QUANDO VOLAVO
C'è una cosa importante da capire. Quando si vira, l'aereo tende ad abbassare il muso: è chiaro, i flap fanno resistenza, ma soprattutto l'assetto non è in linea e la portanza alare diminuisce, dunque si perde la forza che tiene su tutto quanto. Perciò - ma è bene capirlo anche nelle sue leggi fisiche, questo "ciò", e la legge è anche che tu dell'aereo devi sapere tutto, tutto - quando viri non solo devi girare la cloche per muovere gli alettoni delle ali, ma devi anche tirarla verso di te, cabrare leggermente. Poi, mentre viri, l'aereo tende anche a fare un moto rotatorio, come se si dovesse chinare su un fianco, rovesciarsi: anche questo devi contrastare, e lo fai con i pedali, che controllano i flap della coda: devi tenerlo dritto agendo sui flap contrari alla direzione della virata.
Questa qua, dell'aereo che tende leggermente a picchiare e a rovesciarsi e tu che lo domi con la cloche e i pedali è una sensazione di avere in mano il mondo intero.
Il percorso all'inizio è semplice: decolli, viri alla fine dell'area militare dove c'è un pennone con una bandiera grande rossa, fai il lato breve di un rettangolo, arrivi a duecento metri circa sul mare e inizi il lato lungo, che è obliquo alla costa, poi in prossimità della riva picchi - quanto vuoi, vedi tu - e poi cabri, poi viri e fai l'altro lato corto, viri di nuovo e sei di fronte alla pista d'atterraggio - atterri. Così, per iniziare, poi si vedrà.
Mi infastidivano i miei compagni maniaci dei treni o del modellismo. Giocavano in casa, con dei pacchi costosi regalati dai papà che poi li accompagnavano alla stazione in orari fissi per vedere passare certe locomotive di marche che mi erano indifferenti. Io i trenini di noi poveri li montavo in domeniche pomeriggio infinite quando si doveva fare tutto in silenzio, i nostri padri dormivano un sonno sacro e quando si svegliavano ci passavano le mani ruvide sulla faccia. E poi cantine unte con i pezzi di moto e biciclette, o l'officina dove ci prestavano una tuta che stava in piedi da sola e ci si sdraiava sotto le macchine da truccare.
Tu dell'aereo devi sapere tutto: come funziona, secondo quali leggi, ogni pezzo del motore e come ogni pezzo sta insieme agli altri.
L'istruttore non mi dava mai il segnale di picchiare, eppure il lato lungo del rettangolo non finiva, il mare era ormai andato dietro i finestrini. Stavo per iniziare la manovra di virata, quando mi fa:
- Ora!
- Come ora, ostia?, e la virata?
- Viri sulla cabrata.
Adesso, già in sé virare ha la sua complicazione e in sé cabrare non è semplice (l'aereo va sempre in stallo, non c'è verso), se poi combini le due cose devi tenere conto di mille fattori: esaltante, ma... Comunque non c'era tempo per pensare a niente.
Anzi, una cosa l'ho pensata: Michele, questa non la rifai tante volte, perciò o pensi alla tua vita e fai una cosa leggera, oppure te la godi ed esageri.
Ho scelto la seconda.
Ho buttato avanti le mani e la cloche ha toccato fine corsa. La sirena dello stallo s'è messa a urlare impazzita e ho visto i campi farsi più grandi. Poi ho inquadrato una fattoria, con una bella corte a L. Ho cominciato a distinguere le tegole. Poi c'era il pollaio. Aspettavo il segnale dell'istruttore, era lui che doveva indicarmi quando finire la picchiata e tornare su. Vedevo tre galline nella corte. Anche i sassi. Allora, porcaeva, quando mi fai alzare sto muso? E' uscita un'altra gallina dal pollaio, forse ha capito che c'era qualcosa che...
- Cabra!
Ho dato un tirone alla cloche che non voleva venire, ho dovuto proprio fare forza. L'aereo che ti spinge nella schiena e tu vai verso il cielo è grandioso, lì pensi all'infinito. E pensavo all'infinito. Ma l'istruttore rompe l'incanto:
-Adesso vira, novanta gradi!
Come, ostia, vira, in piena cabrata?.
