PARALIPOMENI DELLA BATRACOMIOMACHIA PER TUTTI - 6
Riassunto: I topi hanno vinto la guerra con le rane, ma i granchi li hanno messi a loro volta in rotta. I topi fuggono lontano, è morto anche il loro re e hanno eletto capo provvisorio Rodipane. Decidono di mandare un ambasciatore ai barbari granchi e scelgono il conte Leccafondi. Viaggia di notte e...
(inizio del canto II)
Più di metà ore della notte erano trascorse ormai, e le stelle pudiche e taciturne si chinavano verso l’oceano, ardendo sul deserto piano.
Bè, deserto… Il topo crede che sia deserto, in realtà dormivano lì molte belve terrestri e molti uccelli, vicino e lontano, lenibant curas et corda oblita laborum.
Ecco, ci è scappato Virgilio. Era nascosto sotto le parole del conte Leopardi e invece è venuto fuori. Il quale conte Leopardi un po’ riprende questo argomento degli animali che dormono dimenticando le sofferenze del giorno, come fanno tutti nella poesia che conta, un po’ prende i giro i topi con le loro illusioni topocentriche. (Gli animali, vuol dire il latino, avevano da ciò che lor vita affanna tregua, silenzio, oblìo sonno e riposo, come traduce Annibale Caro nel Cinquecento; l’aere bruno toglieva gli animai che sono in terra dalle fatiche loro; e io sol m’apparecchiava a sostener la guerra narrava invece Dante nell’Inferno al II canto; e anche Petrarca, nella XXII del Canzoniere, qual torna a casa et qual s’anida in selva per aver posa almen infin a l’alba. Et io non non ò mai tregua) (e l’originale del conte Leopardi dice: le diurne cure sopian da presso e da lontano per boschi, per cespugli ed arboscelli molte fere terrestri e molti uccelli).
Biancheggiare tra il verde e il cielo scuro, ora nei campi lontani ora sulla via ora sui colli qua e là le case dei contadini vedeva il conte Leccafondi. E da ciascuna udiva un latrare di cani attraverso i silenzi della notte, ora ad ora, e un rovistare negli orti e nelle stalle catene suonare e scalpitare cavalle.
Trottava il conte Leccafondi nel suo viaggio rischioso affrettando assieme ai suoi compagni le quattro zampette. Trottava a piedi, intendiamoci, dice il conte Leopardi perché cavalcare è un privilegio solo dell’uomo, che fra tante creature è il solo cavalcante ed è anche, per naturale conseguenza del ragionamento, l’unico carrozzevole.
Era maggio, che fonde l’amore e la vita… Ah lettore, questi maggi del conte Leopardi: quei maggi odorosi, quelli che tornano sempre, senza inganni, portando ramoscelli e suoni agli amanti.
Insomma: era maggio, il maggio che amor con vita infonde e il conte Leccafondi udiva cantare da lontano il cucùlo, uccello misterioso, che sospira nel profondo delle selve con un verso che pare umano, che erra come un fantasma e confonde il pastore che lo insegue, ma è un cantare che non dura il suo, nasce in primavera e tramonta in estate… Ah lettore, questi uccelli del conte Leopardi, quelle creature leggere e rapide, figlie della fantasia e dell’aria: questo cucùlo, lo capisci?, è lui, è il conte Leopardi.
Non proprio un cucùlo, ma un airone nell’Iliade avevano udito Ulisse e il crudele Tidìde Diomede quando di notte in segreto passavano nel campo dei troiani accanto alle loro navi, in cerca di avventure, un airone che si dimenava e strideva, e lo avevano interpretato come un segno di fortuna e di protezione della dea Minerva, che avevano apposta pregato: allo stesso modo il topo, che stava molto attento a questi segni, sperò protezione non si sa da quale nume o dea topo o topesca, o forse gli conveniva sperare per togliersi un po’ di paura, infatti i topi considerano il cucùlo il loro dio. Su quest’ultimo fatto il conte Leopardi va detto che si rifaceva a un’opera che l'aveva davvero divertito, forse più del Canzoniere di Petrarca, scritta da un abate del Settecento, s’intitolava Gli animali parlanti: l’Ente supremo di tutti gli animali, diceva Giambattista Casti, è il gran Cucù.
Ma già dietro macchie di bosco e colline antica e stanca in cielo saliva la luna, e sui pendii erbosi e sui ramoscelli spandeva la sua luce scipita e digiuna, una luce diffusa che non faceva ombra e sbiadiva i contorni, copriva il brillio delle stelle eppure era come sempre così gradita al viaggiatore. Però ai topi il lume è poco accetto e il conte Leccafondi non era contento.
