro dell’armadio, nella penombra. «Calma, calma – pensa Marco Giachi – cuore, fermati, va’ più piano». Un solo altro pensiero: circondare con il proprio corpo in forma di serpente con una lunga spirale la mantovana/Ophelia/Euglena e penetrare con la testa nella sua bocca, scomparendovi fino al termine della coda; un ultimo guizzo, e sparire. Poi ripiomba giù nel letto, e giace di nuovo addormentato. Sa che si sogna ogni ora e mezza circa e che i primi sogni durano poco, gli ultimi della notte anche un’ora. Vorrebbe riuscire a sentire il tempo dei sogni ed è sicuro di avere spesso riconosciuto e rammentato sogni lunghissimi. Sarà per questo che gli piace tanto dormire, come dice; ci si dimentica di sé e si vola nei sogni, molti, sempre più lunghi e più complicati. Gli occhi si muovono guardando il sogno. È convinto comunque che anche durante il sonno Delta, nella fase più profonda, accadano cose straordinarie in lui. Ama, dice, anche la transizione dalla veglia al sonno, quel fluttuare e quello spegnersi di sé che preludono al trasferimento di là. (I gatti che vengono privati del sonno Rem camminano di più e mangiano di più; dopo la privazione del sonno Rem i gatti maschi montano praticamente ogni cosa che abbia l’aspetto di una femmina, perfino dei blocchi di legno. L’ha letto in un libro).
Rotte spezzate, ghirigori nell’aria, capricci sul vento, carnevali effimeri. Marco Giachi giace e pensa. E questa nuvola disordinata di ali impertinenti non è un condensato di insensati andirivieni? E noi? Forse abbiamo meno colori, tutto lì. Immobile, Marco sta su un pendio erboso Il brulicame leggero delle farfalle delicate, miniangeli colorati, intreccia un groviglio di fili invisibili. Pare lo vengano a trovare. Marco Giachi chiude gli occhi; la nuvola lo ingloba. Ora potrebbe volare via anche lui, con le sue rotte spezzate, disegnando ghirigori nell’aria, tentando capricci sul vento, celebrando carnevali effimeri.
MARCO GIACHI IN MONTAGNA 4 - LA GENTE VOLA
Sono stato in montagna, in questi giorni. Nella camera dell'Hotel Flora nel paese di *** nella val di *** c'era una cassapanca. Sotto la carta a cuori rossi c'erano dei fogli. Sembra il diario di un ragazzino, è firmato Marco Giachi. Era lì da qualche anno, si parla ancora di lire, di fatti degli anni 90 e di una moda di quegli anni. Mi sembra un documento interessante. Ecco qua.
Marco Giachi osserva, indietro, il sentiero che sta percorrendo, in preda all’ansia, e pensa: «Sono stato lì; ora dove?» e vede sé e tutta la scena in movimento fotogramma per fotogramma. Se si isola ogni frammento ognuno è cosa ferma, ma la sequenza si muove: «Ma io o le montagne? Io sì sono granito, loro spedite mi passano a fianco».
Sull’orlo di una conca, un catino verde sotto lo sguardo; si siede. È mattina prestissimo, un velo azzurro filtra l’aria. Nell'erba azzurra-umido viene fuori una testina tesa. Un fischio. Poi fruscii di sfregamenti invisibili; Marco sa bene dov’è l’animaletto. Non è solo, infatti; due marmotte escono da un muretto d’erba e lentamente attraversano la depressione verde. Si fermano; mandano fischi. «Si chiamano; e me? Si amano. Sono in due: tiamo è una voce verbale plurale, non si fa mica da soli» pensa Marco. Marco fischia (chiama, ama, tiama); le palle di pelo che gli uomini nominano marmotte lo guardano e fuggono tra l’erba, zampettando tra i fili fruscianti e fischiando. Attraversa l’animo arido – così vuole che si dica Marco, con queste parole – del giovane uomo un’allegria leggera e profonda. I fischi continuano da gole invisibili; Marco sa che là camminano fra steli flessibili marmotte..
«Poiché nessuno può sentire in modo soddisfacente la propria identità se non ha gli occhi chiusi» ha letto Marco Giachi in Moby Dick.
