RICERCA
Nella Ricerca del tempo perduto

Marcel
ammira gli stivaletti
i piedi femminili
soprattutto slacciare
gli stivaletti
con tutti quei bottoni
(tutte le illazioni freudiane sul
feticismo
sul ritorno a fasi masturbatorie infantili
sul complesso edipico
sul desiderio
di essere donna
o uomo e donna allo stesso tempo
le fate voi, io no)
RABBIA
Il bambino si accostò al padre, schiacciato nella sedia pieghevole sul balcone. Voleva stare con lui. la madre gli disse di lasciare perdere, che non era il momento. Il padre gli disse, Non hai sentito cos'ha detto tua mamma? Dunque il padre era rabbioso. Il bambino pensò che il padre era posseduto da una forza più grande di lui. Il bambino provò pena per il padre, pensò che il padre non se ne sarebbe mai più liberato, pensò che lui non avrebbe voluto essere così, pensò che doveva temere il padre perché la rabbia è contagiosa e lui non voleva essere contagiato.
APPUNTI SULLA PROVA DI ITALIANO ALL'ESAME DI STATO
TIPOLOGIA A – ANALISI DEL TESTO
Si tratta del XVII canto del Paradiso, quando Dante si rivolge a uno dei tanti suoi alter ego, che incontra nell’Aldilà, il suo trisnonno crociato Cacciaguida, una figura paterna a cui Dante si rivolge con amore e dedizione, come si deve verso chi rappresenta l’autorità e il riferimento morale ed esistenziale: «Ben veggio, padre mio…».
È un passo che si fa ancora in quasi tutte le scuole. Proporlo comunque ha un sapore un po’ retrò, è un salto nella tradizione. Anche positivo, per molti versi – non fosse che in generale tutte le tracce di quest’anno sono pervase di nostalgie della tradizione.
Ritorna un esercizio importante, la parafrasi, però sotto una forma pseudoscientifica, almeno nella formulazione della richiesta: «Parafrasa con parole tue». Non si può parafrasare «con parole tue», questo è l’impressionismo della retorica e della scuola degli aneddoti e dell’aprire l’anima e il cuore di cinquant’anni fa.
Un professore di solito sottolinea frasi come: «Il poeta può sembrare vanitoso, ma in realtà vuole sottolineare l’importanza che sempre si deve riconoscere a chi cerca di svelare il male del mondo, perfino correndo dei rischi personali» e i candidati invece se le ritrovano nelle tracce di letteratura dell’esame di stato.
L’analisi è molto guidata, il compito dello studente è facilitato dalle spiegazioni ministeriali.
È bello l’invito finale (però espresso con una insopportabile retorica paternalistica) a pensare al senso che ha Dante nel nuovo millennio.
TIPOLOGIA B – REDAZIONE DI UN SAGGIO BREVE O DI UN ARTICOLO DI GIORNALE
Le quattro tracce per la redazione di un “articolo di giornale” o di un “saggio breve” propongono argomenti i cui concetti centrali sono in tre casi accessibili per tutti – la libertà, il viaggio, le catastrofi naturali – e in un caso solo per chi se ne è occupato nello specifico – gli inizi politici ed economici dell’integrazione europea.
È chiaro però che nei discorsi di un esame di stato non ci si può accontentare dei luoghi comuni o “di tutto un po’” e che quegli argomenti generali devono essere trattati con ragionamenti specifici e conoscenze adatte; inoltre, i documenti offerti dal ministero indirizzano la trattazione in maniera determinante. È nelle capacità interpretative e critiche degli alunni che sta la forza di usare e integrare tali documenti, di non farsi sovrastare da essi.
Va detto che negli ultimi anni le tracce sono di buona qualità; che la quantità di documenti è spesso dispersiva; che ci si sta sempre più scostando dalla proposta di documentazione eterogenea (immagini di varia provenienza, pittura, saggistica, letteratura, cinema, architettura, canzoni pop) per andare verso documenti della tradizione “libresca” o tutt’al più pittorica. Quest’ultima questione mette in contraddizione le tracce con le indicazioni ministeriali: infatti, se scrivere un “saggio breve” con documenti da biblioteca è abbastanza agevole, molto meno lo è scrivere un “articolo di giornale”. Per quest’ultimo gli alunni devono immaginare una situazione precisa (una mostra, un convegno, un anniversario, la pubblicazione di un libro, un evento storico): che cosa ci si immagina partendo esclusivamente da brani di letteratura fino a metà dell’Ottocento, articoli di giornali, passi saggistici? Solo certi tipi di articoli, cioè quelli da paginone culturale o da commento-elzeviro che sconfinano con la saggistica. C’è cioè un restringimento della gamma dei tipi di scrittura suggeriti dalle tracce.
