MANOSCRITTI / PROPOSTE DI PUBBLICAZIONE
Non mi piace usare la parola "manoscritti" perché ho una formazione filologica e mi viene in mente tutt'altro, non un aspirante scrittore che manda il suo plico all'editore. E poi nessuno più oggi manoscrive e in particolare nessuno manoscrive l'ultima versione del suo romanzo o delle sue poesie, tutt'al più stampa.
Sul sito della Fanucci www.fanucci.it è comparso due giorni fa questo:
La Fanucci Editore presenta una nuova collana:
Collezione Narrativa
Non romanzi di genere, ma mainstream assoluto di autori italiani e stranieri
Faranno parte di questa collana autori capaci di imporre una propria calcolata eccentricità sulla tendenza diffusa all'omologazione e alla ripetizione di schemi e trame consuete.
Autori diversissimi tra loro, ma accomunati dalla particolarità della loro ricerca, dalla capacità di offrire un prodotto non di "genere" ma in grado di dar vita ogni volta a opere uniche e irripetibili, al di là di ogni convenzione narrativa.
I primi autori italiani verranno pubblicati nel secondo semestre del 2005, mentre di prossima uscita sono due assolute novità: Ignacio Padilla con Ombre senza nome, romanzo vincitore in Spagna del premio Primavera de Novela per l'anno 2000, e Matt Ruff con La casa delle anime, romanzo vincitore del Washington State Book Award.
e oggi quest'altro:
Avviso agli aspiranti scrittori
Dopo soli due giorni dall'annuncio di una nuova collana di narrativa di autori italiani e stranieri, la casella di posta (elettronica e non) è stata letteralmente invasa di richieste di pubblicazione (oltre 200). Con queste poche righe, vorrei consigliare a tutti che per pubblicare bisogna rivolgersi alle agenzie letterarie e non direttamente agli editori. Ce ne sono tante e molto competenti. Io da parte mia dichiaro ufficialmente che non garantisco che venga presa visione di alcun manoscritto che non sia stato inviato attraverso un'agenzia letteraria. Ad ogni modo i manoscritti ricevuti NON verranno restituiti.
Grazie per la collaborazione,
Sergio Fanucci
Ecco: così ci siamo. Onesti (una cosa del genere la scrive sul suo sito anche minimumfax, che avverte che non c'è speranza). Invece dicono che altri, anche grossi, tipo Einaudi, comunque passano le opere proposte a dei lettori. Invece direi che esempi come quelli di Adelphi e potrei aggiungere Marsilio e Fazi sono davvero da mettere nella cartella "ipocrisia".
PARALIPOMENI DELLA BATRACOMIOMACHIAPER TUTTI - 5
Buon topo, il Leccafondi, senza ipocrisia, schietto e amante della verità, forse un po’ troppo incline ai maneggi della politica e habitué dei palazzi che contano; democratico, affabile e umano; uno che si cura poco dell’avere e molto dell’onore, generoso e amante della patria.
Era un diplomatico che aveva già servito da ambasciatore presso le rane; durante la guerra era tornato fra i suoi dimorando tra i soldati con loro sotto le tende, alla fine fu uno dei salvatori dell’esercito impegnandosi nella gran fuga.
Chi meglio di lui per l’ambasceria dai granchi?
Lui accettò, ovviamente, per quanto considerasse dentro di sé i rischi di andare in mezzo a quei barbari dei granchi.
Era stanco, prostrato e bisognoso di riposo, ma pretese di partire subito: dormì solo un poco sull’erba molle e a notte fonda con pochi servi lasciò il tacito colle e i topi sonnolenti, e per l’erma campagna il cammin prese.
CANTO II
Più di mezze ore della notte erano trascorse ormai, e le stelle pudiche e taciturne si chinavano verso l’oceano, ardendo sul deserto piano.
Bè, deserto… Il topo crede che sia deserto, in realtà dormivano lì molte belve terrestri e molti uccelli, vicino e lontano, lenibant curas et corda oblita laborum.
Ecco, è scappato Virgilio. Era nascosto sotto le parole del conte Leopardi e invece è venuto fuori. Il quale conte Leopardi un po’ riprende questo argomento degli animali che dormono dimenticando le sofferenze del giorno, come fanno tutti nella poesia che conta, un po’ prende i giro i topi con le loro illusioni topocentriche. (Gli animali, vuol dire il latino, avevano da ciò che lor vita affanna tregua, silenzio, oblìo sonno e riposo, come traduce Annibale Caro nel Cinquecento; l’aere bruno toglieva gli animai che sono in terra dalle fatiche loro; e io sol m’apparecchiava a sostener la guerra narrava invece Dante nell’Inferno al II canto; e anche Petrarca, nella XXII del Canzoniere, qual torna a casa et qual s’anida in selva per aver posa almen infin a l’alba. Et io non non ò mai tregua) (e l’originale del conte Leopardi dice: le diurne cure sopian da presso e da lontano per boschi, per cespugli ed arboscelli molte fere terrestri e molti uccelli).
