Giobatta Bort è un trentino puro, anziano e raro continuatore della stirpe dei libertini settecenteschi. Fuma le sigarette con il bocchino Dunhill, indossa pantaloni a quadri con la cravatta intonata. È un dandy discreto, glorioso e inattuale.
In garage custodisce una Giulietta Alfa Romeo 2000, color crema, come quella che guidavano Pasolini e Chet Baker. L’ha comprata nel 1970 per questa sua devozione alla poesia.
Ha le cromature perfette, il colore brillante, la pelle dei sedili è più morbida di quella di un bambino, i tappetini sono originali, quando cambia i pneumatici li va a comprare in certe officine specializzate in Lombardia. Dovreste vedere (e toccare) le manovelle dei finestrini, la bachelite del volante, il pomello di legno delle marce.
Giobatta Bort è un uomo generoso, per niente tirchio. Però ha amato e ama la sua automobile, non la vuole cambiare con una di queste moderne. Ha settant’anni, è come se volesse trovarsi una fidanzata da venti, dice, non è per lui. Non ne ha nessuna intenzione.
Per lui uomo fedele ed elegante l’uso dell’automobile è sporadico ma impone cura e zelo appassionati, perfino amorevoli: e poi
Ha una di quelle autoradio arcaiche con la selezione della frequenza segnalata dalla stanghetta rossa verticale e la riga FM distinta dalla riga MW.
L’uso che ne fa è igienico, la fa muovere di tanto in tanto per tenerla in forma e prevenire mali gravi dovuti all’inattività. È anche un uso estetico, è una macchina su cui si gode a guidare e sia lei sia l’autista sia la gente per strada si beano del passaggio. Ovviamente Giobatta Bort prima di uscire la lucida e indossa per lei i guanti da guida, quelli senza dita, di pelle e tessuto traforato.
Giobatta Bort è profondamente avverso al consumismo e alla rapidità inutile: sa spendere a profusione ed essere velocissimo ma conosce bene la volgarità e il peso kitsch di queste cose, detesta la portata politica e sociologica delle spese infantili, capricciose, fanfarone, nevrotiche, sa bene che la maggior parte di chi si compra la macchina nuova sta al servizio di bisogni completamente estranei ai propri desideri e alla propria felicità. Sa bene anche che se gli amministratori avessero pensato per tempo a quello che sarebbe avvenuto in questa città soffocante la sua Giulietta sarebbe stata salva.
Nei giorni in cui è gli è lecito, passa in via dei Ventuno e poi sulla tangenziale e sul Lungo Adige, scegliendo con cura le strade meno trafficate per arrivarci, osserva come degli animali strani i pullman scatarranti nella loro fila sterminata e le centinaia di station wagon e monovolume grigie che vomitano le centinaia di migliaia di tristi turisti turnisti che visitano stancamente le strade di Trento.
A piedi, dopo, andrà ad osservare l’assedio dei turisti e a respirare l’aria rinfrescata dai motori Euro due-tre-quattro.
COMPITI DI LATINO
È il
Si decise che i decemviri dovevano consultare i libri sibillini e Quinto Fabio Pittore fu mandato dall’oracolo di Delfi per chiedere con quali preghiere e con quali sacrifici si potesse placare gli dei, e per sapere poi se avesse mai fine questa tremenda sequenza di disastri.
Nel frattempo si compirono i sacrifici straordinari indicati dai libri magici, eccone alcuni: un Gallico e una Gallica, un Greco e una Greca furono sepolti vivi nel Foro Boario in un recinto sacro segnalato da un cippo, già imbevuto precedentemente con il sangue di sacrifici umani; questa comunque è una cerimonia che non appartiene alle tradizioni romane.
Placati gli dei a sufficienza, come ritenevano, Marco Claudio Marcello trasferì mille e cinquecento soldati arruolati nell’armata di mare da Ostia a Roma per presidiare la città; aveva mandato avanti questa legione di mare – la terza legione – con i tribuni militari a Teano Sidicino, aveva affidato la flotta al console collega Publio Furio Filone e lui si era diretto a tappe forzate dopo pochi giorni verso Canosa nell’Apulia.
decemuiri libros adire iussi sunt et Q. Fabius Pictor Delphos ad oraculum missus est scisci- tatum quibus precibus suppliciisque deos possent placare et quaenam futura finis tantis cladibus foret.
interim ex fatalibus libris sacrificia aliquot extraordinaria facta, inter quae Gallus et Galla, Graecus et Graeca in foro bouario sub terram uiui demissi sunt in locum saxo consaeptum, iam ante hostiis humanis, minime Romano sacro, imbutum.
placatis satis, ut rebantur, deis M. Claudius Marcellus ab Ostia mille et quingentos milites quos in classem scriptos habebat Romam, ut urbi praesidio essent, mittit; ipse legione classica- ea legio tertia erat - cum tribunis militum Teanum Sidicinum praemissa, classe tradita P. Furio Philo collegae paucos post dies Canusium magnis itineribus contendit.