Il conte trottava a piedi, dunque, e ripestava le orme che aveva impresso per la valle e il monte nella fuga, con passo più rapido va detto, e rivedere i luoghi gli faceva tornare lo spavento.
Ma pietà soprattutto e sconforto gli causava, a ogni passo, vedere morti o moribondi topolini qua e là, scortati al mortale destino dalle ferite o dalla stanchezza. A questi la luna con il suo splendore languido e fioco pareva tributare l’onore estremo.
Così, muto, rivolto a profondi filosofici pensieri – tutta questa solidarietà naturale per i lutti e per le sofferenze, lettore, non è del materialista conte Leopardi, è dell’idealista conte Leccafondi – invoca e spera un rimedio efficace contro la guerra suggerito dai giornalisti d’ambo gli emisferi.
Tanto andò, che venne mattina.
Tutti desti cantavano i galli per le campagne, anche gli augelletti danzavano su per i prati al mormorar dell’òra, e la fresca aurora color porpora preparava la via alle eterne orbite del sole - «i sempiterni calli», lettore! – e ormai alzava la fronte dall’orizzonte il sole - «il re degli anni » metaforizza Giacomo Leopardi.
Ed ecco, da un poggio il topo rimirò e vide quel che cercava ma non avrebbe voluto vedere: la paura cacciò ogni altro sentimento e non solo per ciò che scorgeva ma ancor di più perché lo individuava così presto.
Sotto gli occhi aveva il campo dei granchi, proprio quelli che avevano battuto le schiere dei topi: avevano deciso di inseguirli marciando a tappe forzate e ormai erano distanti meno di una notte.
continua
PERO'
Però questo diario/zibaldone che è il blog ha una suo limite, rispetto a un diario vero di quelli che si scrivono in silenzio e per sé, che hanno una durata, una forma di indugio e di ritorno.
Metti che adesso mi voglia soffermare sul nulla delle cose, sulla crudeltà o indifferenza del sistema universale, su un'idea negativa della realtà...
Ho l'impressione che valga sul blog una specie di melassa migliorativa della nostra esistenza ed identità che devo dire il vero mi infastidisce davvero tanto.
Ho avuto la tentazione di chiudere baracca e burattini.
Adesso cambio il sottotitolo, lo faccio diventare <letteratura> tanto perché non si ingenerino altri equivoci. E così come nei post che ho scritto fino adesso molto spesso le cose personali erano deformate dalla scrittura poetica = inventiva = finzione (è anche una necessità, questa, di scombinare realtà e invenzione, di stare lì lì sul bordo) anche in questo contenitore nuovo sarà così, che mentre parlo di un sonetto del Seicento c'è anche qualcosa che ho fatto durante il giorno.
BOCCI LENTI
Stamane è arrivato il corriere alle 5.40 - circa - mi ha consegnato la mattina, ho ascoltato un po' gli uccellini e ho controllato se i bocci delle rose in giardino sono fioriti. Poi sono tornato a letto. Ho pensato sdraiato ai bocci, alle gemme: da qualche giorno il freddo li paralizzava in quella loro nascita lunga. Prima di entrare in casa mia figlia li osservava per bene. Perché? le dicevo - perché così poi me li ricordo com'erano, ha risposto.
Ma poi mi sono alzato e con calma ho fatto le cose che si devono fare, le ho fatte per bene e non mi è pesato niente. Ho pensato anche che la forma di questa giornata che assomiglia a una rosa che nasce è una cosa che mi fa stare dentro un mondo strano che mi piace.
DELTA
Nuoto controcorrente nel delta della memoria, mi smemoro nella striscia lucida della luna.
Leggevo, probabilmente un giornalino così perfettamente pomeridiano che nessuna ora del pomeriggio avrebbe mai potuto sfuggire dal dover diventare un'eternità. Sedevo, solo, nel corridoio. Ed erano quelle mattonelle a punto ape rossastre l'unica cosa che era rimasta? al mondo. Oltre me e Tiramolla, voglio dire.
Voglio dire?
Voglio? dire.
Ma che cos'era quel pomeriggio? Che ore mi portava? I latrati del tempo; nel vuoto delle cose. Sfiorato da qualche motorino al di là dei vetri smerigliati della finestra.
I vetri, della finestra, nella guardiola di mia mamma. Perché ero seduto (eros eduto) per terra, nel corridoio dalle mattonelle a punto d'ape, nella scuola elementare dove lei fa la custode.
Non c'è nessuno, è pomeriggio. L'edificio è tutto mio. Io leggo il giornalino. Che cosa mi importa? di tutto il rimanente. Che ne so, il rimanente della mia vita, per dire - dire? - dagli otto anni in su.
Ma: c'è.
