LUNARIO DI NOVEMBRE
L’indifferenza è un ingombro.
Scivolo in certi spazi vuoti che la mia attenzione non riesce a cogliere e che scopro all’improvviso.
Vorrei che tutto fosse presenza.
Spazi vuoti… veramente, sono ciò a cui non ho fatto attenzione, che credo non esista e poi di colpo mi ritrovo dentro l’esistenza.
Si fissino gli occhi là dove sta l’azione.
Va bene: cercare dove c’è movimento.
***
Ecco il vino fresco, le sue bolle viste nel bicchiere sembrano perle vuote.
Ha il color del papavero di giardino: quando si mostra nella tazza pare che ne sia il manto di seta.
Camminavo al guizzo del lampo e mi pareva che le sue tenebre, quando la notte rosseggiava, fossero un negro che perdesse sangue dal naso.
Io continuavo a bere alla coppa delle sue mani, e la saliva sua era companatico alla mia bevanda.
Le lucenti stelle declinavano in occidente, come uccelli acquatici che si tuffano nello stagno.
Descrive il lampo
Vedilo là nella notte, che vola per aria da occidente a oriente.
Pare che dalle nuvole esca un razzo di nafta ad incendiare le tenebre.
Se la sua luce potesse durare nell’oscurità, sembrerebbe una traccia d’oro sulla pietra alchemica.
Ibn Hamdìs, poeta arabo-siciliano dell’XI secolo, tradotto da Celestino Schiapparelli nell’’800 e un po’ adattato.
***
Jean Genet, al suo amante funambolo in un circo, Abdallah (da Il funambolo)
L’amore – ma quasi disperato, ma pieno di tenerezza – che devi dimostrare al tuo filo avrà la stessa forza che il filo di ferro mostra nel reggerti. Conosco gli oggetti, la loro malignità, la loro crudeltà, e la loro gratitudine. Il filo era morto – o se preferisci muto, cieco -, ora sei qui: vivrà e parlerà.
Tu lo amerai, e di un amore quasi carnale. Ogni mattina, prima di cominciare l’allenamento, allorché è teso e vibra, va’ a dargli un bacio. Chiedigli di sorreggerti, e di concederti garretti eleganti e nervosi. Alla fine dell’esercizio, salutalo, ringrazialo. La notte, quando è ancora arrotolato nella sua scatola, va’ a trovarlo, accarezzalo. E, delicatamente, posa la tua guancia sulla sua.
Alcuni domatori ricorrono alla violenza. Puoi cercare di domare il tuo filo. Sii guardingo. Come la pantera e – così dicono – il popolo, il filo di ferro ama il sangue. Ammansiscilo, invece.
Il suolo ti farà vacillare.
Se cadi, ti toccherà la più convenzionale delle orazioni funebri: pozza d’oro e di sangue, lago dove il sole che tramonta… Non aspettarti di più. Il Circo è solo convenzioni.
Quando arrivi in pista, bada di non muoverti in maniera compiaciuta. Entri: con una sequenza di capriole, di salti mortali, di piroette, di ruote, arrivi ai piedi del tuo attrezzo e ti arrampichi danzando. Fa’ che alla prima delle tue capriole – preparata fra le quinte – tutti sappiano che sarà un susseguirsi di meraviglie.
La caccia sul filo, l’inseguimento della tua immagine, e le frecce con cui la crivelli senza colpirla, e la ferisci, e la fai sfavillare, è dunque una festa. Se la raggiungi, quell’immagine, è
… Ma tu entri. Se danzi per il pubblico, lo saprà e sarai perduto. Sarai come un amico di famiglia. Mai più potrai ammaliarlo: tornerà a sprofondarsi, pesantemente, in se stesso, e da lì non lo strapperai più.
Entri, e sei solo. In apparenza, almeno, perché c’è Dio. Da dove venga, non so: forse lo portavi con te quando sei entrato, oppure lo suscita la solitudine, è lo stesso. È per lui che dai la caccia alla tua immagine. Danzi. Il volto impenetrabile. Il gesto preciso, la postura corretta. Irreprensibili, o muori per l’eternità. Danza, pallido e severo, e, se ci riesci, ad occhi chiusi.