Biancheggiare tra il verde e il cielo scuro, ora nei campi lontani ora sulla via ora sui colli qua e là le case dei contadini vedeva il conte Leccafondi. E da ciascuna udiva un latrare di cani attraverso i silenzi della notte, ora ad ora, e un rovistare negli orti e nelle stalle catene suonare e scalpitare cavalle.
Trottava il conte Leccafondi nel suo viaggio rischioso affrettando assieme ai suoi compagni le quattro zampette. Trottava a piedi, intendiamoci, dice il conte Leopardi perché cavalcare è un privilegio solo dell’uomo, che fra tante creature è il solo cavalcante ed è anche, per naturale conseguenza del ragionamento, l’unico carrozzevole.
Era maggio, che fonde l’amore e la vita… Ah lettore, questi maggi del conte Leopardi: quei maggi odorosi, quelli che tornano sempre, senza inganni, portando ramoscelli e suoni agli amanti.
Insomma: era maggio, il maggio che amor con vita infonde e il conte Leccafondi udiva cantare da lontano il cucùlo, uccello misterioso, che sospira nel profondo delle selve con un verso che pare umano, che erra come un fantasma e confonde il pastore che lo insegue, ma è un cantare che non dura il suo, nasce in primavera e tramonta in estate… Ah lettore, questi uccelli del conte Leopardi, quelle creature leggere e rapide, figlie della fantasia e dell’aria: questo cucùlo, lo capisci?, è lui, è il conte Leopardi.
Non proprio un cucùlo, ma un airone nell’Iliade avevano udito Ulisse e il crudele Tidìde Diomede quando di notte in segreto passavano nel campo dei troiani accanto alle loro navi, in cerca di avventure, un airone che si dimenava e strideva, e lo avevano interpretato come un segno di fortuna e di protezione della dea Minerva, che avevano apposta pregato: allo stesso modo il topo, che stava molto attento a questi segni, sperò protezione non si sa da quale nume o dea topo o topesca, o forse gli conveniva sperare per togliersi un po’ di paura, infatti i topi considerano il cucùlo il loro dio. Su quest’ultimo fatto il conte Leopardi va detto che si rifaceva a un’opera che l'aveva davvero divertito, forse più del Canzoniere di Petrarca, scritta da un abate del Settecento, s’intitolava Gli animali parlanti: l’Ente supremo di tutti gli animali, diceva Giambattista Casti, è il gran Cucù.
continua
Gentile Signore,
PARALIPOMENI DELLA BATRACOMIOMACHIA PER TUTTI - 4
I Topi hanno vinto la guerra contro le Rane, ma i Granchi sono piombati su di loro e li hanno fatti a pezzi: se ne sono scappati con la coda fra le gambe e si sono appena fermati dopo la gran fuga. Hanno eletto loro capo il valoroso generale Rubatocchi.
Ma torniamo a Rubatocchi. Scese in campo di persona per prendersi cura dei suoi compagni e fece fortificare l’accampamento, in modo che la notte fosse sicura dagli assalti inaspettati e dal terrore; poi fece nutrire i corpi tremuli e languenti. Questo secondo fu un compito facile, i topi si accontentano di tutto.
Poi pensò bene di spedire un delegato per farsi spiegare dagli odiati granchi perché fossero intervenuti nella battaglia, se l’avessero concordato con le rane o no, se fosse un caso oppure una volontà espressa, se volessero avanzare o tornarsene in patria, se volessero dai topi la pace o la guerra.
Lettore, qui entra in scena uno dei personaggi chiave.
C’era nel campo il conte Leccafondi, signore di Pesafumo e Stacciavento, un topo raro, un portento di pensieri profondi e di sapienza: un gran giurista e un politologo esperto, uno che leggeva più di duecento giornali e che per studiarli aveva fondato nella sua città una sala di lettura apposita.
Gli interpreti, lettore, qui dicono che Leccafondi è il modello del liberale italiano – pensiero profondo, azioni utili e nobili, senti come lo testimoniano i nomi e i titoli nobiliari – e che Leopardi qui prende in giro il gruppo del Gabinetto Viesseux e della rivista “Antologia” di Firenze. Un po’ lo deride un po’ lo ammira, questo topo-liberale. Può anche darsi, credo io, che nel Leccafondi ci sia anche un po’ del conte Leopardi, o almeno di quello che sarebbe potuto diventare, se avesse ceduto alle lusinghe di quei suoi amici fiorentini che l’avrebbero voluto dei loro. Questi fiorentini erano degli idealisti, degli illusi che credevano nella bontà delle loro idee più che alla realtà, e durante le rivoluzioni del 1831 nel Granducato le presero di santa ragione – anzi di santa alleanza.