Qui non c'è esperienza che tenga, giuro: droghe, copula, gloria, tuo padre che da bambino ti faceva le capriole con le mani sotto le ginocchia, non c'è paragone.
Ho virato, tentando di combinare la cabrata con le forze contraddittorie che si mettono ad azzuffarsi con l'aereo che sale, gira e tende a scendere e a chinarsi e rovesciarsi sul dorso. E non ho saputo più niente: non sapevo dov'erano la terra e il cielo, se io stavo a testa in sù o da che parte (se vuoi sapere in che posizione sei sotto una valanga per capire da che parte devi scavare per andare verso la superficie, puoi pisciarti addosso; ma nell'aereo pisciarsi addosso non è conveniente e poi non c'è tempo; al limite ti dice qualcosa il vomito, ma solo dopo).
Eppure, ho continuato le mie manovre, a mente, senza lasciarmi andare.
Mi sono ritrovato dopo un po' con il sole negli occhi e la pista di atterraggio davanti. Ho atterrato semplicemente, forse con il muso un po' sbilenco e l'assetto che sfarfalleggiava, ma bene.
- Bravo, mi ha detto l'istruttore.
Ecco, non gli ho chiesto se mi ha riaddrizzato lui dai suoi comandi o se ho fatto tutto da me.
Quando ho messo la gambe a terra mi tremavano.
TARGHE ALTERNE - LE663RE
Oggi che era mercoledì in tutto la provincia circolavano le macchine con le targhe pari. Qui ci si limita il venerdì, il lunedì e il mercoledì di norma e poi quando va male anche il sabato e la domenica. L'aria non migliora. E potevano anche pensarci prima, diciamocelo.
L'idea più bella ce l'hanno avuta i miei amici di un'associazione culturale che si chiama Paragrafi.
Leggono i classici in biblioteca, il mercoledì, quando gli altri c'hanno le limitazioni. Noi si legge i classici, targa LE663RE: leggere LEGGERE LE663RE. A voce alta, che si senta bene, SENZA LIMITAZIONI.
IL GATTO RIBELLE
Il gatto che abita al piano di sopra ha il carattere di Finardi, corre come un ribelle e si agita anche quando suonano solo chitarre e pianoforte. La sera corre come un pazzo sul corridoio credendo di fare chissà cosa, la ritmica è rapida, fa spesso dei disastri. La padrona non si arrabbia quando rovescia sgabelli e urta consolle in bilico sui tappeti presi alle svendite nel Veneto. E' un gatto giovane che suona fino a tardi.
L'Italia è un paese ridicolo. Cos'ha di suo, di genuinamente suo, oggi? Potere politico no. L'arte è debitrice in gran parte della marmellata globale. Ha parmigiano e brunello, la dieta mediterranea. La moda, dicono - ma siamo sicuri? Vogliamo parlare della Fiat... sembra che gliel'abbiamo fatta agli americani, ma non credo che si siano fatti fregare così placidamente, da qualche li riprenderanno quei soldi - intanto gli stabilimenti mandano in cassa integrazione - diciamocelo, gli errori dell'Avvocato son stati davvero grossolani - come si è potuto idolatrare uno che ha affossato un'industria di quelle potenzialità?
Il gatto di sopra detesta Gino Paoli, sono sicuro. Gli fa venire in mente del miele andato a male. Il pezzo forte delle sue corse sui corridoi è la cover de La spada nel cuore di Patty Pravo. Vuoi mettere, che ne so, non si dice Brel o Gainsbourgh, ma perfino Charles Aznavour? E comunque Patty Pravo... E' grande anche su Se telefonando di Mina e I will survive di Gloria Gaynor. Ecco, certe volte ho dei pensieri su queste predilezioni, lui corre sul corridoio e giù Patty Pravo e i Queen e The Commodores e Tom Jones e Barbra Streisand. La padrona non gli ha detto niente sulle icone gay del postmoderno pop, evidentemente. O forse sì, ed è per questo che... Comunque Gino Paoli e la Vanoni, niente. Per fortuna.
Le cose sue l'Italia - no, aspetta, ricomincio.... Le cose loro, gli italiani ce l'hanno nel passato. Narrate uomini la vostra storia. Quando raccontano ciò che sono stati gli italiani sono fra i migliori . Però storie brevi, fatti circoscritti. L'altra cosa buona è l'umorismo. Le due cose non sono disgiunte: nostalgia malinconica e umorismo stanno bene assieme. Diversamente, mi dispiace, ma sa di ridicolo e posticcio, non sono fatti per il presente e per il futuro gli italiani.