A volte, durante l’allenamento, il salto mortale non ti riesce. Non farti scrupolo di considerare i tuoi salti come animali riottosi che hai il compito di ammansire. Quel salto è in te, indomito, sperduto – quindi infelice. Fa’ ciò che è necessario per dargli forma umana.
E se, non si sa mai, cadi dal filo? I barellieri ti portano via. L’orchestra suonerà. Faranno entrare le tigri o la cavallerizza.
Sono consigli vani, inetti, quelli che ti rivolgo. Nessuno potrebbe seguirli. Ma non miravo ad altro che a scrivere su quest’arte un poema il cui calore ti salisse alle guance. Volevo infiammarti, non istruirti.
STRANAMENTE BENE
Oggi è andata in modo strano.
Oggi è andata bene.
Stranamente, oggi è andata bene.
Oggi, stranamente, è andata bene.
Oggi è stranamente andata bene.
Oggi è andata stranamente bene.
Oggi è andata bene, stranamente.
Oggi
stranamente
bene
CHIUSURA COGNITIVA
Dedicarsi per decenni a una serie di dipinti di Degas, agli artisti morti a 37 anni, al Mondo creato di Tasso, al teorema di Fermat, alla fondazione della chimica, al cobalto, alle vie di ascesa del k2.
Dipingere il giardino del manicomio. Dipingere per anni le ninfee.
Vestirsi di bianco e chiudersi in casa.
Desiderare una stanza tutta per sé.
Sospendere la lettura di giornali, la dipendenza da telegiornali, dribblare i reality show e le chiacchiere, riemergere da internet: poche telefonate, nella casa in fondo alla valle chiusa da un anfiteatro di larici.
Uscire poco, telefonare agli amici da lontano. Pochi conoscenti, e mettere i guanti casomai ti volessero dare la mano.
Circoscriversi. Catalogare le piante di un'isola sul lago di Ginevra.
Sapere poco.
FIUME
Correvo oltre il rivo al margine della radura perché la donna si stava di nuovo infrascando nella macchia di carpini.
Simonetta Bentivoglio, tanto per essere precisi, me la volevo mangiare, è chiaro. Cruda e nuda, rugandole nella pancia come un cinghiale.
Contro di me invece ha preso a correre - era uscito dal niente sto demonio - una specie di chewing-gum che roteava spade e coltelli con le quattro braccia sopra la testa. ma era solo un inganno della mia mente, credo una creatura della mia coscienza che tentava di distogliermi dalla mia preda.
Quando sono arrivato ai carpini Simonetta non c'era più. "Che cesso di posto" ho pensato. Era pieno di bottiglie di plastica.
Sono tornato indietro abbastanza deluso.
Era autunno.
Rivo viene da una radice etimologica che è la stessa di rijeka, fiume.
Mentre tornavo verso casa sul prato è venuto versodi me un bambino. Un bambino... io da piccolo.
Mi ha preso per mano.
"Vieni" fa.
LIBRI BELLI
Leggete e fate leggere Le affinità casuali di Paolo Galloni
http://galloblog.splinder.com e www.faraeditore.it
Hai mai pensato, Michele, che la sequenza dei blocchi regolari sulle pagine dei libri, tutti quei rettangoli di stampa così ordinati, quei campi seminati di lettere sillabe parole frasi periodi paragrafi capitoli, quegli orizzonti delimitati illimitati, quei livelli interdipendenti intersecanti, la linea retta della tua lettura - la zona stampata, quella che leggi sulle pagine dei romanzi è ripetitiva, consolatoria, protettiva, monotona, armonica, incorniciata, compresa da una sola occhiata - hai mai pensato come dura, dura come i minuti le ore le stagioni, come i nostri atti con i loro prima-dopo se-così, come le nostre vite con le loro metonimie narrative, i loro indizi, i loro ricordi presagi di futuro rimandi allusioni inferenze intuizioni indecidibilità attese desideri previsioni - ci hai mai pensato?
Tuo Gerard
oggi mi sveglio, pallida e nauseata, non dormo mai bene, non sogno di notte