CARAVAGGIO
Era spiovuto da poco, ho trovato per strada un foglio di block-notes a quadretti azzurri, piegato in quattro: le pieghe hanno strofinato contro mani e interni di tasche, biglietti dell’autobus e fazzoletti, e dunque sono logore e illeggibili per una zona abbastanza larga. La carta è indurita, come asciugata dopo essere stata inumidita. Il tratto dell’inchiostro si è allargato, sborda spesso in macchie come d’acquarello: la grafia è sottile e piegata verso destra. Alcune frasi non sono concluse; altre sembrano dei completamenti a qualcosa che non si trova. Le righe della colonna principale sono spesso inframezzate da interventi, cancellature, rimandi, riquadri fitti di caratteri minuscoli. Qui rendo tutto in senso lineare, ma ho l’impressione che la visione del foglio fosse voluta e sostanziale, come se i pensieri fossero concepiti nello stesso modo della forma delle frasi e dei quadrati perimetrali con linee alcune incerte, perentorie alcune.
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Maddalena: «Ti ho seguito e poi mi sono stancata non dei tuoi rimproveri – così tenui, così ironici, così amorevoli – ma di quelli dei tuoi seguaci: tu come me conosci la libertà di essere quello che siamo, ma anche l’obbligo di rispondere ad altri di ciò che non vogliamo essere, o meglio, di ciò che l’esistenza ci costringe a essere. Chi lo sa, come noi sappiamo, è libero anche di fondersi negli altri. Tu sei me e io te. Ma adesso, stretta in questo cerchio, nel vuoto della tua assenza, sento com’è stretto il nostro destino. Forse si può sfuggirgli, a una condizione: accumulare vesti e poi spogliarsi; acconciarsi i capelli e poi lasciarli cadere; commettere tutti i peccati – o farsene carico, che differenza c’è? – per poi commettere il peccato di presumersi santi. Scoprirsi abbandonati. Nessuno di noi è innocente; solo chi ammette il proprio crimine contribuisce al bene. Possiamo fare solo questo». … che si chiamava Fillide Mascheroni… Immaginiamo che cosa è accaduto or ora: Maddalena - Fillide si libera di bracciali e orecchini e vuole accanto a sé l’acqua da bere. Si sfiora prima la pelle del polso con la mano e in quel gesto trasferisce la volontà di riprendere possesso di sé, mentre reclina, facendosi sfuggire una lacrima. È già salva: troppa purificazione, troppo pudore (nemmeno i piedi si scoprono, tra le vesti) (ma nei quadri i piedi scoperti ce li hanno solo gli dei e i santi): le mani non ancora giunte, ma tra breve si alzerà verso il lume che taglia là in alto il buio passato. Ma a salvarla, intendiamoci, è lei, è la sua bellezza. Un male. Vedi, dice, questo siamo, questo solo posiamo sapere, sospesi fra le tenebre che sempre abbandoniamo e il lume che sempre speriamo negli occhi chiusi. È salva, adesso, nei suoi cerchi di narrazione, nello staccarsi dall’ombra per muoversi immobile in un lume trasparente, senza provenienza. 31 maggio 1606: «Caravaggio Pittore s’è partito da Roma malamente ferito avendo egli Domenica sera amazzato un altro che lo provocò» Le mani di Maddalena tessono in dialogo. Una abbandonata e inerte. Fa’ di me quello che vuoi, dice. L’altra ha come lo scatto di un movimento che segue un pensiero, sta dimostrando qualcosa. Ed è un gesto di pace, uno di quelli prodotti dal pensiero sorto nel dormiveglia quando si è disperati. Un’illusione tremenda. Quel gesto dice: Non può che essere così. E Maddalena: Sono bella perché sono vera. Maddalena è uguale all’emergere della luce sullo sfondo oscuro, il sapere che emerge dalla tenebra: è staccata di netto dalla lama di lume che forma un triangolo in alto a destra: quest’ultima ha una provenienza certa, ineluttabile, a priori, ed è crudele perché sta lontana dal corpo della donna e non ha nessuna comunicazione con esso. È crudele come la speranza non saputa e non sperata. Ma l’altra luce, l’altro lume, l’altra salvezza sono gli oggetti comuni: la brocca, gli orecchini e i bracciali. Da questi il contatto con l’altra luce. I capelli rossi della rufa, della strega. Qui si vede la fedeltà, chi ha più fede di questa donna reclinata con gli occhi chiusi e le membra segrete… I bracciali e le gioie sono come una strada, al termine della quale sta la brocca d’acqua trasparente, qualcosa che