FORTISSIMO
Mi ha voluto chiamare Fortissimo mia mamma.
La ricordo che piscia accucciata tra il muro e una 126 alla periferia della Città.
Mia sorella danzava sul terrazzo, è così che la vediamo in un filmino dove ha sette anni.
Poi divorziarono, non si perdonavano uno all'altra la morte della piccola.
Mio fratello Rosso oggi abita in Inghilterra con il suo uomo - sono felici. Hanno un cane, una bassotta che hanno chiamato Dolce.
Così, nel giro di due giorni, per una setticemia.
Cartoline seppiate, quadretti di Hundertwasser, una raccolta di biglietti del cinema e bustine vuote dello zucchero, il tè, vecchi long playing dei Roxy Music: Fortissimo resiste al mondo, che al 98 per cento è terrore e corruzione.
Dear Mike,
per l'articolo su di me che devi scrivere, mi chiedevi quali sono a mio parere le poesie che vorrei vedere citate.
Ecco, una delle mie preferite è Clima rigido:
Il cervello nel teschio
ha molto freddo,
almeno stando
ad Alberto Magno.
Qualcosa come la distesa di una tundra
su scala universale.
Un vento di galassie.
Vette di iceberg all'orizzonte.
Notte polare.
Un transatlantico nella morsa del ghiaccio.
Sul ponte ancora qualche luce accesa.
Silenzio e freddo feroce.
Questo paesaggio interiore polare lo ritrovo spesso nei miei pensieri (in tutti i sensi: lo penso ed è il paesaggio dei miei pensieri) e poi mi è venuto in mente che forse vale anche come dichiarazione di poetica.
Ci sono poi due poesie sulla guerra. Una è Stufo di proporzione epiche:
Mi piace quando
Achille
viene ucciso
e anche il suo compagno Patroclo -
e quella testa calda di Ettore -
e quando tutta la jeunesse dorée
greca e troiana
con maggiore o minore
perizia è trucidata
così che infine
regnano pace e quiete
(gli dèi per un istante
tengono il becco chiuso)
si può sentire
un uccello cantare
e una figlia chiedere alla madre
se può andare al pozzo
e lei, certo, può andarci
per quel grazioso sentiero
che serpeggia
nel boschetto di ulivi.
E un'altra si chiama War, è del 1992:
Il dito tremante di una donna
scorre la lista dei caduti
nella sera della prima neve.
La casa è fredda e la lista lunga.
I nostri nomi, tutti, sono inclusi.
E poi Salmo:
Ci hai messo un bel po' a deciderti,
oh Signore, su questi pazzi
che governano il mondo. Arrivano dovunque
e i loro artigli devono averti spaventato.
Uno di loro mi scovò con la sua ombra.
Il giorno si era fatto freddo. Ondeggiai
fra il terrore e il coraggio
nell'angolo più buio della stanza di mio figlio.
Ho cercato, con i miei occhi, Te in cui non credo.
Ti impegni a rendere graziosi i fiori,
a far sì che gli agnelli non smarriscano la madre,
o forse nemmeno di questo ti curi?
Era primavera. Gli assassini con un'aria sportiva
e allegra, e le tue divinità
al loro fianco, per accertarsi
che i nostri addii venissero pronunciati bene.
Ecco qua... per il resto, scegli tu.
Io non dormo mai, come sempre; ho freddo, quest'inverno, e comincio a fare fatica con le lezioni all'università. Mi piacerebbe tornare in Italia, cenare e discutere sulle poesie di Enzesberger, sui romanzi di Kurt Vonnegut , sui racconti di Gianni Celati, sui film della nouvelle vague.
Ti abbraccio (ho le mani fredde, ti avverto)
Charlie
Charles Simic (1938) è serbo di Belgrado, ma vive dagli anni Cinquanta negli Usa. Sue poesie sono tradotte in Hotel Insonnia (Adelphi) e sue prose in Il mondo non finisce (Donzelli).
Caro Michele....
come stai?
Questa domanda la facevo a tua madre in un sogno stanotte... l'ho vista
insieme a te seduti in una tavola imbandita. Tua madre bella giovane e
sorridente. Una bella immagine.