L'altra guardiola si accende di una luce dentro - quella di fronte, non quella di mia mamma con il grembiule grigio di ricambio appeso a un gancio di ghisa accanto alla finestra, lei adesso indossa quello blu; fa qualche lavoro sui piani.
Pomeriggi eterni - pranzavo in mensa, finivo subito i compiti; poi giravo nei latrati del tempo; nel vuoto delle cose; sui corridoi rossastri mattonelle a nido d'ape.
Convivevano all'entrata la custode e le infermiere dell'ambulatorio.
E quando appariva la Isabella era Grace Kelly.
ANDRIA, LA DONNA DI ANDRO
Risalgo le piccole Dolomiti della memoria, il paesaggio mi distrae con i suoi particolari: scalini di pietra, tronchi mozzi a forma di uomini perduti, ciuffi di erica nelle rocce, merda vecchia di capra, prativi falciati di recente, le solite nuvole.
Incontro il primo preside.
"Non crederai mica che abbiano mai letto una commedia di Terenzio, questi" e accenna verso di me. Perché questi giovani qua, figurarsi.
Io lo guardo a mia volta, senza sfida, naturale.
Lui insiste: "Tu, non l'hai mai letta una commedia di Terenzio, sai solo quello che hai studiato sui manuali del liceo, e se va bene".
Non rispondo. Lui coglie quel po' di supponenza e non la decifra del tutto.
"Allora - fa - l'hai mai letto un Terenzio, un'Hecyra, l'Andria, i Adelphoe?"
Questo primo preside è triestino, parla in questa lingua qua: i Adelphoe.
"Scommettiamo?" gliela metto lì.
"Vàrdime, morissi se la perdo"
"Quanto, quanto scommettiamo?"
"Centomila lire, va bem?"
"Centomila"
"Allora cos'è che hai letto?" vuole vedere.
"Decidi tu, preside". Qui anche gli altri ci restano, perché fino adesso ho retto, ma ecco che ho perfino rilanciato.
"Dai, dìme, l'Andria, l'Heautontimourumenos?"
"Quello che vuoi ti ho detto, ne prendi due battute e te le spiego, apri te il libro". Qui bluffo un po', perché sull'Andria sono meno forte.
Qualcuno va in biblioteca a prendere su una edizione zanichelli vecchia dell'Heautontimourumenos.
...
"Vàrdime, va bem, te la pago, però in bottiglie di vino, d'accordo?"
"Va bem"
CHI DUBITA SI SALVA
Lei è ateo? - Mi faccia un'altra domanda.
Lei crede in Dio? - Mi faccia un'altra domanda.
Chi è Dio per lei? - Una efficace metafora.
Dunque non ha speranza? - Anzi, la speranza è infinita.
Che cosa insegnerà ai suoi figli? - Ad avere speranza.
E la morte? - Un cambiamento di stato dell'energia che ci costituisce.
E la morale? - Essere liberi, con responsabilità. Muoversi nel mondo come una stella si muove nell'universo. Non fare male.
Dunque lei è un materialista? - Non so che cos'è "materia".
Che cosa è lei? - Mi faccia un'altra domanda.
In che cosa crede? - In molte cose che forse lei non capisce.
Me ne dica qualcuna. - Nei sensi. Nella verità. Nell'invenzione. Nell'arte. Nella capacità di poter risvegliare se stessi con il pensiero e con l'esperienza. Nella capacità di mettere a frutto l'esperienza.
E cosa sarebbe dunque la verità? - Ciò che ci appare vero.
Ma non c'è un vero uguale per tutti, come la mette lei. Lei è un relativista. - Non so che cosa intende lei per relativista, il vero è ciò che ad ognuno appare vero. C'è bisogno di un disvelamento, di un risveglio dell'attenzione, di educazione al vero, non dell'ottundimento di chi professa veri precostituiti. Ognuno deve essere messo in condizione di poter inventare e scoprire il proprio vero.
Non crede che ci sarà un premio per chi crede? - No.
Lei bestemmia? - Molto. Vengo da una regione molto cattolica di grandi bestemmiatori.
Non crede che verrà punito per questo? - No. Lei non vuole capire.
Lei è un ateo. - Lei non capisce.
TACHIPIRINA / PERIDON
Cose a cui sto pensando in questi giorni che ho la febbre.
Il sex appeal dell'inorganico.
Il serio va espresso in modo frivolo.
Il profitto dell'ozio ha più valore del lavoro.
Il cinema è come l'inconscio, un occhio tecnologico.
Non esistono solo le macchine ma anche le idee delle macchine: l'idea della macchina non sottostà alle leggi della fisica, posso immaginare una macchina che va più veloce della luce o che induce la sensazione della felicità o un razzo che mi porti in paradiso.
L'eternità è durata un attimo.