Marco Giachi gode il suono del lettore cd portatile a manette nelle orecchie. È un diciassettenne a modo suo, anomalo come dice lui, ascolta roba vecchia, Ivano Fossati, un disco che ha trovato fra le cose di sua papà. A dir la verità, sostiene Marco, preferirebbe che la musica divenisse spazio sonoro che lo ingloba quand’è libera nell’aria trasparente; gli interessa meno quello che si crea solo fra le due orecchie. Comunque. «Chi si guarda nel cuore sa bene quello che vuole e prende quello che c’è». Fra tante incertezze, in un mondo che di sicuro ha solo quelle, Marco Giachi gode dei punti fermi di alcuni precetti che ha scoperto in vari modi: cercare sempre il massimo di felicità possibile, per esempio. Non sempre ci riesce. Preferisce l’incertezza e non sempre è sicuro di che cosa faccia la sua felicità. E se si deve soffrire, si soffre. «Non si diventa mica più buoni, a soffrire» pensa Marco.
Rovesci improvvisi di lazzi e di lutti nel suo giovane verde cuore. Non è mica facile da sopportare. Aprile è il più crudele dei mesi. Apre gli occhi. Il sentiero è sbucato in un tondo erboso e Marco giace; lo zaino alle spalle gli tiene sollevato il busto da terra. Vede nuvole. Bolle di nuvole, ribollio di cumuli vaporosi, chi vi soffia dal vostro interno? J’aime les nuages. Sono pensieri che passano nel cranio del mondo (l’ha letto in un libro).
«Ora affondo nell’erba – pensa Marco Giachi – e penetro sotto terra per riemergere accanto a te, mantovana, Ophelia, Euglena, come un nembo sotterraneo, come un palombaro dei vermi». Un’altra certezza è che riesce a conoscere (calcolare è un verbo che non vuole si usi parlando di lui) le distanze, senza vedere né misurare. «E ti apparirò, coperto di umida terra e di vermi, e tu griderai» pensa.
Steli caldi; le nuvole viaggiano veloci, si gonfiano, Moby Dick giganti, còltrici delle cime degli abeti e tappeto molle sospeso sulle cime dell’ansia. Non solo di Marco Giachi; il cielo è per tutti. «Nell’universo della mia pazzia ho una nuova teoria: per me la gente vola. Sai cos’è che non va? Disabitudine alla realtà. Come a dire: sono solo. Per me la gente vola, vola-ah… l’amore vola, vola, e io rimango giù». È di nuovo ora di incamminarsi; la roccia volta sul viola, il cielo si fa rosso. Sa indugiare pochi secondi e caricare il tempo di sostanza materiale. Su, Marco, già chino nell’arco dell’atto di rialzarsi. Poi la linea del suo corpo è perpendicolare a quella precedente. «Mi ha seguito nella rotazione tutto l’universo; la terra è ancora appiccicata alle mie spalle: cammino verso il cielo» pensa, e per questo guarda ai suoi piedi, chiudendosi in un breve orizzonte. Poi alza lo sguardo. Davanti a lui sentieri e prati, rocce, vacche e una malga. (Che ci faccio etc.? «Compro il formaggio» pensa). (Ricotta nelle forme di legno).
Marco butta una pigna nel fuoco.
PROFUMO DI PESCHE
Sarà stato il vino siciliano di ieri sera.
Oppure il passaggio nel segno della vergine.
Certamente il vino.
Il vino assieme alle lune di settembre.
Oggi è passato come una corsa in un campo sotto il sole.
L’odore dei papaveri mi ha addormentato, come Dorothy e il leone pauroso del Mago di Oz. Aspettavo al semaforo addormentato dal papavero rosso.
Come il loto dei lotofagi (homines minime mali, dice Igino).
Mica tutti li sanno gustare questi meravigliosi frutti.
Profumi femminili.
Il seno di Giovanna d’Aragona odorava di pesche mature: suavissime fragrantes odore persicis pomis persimiles redolent (Giovanni Boccaccio, De claris mulieribus).
Al Louvre, il ritratto dipinto da Raffaello di un'altra Giovanna regina di castiglia, detta anche
Profumo di torta paradiso, di latte, appena appena di basilico, così via.
Io vivere vorrei addormentato
entro il dolce rumore della vita.
La vita… è ricordarsi di un risveglio
triste in un treno all’alba: aver veduto
fuori la luce incerta: aver sentito
nel corpo rotto la malinconia
vergine e aspra dell’aria pungente.
Dormiva…?
Poi si tolse e si stirò.
Guardò con occhi lenti l’acqua. Un guizzo
il suo corpo.
Così lasciò la terra.
Homines minime mali: uomini buoni, nemmeno un po' cattivi.
Al semaforo si fa a tempo a leggere due, anche tre poesie di Sandro Penna.
Profumo di bouganville attraversate dal vento, dell’azoto che si sprigiona dalla terra prima della pioggia, di paradiso.
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