Io ricordo abbastanza i sogni, e ce ne sono alcuni di veramente strani...
(come la scorsa settimana che ho sognato il mio dirigente in
reggipetto...!!!!)
So che presto compi gli anni,,,, ehm... come ti stai preparando? :-)
tua Sigmunda
POST DIFFICILE
Per un anno ho vissuto vicino a Monfalcone, per il servizio civile. Era il 1991, c'erano la prima guerra del golfo e gli sbarchi massicci degli albanesi. Io ho lavorato nella biblioteca di un piccolo comune e poi sono stato con degli albanesi immigrati e aiutati dagli enti pubblici. Poi, a un certo punto, hanno cominciato a sparare a Nova Gorica (ma che anno è stato, quante cose ci sono successe?) e la gente poteva andare sulle colline e sentire i colpi della guerra.
La gente di lì che ho conosciuto abbastanza bene diceva che non si meravigliava di niente. Lungo il confine si tenevano i fucili nelle cantine delle case. C'era un odio inveterato che risaliva nei secoli.
I fascisti hanno depauperato le minoranze, hanno attuato una politica di occupazione, di impoverimento linguistico, di oppressione economica (dietro l'angolo di casa, qui, in Alto Adige, fu lo stesso) - territori, nazioni, popoli privati dell'identità e ridotti alla povertà.
La reazione è stata impressionante, orrenda.
In parte fu reazione, in parte un capitolo del libro orribile degli odi politici ed etnici secolari, contorti, irriconoscibili per origini e ragioni, incarniti.
Mille morti nelle foibe, diecimila morti fra campi ed esecuzioni. La storia è fatta di contabilità miserevole.
E non si dimentica l'"esodo", vero?, 250mila istriani venuti via, e disprezzati anche in Italia.
I veneti della zona di Monfalcone, i bisiàchi, hanno una memoria testarda e un senso di attaccamento al territorio, alla patria che ha qualcosa di arcaico, tipico delle zone di frontiera e marginali, di gente di campagna e di mare presa a calci nel culo nei secoli dei secoli: ho sempre avuto l'impressione che i più lucidi di loro sapessero bene di che cosa parlavano. E parlavano di odio, lo prevedevano, le sentivano. E poi è arrivato, al di là del confine. E c'è stato, tra il '43 e il '45.
Ben vengano le giornate del ricordo.
Maledette le bestemmie di parte.
Ma ho sentito e visto e vissuto anche un amore grandioso per la terra che c'è al di là del confine, un'ammirazione sconfinata per la sua bellezza, per la sua disgrazia - e una forma di convivenza (amicizie, parentele, viaggi, lingua, cultura) supernazionale, senza confini.
I miei amici albanesi mi ripetevano un modo di dire che credo diffuso tra slavi e balcanici - la politica è una gran puttana.
(La stessa sensazione, di una verità tremenda detta con gli strumenti della coscienza che fornisce l'esperienza, l'ho avuto a metà dei 90, quando una sapiente donna ebrea di Tel Aviv mi disse che si respirava una brutta aria e che laggiù non c'era speranza di bene: né gli uni né gli altri sanno riconoscere bene e giusto, diceva).