richiama la lacrima: credo in te, Signore, dice, credo in te dopo aver abbandonato i gioielli e in attesa di spogliarmi del tutto, prima che la nudità ancora pericolosa diventi anch’essa perla sparsa sul coccio, una tappa di una storia passata, credo in te con la mia bocca socchiusa, così che gli spiriti possano comunicare, con gli occhi chiusi e le mani quasi giunte. Credo in te perché sei assente, perché non ci sei, perché ci sei solo con l’allusione della lama di luce che attraversa il buio: e forse quella è solo una mia speranza, forse un pensiero, che può esistere solo a condizione dell’esistenza delle tenebre da cui si stacca. |
Immagino le perle dei denti, nella bocca socchiusa, invisibili ma detti dale perle sparse a terra. Ora, quelle perle sparse ci dicono rottura e caos, ma nel segno della grazia e della purezza, della perfezione e dell’innocenza. Un’altra perla visibile (o quasi) brilla da una gemma nascosta, dietro la palpebra, una lacrima trasparente. Onde nel trovare e nel disporre le figure, quando incontratasi a vederne per la città alcuna che gli fosse piaciuta, egli si fermava a quella invenzione di natura, senza altrimenti esercitare l’ingegno. Dipinse una fanciulla a sedere sopra una seggiola con le mani in seno in atto di asciugarsi i capelli, la ritrasse in una camera, ed aggiungendovi in terra un vasello d’unguenti con monili e gemme, la finse per Madalena. Pietro Bellori, Le vite de’ Pittori, Scultori et Architetti moderni, Roma 1672. «Il lusso dei vestiti, come vedi, ha un’eleganza popolare, e come si può rinunciare a questo? In ogni sfarzo dell’astrazione ci sta un’origine nei sensi, in ogni vibrare della luce lame del buio, in ogni bene l’ombra del male. Ho intinto un dito nella brocca e disegnato questa vera lacrima all’attaccatura del naso, dove spinge la curva che conduce alla fossa delle palpebre. Questo è avvenuto alla fine della mia posa: è alla fine che accadono le cose che si ricordano. Michelangelo ci mise uno specchio a mezz’altezza, inclinato, e mi guardò di lì, taceva. Anch’io tacevo, e aspettavo i movimenti dei suoi occhi che passavano dall’immagine riflessa a me, da me all’immagine riflessa. E mi sentivo trasparente come l’acqua. Capii qualcosa e sapevo che la tutta la vita mia mi apparteneva solo come le pieghe invisibili d ella camicia, che alla mia vita sono legata da fili sottili come i lacci blandi sui polsi, e che, davvero, esisto nel disegno che solo Michelangelo sa dipingere e che sta fra me vera e il riflesso dello specchio, una somma di quel che sono e di ciò che, io ad occhi chiusi, gli occhi di Michelangelo costruiscono fra me e l’immagine riflessa» Nel raggio di luce della Maddalena in un dipinto di un seguace di Caravaggio, Monocolo di Racalmuto: “Amore langueo”, muoio d’amore. …infatti non si consacra di continuo allo studio, ma quando ha lavorato un paio di settimane, se ne va a spasso per un mese o due con lo spadone al fianco e un servo di dietro, e gira da un gioco di palla all’altro, molto incline a duellare e a far baruffe, cosicché è raro che lo si possa frequentare. Karel van Mander, Het Schilderboeck, |
PARALIPOMENI DELLA BATRACOMIOMACHIA PER TUTTI
Dunque i topi afflitti dovevano in questa situazione difficile occuparsi della salvezza comune e impegnare tutti i loro pensieri soprattutto a provvedersi di un nuovo capo. Darsi un capo: crudele necessità è questa, che sottomette uomini e animali, e priva tutti, in cambio della vita, del maggior bene per cui la vita è viva, la libertà.
Decisero di non scegliere un re in via definitiva. E poi, non potevano. Era meglio allora differire tutto a quando fossero tornati nella loro Topaia, la cara patria dove non hanno asilo la paura le rane e l’acqua e i granchi barbari e nefandi, e quel momento non era lontano. Una volta là, avrebbero sicuramente dimenticato tutto.
Si accontentarono, intanto, di affidare il comando dell’esercito e del loro ritorno e di conferire il potere delle decisioni e delle azioni a una autorità militare. Ecco, si comportarono come quando il mare si fa scuro e i marinai battuti dalla tempesta seguono gli ordini del capitano che governa la nave. Nell’epica, lettore, questa similitudine fra governo dello Stato e della nave la fanno sempre.