Nell’ambito artistico-letterario c’era un argomento grandioso: la libertà nell’arte. Fantastico, ma a guardare bene i documenti ci si accorge che la “libertà” a cui si rimanda non è quella dell’individuo, bensì quella del cittadino in seno al suo Stato e al suo popolo. Un vero revival di ideologia liberale e del sentimento risorgimentale. Ettore che antepone il suo dovere verso lo Stato alle opzioni personali, individuali, sentimentali, familiari: è dolce e onorevole morire per la patria, come leggiamo in Orazio. Per di più il passo omerico è offerto nella gloriosa e vetusta versione d’inizio Ottocento di Vincenzo Monti, piena di accenti patriottici e risorgimentali. E il Catone “politico” di Dante. E il Manzoni di Marzo 1821. E Machiavelli, Verga, Quasimodo, Eluard («Su le armi dei guerrieri / su la corona dei re / scrivo il tuo nome»). Per concludere con un passo specificamente politico di Martin Luther King (elogio della democrazia liberale americana ottocentesca) e la proposta di un famoso quadro di Delacroix con una didascalia governativa in cui si spiega che la figura rappresenta «con chiarezza l’ideologia liberale dei giovani romantici». A ben vedere, dunque, l’argomento (la libertà) sembra generale ma è molto ingabbiato dai documenti: sarà andata bene a quegli studenti che l’hanno capito oppure che sono stati capaci di aggiungere proprie conoscenze, dando alla trattazione un respiro più ampio.
Nell’ambito socio-economico si tratta del viaggio. La traccia ha una punteggiatura sbilenca: «Il viaggio: esperienza dell’altro, formazione interiore, divertimento e divagazione, in una parola, metafora della vita». Il viaggio è come la vita, per molti motivi simbolici: è tale molteplicità che potrebbe mettere in difficoltà, perché di simboli e punti di vista ne vengono suggeriti davvero tanti, in maniera accumulativa. Anche in questo caso, sta alla testa ben organizzata dello studente di metterci molto del proprio.
Il compito sulle catastrofi naturali (l’ambito tecnico-scientifico) impone non solo di aver ascoltato i telegiornali e di essere stati impressionati dallo tsunami, ma anche di dimostrare conoscenze e capacità interpretative attinte dalla geografia, dalle scienze della terra, dalla filosofia, dalla fisica, dalla matematica, dalla letteratura. Chi scrive di questi fenomeni deve conoscere bene il benevolo disordine della vita, come recita il titolo di un libro di Marcello Buiatti.
E non basta trattare genericamente dell’Europa nella traccia storico-politica, ma anche saper definire il preciso momento storico, nel secondo dopoguerra, quando si definiva la matrice della Comunità Europea, ed essere capaci di attualizzare quel momento confrontandolo con il nostro presente.
Insomma, tracce con argomenti accostabili, ma difficili e molto complessi; in più, le indicazioni ministeriali sono piene di insidie interpretative e di steccati da cui viene limitata la trattazione.
TIPOLOGIA C – TEMA DI ARGOMENTO STORICO
Si invita a individuare elementi comuni e differenze fra Europa e Stati Uniti d’America, «due componenti fondamentali della civiltà occidentale», formulazione pregna di pregiudizi e fatta con dei termini molto poco adatti a una traccia storiografica. Questo, rifacendosi ai rispettivi percorsi storici.
Una trattazione a tesi, con una chiave già contenuta nel titolo. Vale anche qui quanto già rilevato per buona parte dei compiti di tipologia B.
CONCLUSIONI
Le tracce sono interessanti e da scrivere bene per gli studenti più preparati ce n’è molto. Però c’è un’invadenza abbastanza forte del redattore delle tracce, che impone agli studenti capacità non da tutti per superare gli ostacoli che essa provoca: invadenza piena di ideologia, di paternalismo, di inviti alla retorica e all’armeggiare per cavarsela in una pletora di documentazione ridondante. I soliti difetti del rapporto fra gli educatori e gli allievi, però abbastanza nascosti. C’è un ritorno alla tradizione culturale nazionale, sia nei contenuti sia nelle proposte.