EL GAT A LA GABIA DE LA CINCIA Vólela nar? Làsela, làsela nar. Som chi aposta. Mòlela quela cincia. Som famà come ‘n luz, orbo come ‘n finc, delicato, però: zaco piam pianim. Tanto, morìm tuti. L’è come volar via. Vólela nar? Làsela, alóra.. Sem tuti ‘n gabia: fa’ ‘n gesto simbolico, ‘verzi la portèla, fàne veder come che la vola la cincia, bèla la me cincia. Mòlela, mòlela sinò mi móro móro de fam, miga d’amor, mòlela la cincia, la vól volàr. Vàrdeme, gabiéta, som magro ‘mpicà, mòla quela cincia, fàmela tastar, nó védet, som òrbo da la fam, pù orbo de ‘n finc. Ne volém zà bém: miao miao cip cip, gabia, som naród, mòlela che móro Ghe dago mili basi de fam, e po’ de nof mili, te darài che la consumo. Portèla, pòrtela da mi. La vól anca éla, no l’è che no la vól, la g’à ‘n poc de rispet ma la vól. Vólela nar, gabia, vólela? Làsela nar, làsela, alóra, ghe som chì mi, mòlemela, cosa se ghe vól, ‘vèrzi la portèla, mi da per mi ‘verzo la bóca. Tanto, ‘spèto, no gò miga frèta. Mòlela la cincia, gabiéta, che l’è ora, mòlela se la vól, valà che la vól anca éla. Nada una, ghe n’è po’ n’altra. Mòlela, te darài che bèl véderla volàr, en poc la laso nar. | IL GATTO ALLA GABBIA DELLA CINCIALLEGRA Vuole andare? Lasciala, lasciala andare. Sono qui apposta. Mòllala quella cincia. Sono affamato come un luccio, cieco come un fringuello, delicato, però: mastico piano pianino. Tanto, moriamo tutti. È come volare via. Vuole andare?Lasciala, allora. Siamo tutti in gabbia: fa’ un gesto simbolico, apri lo sportellino, facci vedere come vola la cincia, bella la mia cincia. Mòllala, mòllala sennò muoio muoio di fame, non d’amore, mòllala la cincia, vuole volare. Guardami, gabbietta, sono magro impiccato, molla quella cincia, fammela assaggiare, non vedi, sono cieco per la fame, più cieco di un fringuello. Ci vogliamo già bene: miao miao cip cip, gabbia, sto male, mòllala che muoio. Le do mille baci di fame, e poi altri mille, vedrai che la consumo. Sportellino, portala da me. Vuole anche lei, non è che non vuole, ha un po’ di ritegno ma vuole. Vuole andare, gabbia, vuole? Lasciala andare, lasciala, allora, ci sono qua io, mollamela, cosa ci vuole, apri lo sportellino, io per me apro la bocca. Tanto, aspetto, non ho mica fretta. Mòllala la cincia, gabbietta, che è ora, mòllala se vuole, dài che vuole anche lei. Andata una, ce ne sarà poi un’altra. Mòllala, vedrai che bello vederla volare, per un po’ la lascio andare. |
Caro Mics,
ho cercato di raccontare la vita di questo quarantenne - raccontarla, capisitu, mica farne sociologia o politica o filosofia - e così mi sono venuti fuori questi album che adesso puoi guardare alla tivù un po' sul tardi, ma la prima puntata giovedì alle nove di sera sul tre.
'scolteme, belo, non è che c'ho questo narcisismo - bem, sono attore, ostia, cosa pretendi? - però mi sembra che questa storia possa interessare a tanta gente. Capito?
Mi hanno fatto un sacco e una sporta di interviste. La risposta più bela che ho data è stata questa che ti trascrivo. L'ho sentita da un mio amico filosofo, però ogni volta che la ridico mi viene da ridere anche a me. La giornalista mi ha domandato cosa penso della politica e io allora ho detto: "Non ci si può identificare né a destra né a sinistra, c'è l'ossessione del centro, è come se la politica italiana stesse attraversando una fase anale...".
Ciao, guardami, tuo
Marco
ALBERGO SHAKESPEARE
L’angelo nero dalle penne coperte di ghiaccio venne dal nord. Aveva la tunica strappata, forse un polso spezzato. Le tre coppie di ali si chiusero intorno al suo corpo, voleva proteggersi. Batteva i denti.
Allungò una mano, coperta da un pelo raso e grigio, come quello dei topi, costellato di gocce semicongelate.
Starnutì.
Spinse la porta dell’albergo, entrò.
Esistono degli alberghi che si chiamano Shakespeare.
L’albergo si chiama William Shakespeare.
Chi era Shakespeare? Mi chiedi chi era Shakespeare?
Non lo sa nessuno.
Nessuno conosce il suo volto, non sappiamo nemmeno se abbia scritto lui tutto quello che oggi mettiamo sotto il suo nome: La tempesta, Il sogno di una notte…
Le coppe avvelenate di Amleto. Le mani insanguinate di Lady Macbeth.
Dicessero incendi tutta la letteratura e tieni solo… Tu terresti solo l’opera completa di Shakespeare, e faresti bene.
L’angelo avanzò a fatica sul corridoio del primo piano.
Posò una di quelle mani dal pelo corto sulla parete, osservò come stupito le rughe della cartaparati.