Fu eletto Rubatocchi e mille e mille topi si misero al suo comando: Rubatocchi, lui, che fu, come strombazza Omero, l’Achille dei topi. Aveva combattuto da dio: a lungo, per causa sua, tante rane vedove hanno pianto amaro e si dice ancora oggi che fra i ranocchi sia terribile il nome di Rubatocchi.
Figurarsi se una madre rana chiamerebbe Rubatocchi suo figlio… invece qui da noi senti la voci dolci delle mamme chiamare Annibale ed Ermanno: così è cancellata la gloria, madre di tutte le lodi, chissà se per colpa e destino, almeno dai tempi del Rinascimento. Mancano Giuli e Pompei, Camilli e Germanici e Pii, bei nomi nobili con cui chiamare i bambini, quando il prete gli slavazza il ciuffo? Si potrebbe provare, così per vedere se qualche giorno il ricordo dei grandi gli instilla un po’ di valore, se mai saranno sconfitte le voglie indegne dal riso che infanga questi grandi nomi, quando li sentono in giro? Intanto, i turisti fanno apposta a farsi dei bagni nel Trasimeno, dove Annibale le ha suonate per bene ai Romani, e si ricordano con piacere di quella strage: una vittoria che non ha consolato i Cartaginesi, a dire il vero, che ci hanno rimesso Zama e Cartagine: quel turista là, che ama così poco questo bel paese, vada a nuotare anche nel Metauro e passi anche da Spoleto, già che c’è, dove sono stati i Romani a suonarle ai Cartaginesi.
Qua occorre spiegare: questo turista che amava le bellezze d’Italia e disprezzava l’Italia è Harold, il protagonista di un poema di lord Byron. Leopardi tutto sommato il suo amor di patria ce l’aveva,e poi, come abbiamo capito, non perde occasione per dare contro a un romantico. Byron aveva proprio detto così, che gli piaceva nuotare ricordando le vittorie di Annibale e i torrenti di sangue.
Ma come! Insiste il conte. Se anche noi italiani ci mettessimo a fare lo stesso gioco, potremmo andare e divertirci su molte spiagge, e anche riscaldarci con la legna di parecchi boschi e anche ammirare i tramonti su tante pianure e intanto ripeterci a memoria più di un alloro sia nelle nostre che nelle terre loro.
Occorre spiegare anche qualcosa che hai già capito, lettore: il poema eroicomico è fatto di divagazioni continue, ogni argomento è buono per aprire una via secondaria del discorso. L’epica sì, quella è ordinata, compatta, serrata; la nostra povera storia è un guazzabuglio svagato di digressioni, di invettive, di libero sbracciarsi dell’umore.
Riprendiamo il conte, che ci sta spiegando come gli stranieri sentono l’odio nel petto quando viene fuori l’Italia e si fanno lieti di quelle antiche sconfitte, cosa peraltro che a loro non dà gloria. Molti popoli hanno sopportato dure vicende e si sono corrotti in tanto lunghe sofferenze, ma nessun altro popolo come il nostro è tanto odiato. E questo avviene perché l’Italia invasa, serva, lacera è sì in una condizione sventurata, ma ciò che di più alto c’è nel mondo è comunque italiano, la gloria di Roma risplende tanto che oscura tutte le altre glorie possibili, e la superba Europa in realtà porta in sé l’orma dei nostri antenati romani. Non solo Roma classica ha resistito alla barbarie, con il suo lume mentale, ma l’Italia è tornata un’altra volta regina, vestita degnamente, ed è stato con il Rinascimento. E fu superiore al goffo straniero che oggi ride di lei, e i figli di questa regina sentivano di stare in terra straniera come in un esilio. Gli altri sentono che il loro passato e la loro memoria sono un nulla rispetto alla nostra, sentono che ogni patria è fanciulla rispetto a quella che eccede ogni grandezza e sanno bene che se non fossero strozzate nella culla le doti che le sono state concesse, se l’Italia non fosse serva, allora tornerebbe regina per la terza volta. Ecco il perché dell’odio implacabile, dell’ironico riso con cui offendono questa donna incatenata, abbandonata nella polvere, che non può difendersi né a parole né con le mani. E chi è più pietoso degli altri e accende qualche speranza fra i più illusi di noi, comunque non aiuterebbe l’onore italico, piuttosto difenderebbe i giudei. Eccolo lì il turista: sotto gli eccelsi monumenti romani, dà delle bacchettate con il suo bastone da passeggio a rovine uniche al mondo, dondolando il corpo; si consola con questi pensieri, lui che ha antenati che hanno servito quegli stessi che hanno costruito queste meraviglie. E tutta questa grandezza genera in certa gente solo avversione.
3. continua