Nella sala di pubblica lettura fondata da Leccafondi la regola imponeva che oltre ai giornali non ci fossero libri di più di due pagine, perché Leccafondi credeva che più di così uno scrittore non potesse dilungarsi per trattare come si deve degli universali bisogni politici, economici e morali. Però, indotto dagli amici e convincendosi lui stesso da sé, concesse asilo anche ai romanzi storici, e anche di otto o dieci volumi; e poi perfino alla poesia tedesca. Quest’ultima, come si è già dimostrato, è più antica di tutte le letteratura semitiche e sanscrite e Leccafondi sapeva che la via della modernità è questa, altro che Orazio, altro che le solite cose, si deve uscire dalla via trita e ritrita, le menti rare sanno come mettere tonni in campagna, maiali in mare. Innamorato delle arti tedesche, il conte Leccafondi, di questi antichi più antichi degli obelischi e delle piramidi, con un senso del bello più fino dei greci e e dei romani. Bellissimi i libri della sua biblioteca, facevano un figurone, con certe copertinone ornate d’oro e di nastri: giusto così, perché nella copertina stava l’utilità, mica nelle pagine. E il museo, l’archivio, lo zoo, il giardino botanico, il portico dove si ergeva la statua colossale di Lucerniere, l’antico topolino filosofo, baffi enormi e coda gigante, sullo sfondo di un suo affresco: scalpelli e pennelli tedeschi, ovviamente.
Pensoso, filosofo morale, filotopo. Leccafondi lodava la natura per avere dimostrato la sua grandezza creando il topo. Il topo: progresso, genio, condizione gloriosa nel centro dell’universo. Il conte Leccafondi amava il topo e ne esaltava intelligenza e progresso, e soprattutto trovava conferma della sua grandezza nelle penne rapide dei giornalisti. Che cosa fa grande il topo? Ipotesi, sistemi e sentimento. Che cosa ne spegne e ne turba la coscienza? Analisi, ragione ed esperienza.
Vedi, lettore, il conte Leopardi stava dalla parte dell’analisi, della ragione e dell’esperienza, quegli altri sono i fondamenti dell’idealismo e del Romanticismo e lui ci ride sopra. Pensa, lettore, che a Napoli c’era una rivista che si chiamava “Il Progresso delle scienze, delle lettere e delle arti” e tanti Leccafondi che detestavano il materialismo radicale del nostro poeta. Lui ci rideva sopra, ed era anche un po’ malinconico. Intanto Manzoni e altri scrivevano i loro lunghi romanzi storici, lui aveva scritto solo le Operette morali: pensa, il romanzo di Manzoni e le Operette sono uscite a Milano nel giugno del 1827, insieme, una gran coincidenza ha avvicinato i due capolavori all’origine della moderna prosa italiana. Renzo alla fine del romanzo diventa un piccolo imprenditore con la sua fabbrichetta lombarda e le sue chiacchiere a vuoto, Tristano/Leopardi alla fine delle Operette capisce che non lo ascolta nessuno, ma non smette di sostenere quanto superbo e sciocco è questo suo secolo illuso.
continua
CENTO E CENTO E CENTO E CENTO PAGINE...
Dove sei, che cosa fai, che cosa scrivi?
Con odio e ammirazione, Mics
Certo io non vorrò mai raccontare quel che so e che voi ignorate né conoscerete mai. io ve lo dico senza rancore e senza orgoglio, pacatamente: mai.
E' notte. sono solo. a chi parlo?
Nessuno ascolta. nessuno spia. non v'è ombra che si pieghi e si sporga di su le mie spalle curve all'opra.
Con umile disprezzo, Gabriele.
OGGI (macabro)
Oggi è stat una giornata tremenda, è andata quasi tutto storto. Di quelle da chiudersi in casa, non rispondere al telefono, agire solo il minimo indispensabile, non prender einiziative, stare zitto. Nons crivere.
Mica le nave. = Mica la neve
(nemmeno le coorezioni mi prende, e sì che mezanotte è già èassata)
Ninete al posto suo.
Una seuqelea = sequela da record.
Ho sbagliato un bonifico online: 3026 euro invece di 326. I soldi li rivedo fra una settimana. (dopo, ecco la scena: mics soto la neve che a peidi va allo sportello per vedere se annullano il bonifico, poi umiliatissimo torna a testa bassa a casa, deve andare a prendere la bambina all'asilo, è quasi fuori tempo massimo e non trova i doposci, ribalta mezza cantina ecc. ecc.)
MI arrivano i risultati di un concorso a cui avevano partcipato le mie classi e già pensavamo di avere il rpemio in tasca. Niente.
Litigo con uan classe e resto incazzato tutto il giorno.
Telefonano che mi portano i mobili nuovi domani e devo sgomberare una stanza mentre ho da fare come un pazzo (e infatti eccomi qua a che ora a finire).
Cose da imparare.
1 controllare bene gli importi dei bonifici prima di cliccare l'ultima volta - non c'è ritorno.
2 non illudersi sui concorsi, tenere i piedi per terra, non pensarci
3 non saricare = scaricare suglki studenti le incazzature.
4 concordare bene con i mobilieri i tempi
5 ricordare meglio dov'erano i doposci (erano al posto loro, quellog iusto, in realtà)
Bè, poi c'è stato ilr esto, una giornata da depressione piena. Compreso che la notte ho sognato la morte, era gay e portava un velo nero: lo colpivo con la punta dell'ombrello sulla gola, ma la morte non moriva.
Sono andato giù a splare neve e mi è un po' passata, appena appena.