Si fermò di fronte a una porta, dispiegò le larghe ali, che fecero un rumore bianco come di un lenzuolo sbattuto. Erano nerissime, con riflessi grigio nafta.
Ridiventò bozzolo un attimo, per riaprirle del tutto dopo aver oltrepassato la soglia della mia stanza.
Michele, mi chiamò, Michele svegliati…
Riciclo un post di qualche mese fa. Questo "racconto" (?) è finalista in un premio, se vinco qualcosa vado a una cena con hladik, senza, catomaior e galloni - glielo devo.
ERO
Ero il sindaco di un paese delle Alte Giudicarie sceso in automobile fino al capoluogo per fare presente all'assessore che il ripopolamento dei cervi ha causato tre incidenti negli ultimi sei mesi e chiedere di conseguenza adeguato finanziamento per la recinzione dei tratti più esposti della strada provinciale.
Ero Eros Eris, imputato di tentato omicidio, all'udienza mentre parlava l'avvocato difensore. Eros ha tentato di uccidere la giovane ex moglie mettendo dell'acido nella doccia. Il difensore afferma che non era acido, ma solo detersivo per i pavimenti. Era acido.
Ero Dario Fo che ride mentre scrive una battuta. Ero il papa che muore.
Ero sulla soglia della mia morte con l'ultimo fermo immagine negli occhi, quello che poi rimane per l'eternità.
Ero lì sul limitare della mia nascita e non vedevo niente. Però sentivo le mani calde e farsi tenere senza cadere era l'esperienza più bella che avessi mai avuto - l'unica, d'accordo, ma era bella.
Ero adesso, che vorrei qualcuno che mi prendesse in braccio. Come lo vorrei.
Ero adesso, che mia mamma è venuta a trovarmi, ha visto i calzetti sdruciti in cima attraverso i sabot estivi che tengo in casa, è andata al Millennium Center e me ne ha comprati due paia.
Voi non eravate mai di quelli con i calzetti sdruciti?
Ero l'uomo che vedo sempre al cineforum, porta dei vestiti inglesi perfetti.
Ero Ester Bolenghin, donna-natura.
Ero domattina...
LENTA COME SALIVA
Ero l'ubriaco addormentato nella chiesa, sulla panca.
Le scarpe levate con i talloni, rovesciate per terra.
Eccolo, adesso sogna una donna che lo osserva, una con gli occhi neri come le dive del cinema muto. Ha avvicinato il volto al suo, con una lentezza da tempo immobile ed esasperante, ma poi tuto quell'indugiare è diventato solo fascino - sì, proprio una magia - e al barbone che sono io viene voglia che non finisca mai quell'avvicinarsi estenuante vorrebbe chiudere gli occhi per trattenere quell'immagine e prima o poi sognarla.
Gocciano due lacrime
e chi se le sarebbe aspettate?
dagli occhi da bue dell'ubriaco, guarda bene quest'occhio
irregolare
vene ingrossate
inizi di cataratta
e NELLO STESSO MOMENTO piange anche lei
Lei? Lei, la dea.
cola la lacrima sulla foglia azzurra della dea
quasi secca la mia - l'ubriaco, ricordi? - lascia una striscia di sale sulla pelle sporca prima di perdersi nel prato abbandonato della barba, l'altra enorme e limpida traccia una via di rimmel.
Tanto vicini, ormai, questi volti, che l'uomo ha paura. "Chi sei?" pensa e non dice, e dimentica.
Prima di chiudere gli occhi per rifugiarmi nel sogno di un deserto, tanto vicino si accostano i visi che le lacrime si congiungono e la nuova stilla precipita oltre la mascella, sotto l'orecchio, fino alla spalla, dove si divide in due fiumi, che poi ancora si separano all'attaccatura delle gambe e ancora sulle dieci dita.
Quaranta fiumi di sale e trucco ci sono nel sogno del barbone e si spandono sulle lastre della cattedrale, infilandosi ognuno in una fuga tra le piastre del pavimento e ridividendosi in tre a gni incrocio, sempre più rapidamente, e schizzi scorrono verso l'alto seguendo diversi angoli, fino a riempire tutto lo spazio, finché, a una contratura dell'occhio che sogna, tutto ritorna a una goccia, che scivola lenta come saliva su quel volto sognato.