SMALTO
La professoressa delle medie - la Ester Pilati, il cui nome le mamme sussurravano sul corridoio mentre aspettavano il loro turno alle udienze e io venni così a sapere della vaga mobilità degli amori degli adulti - si metteva lo smalto alle unghie dei piedi seduta sulla cattedra. Andate pure al liceo, diceva spalmandosi con puntiglio il rosso, ma ricordatevi che ci sono dei professori che vi tolgono un voto se scrivete "i frutti" invece che "le frutta" nelle traduzioni di latino. Il profumo indolente di smalto - un'anticipazione di conoscenza di Empedocle, del tetrafarmaco, di Delacroix, di Rimbaud - ci portava su delle nuvole affollate di angeli. Vi picchiano se non sapete alla perfezione la grammatica, e sventolava la mano per fare asciugare il rosso.
VACANZE
Gli incrementi fondamentali nelle condizioni materiali degli operai sono serviti da base per il movimento stacanovista. La vita è diventata migliore, compagni, la vita è diventata più allegra. E quando la vita è allegra il lavoro funziona bene.
I.V.Stalin, 17 nov 1935, Primo congresso pansovietico degli stacanovisti
PARALIPOMENI DELLA BATRACOMIOMACHIA PER TUTTI - 7
Ed ecco, da un poggio il topo rimirò e vide quel che cercava ma non avrebbe voluto vedere: la paura cacciò ogni altro sentimento e non solo per ciò che scorgeva ma ancor di più perché lo individuava così presto.
Sotto gli occhi aveva il campo dei granchi, proprio quelli che avevano battuto le schiere dei topi: avevano deciso di inseguirli marciando a tappe forzate e ormai erano distanti meno di una notte.
Tremava il conte e i suoi topi servi avevano voltato le spalle alla terribile vista e nessun muro vallo o fossato li avrebbe trattenuti, vili e tristi; il conte, invece, fedele al proprio senso dell’onore, perché il pudore dà forza, si fece coraggio e rincorse i servi costringendoli a tornare indietro.
Poi vide verdeggiare poco lontano un uliveto, vi entrarono subito e da quel verde perpetuo colto un rametto con la zampa o con la bocca scesero ciascuno nella pianura, verso il campo nemico, con il gelo in ogni pelo, digrignando i denti per la paura.
I granchi gli furono subito addosso e volevano in quattro e quattro otto mangiarseli vivi loro e l’ulivo, e li avrebbero per lo meno ammazzati se i poveretti non si fossero difesi a parole, queste parole che potenti come sono governano il mondo.
Sì, la lingua dei granchi era barbara e selvaggia, ma la parlava il conte Leccafondi, che aveva viaggiato molto – l’avevano educato alla politica internazionale, come si dice – e conosceva tutte le lingue, imparate con studio ed esperienza; ma era esperto anche di tutti i dialetti, insomma era un Mezzofanti.
Chi era Mezzofanti, lettore, chiedi, il protagonista di questa antonomasia? Ai tempi di Leopardi Giuseppe Gaspare Mezzofanti (1774-1849) era famoso: un cardinale figlio di un falegname, professore di lingue orientali all’università di Bologna, conosceva decine di lingue. Era un filologo e un esperto di lingue antiche, proprio come il conte Leopardi. Nel 1833 succedette ad Angelo Mai nella direzione della Biblioteca Vaticana. Il conte Leopardi, te lo ricordi lettore?, ha dedicato una famosa poesia ad Angelo Mai, e aveva sperato di ottenerlo lui quel posto di direttore, quand’era giovane, all’inizio degli anni Venti, e lo avrebbe meritato, diciamocelo. È da discutere se sarebbe sopravvissuto a lungo, a Roma, in mezzo a tutti quei preti e parrucconi.
Dunque, con un po’ di retorica e con buone ragioni il conte Leccafondi addolciva quelle anime di ferro, che non avevano mai imparato le lusinghe dei bei discorsi e anzi non sospettavano nemmeno che qualcuno parlasse lingue diverse dalla loro. Credevano perfino che il topolino fosse un granchietto travestito. E poi il topo calzava gli occhiali, armi che in guerra non si erano mai viste e che non sono naturali né per uomini né per animali: insegna e onore dei letterati, sono simbolo di pace più dell’arcobaleno e dell’ulivo, cosa vuoi che faccia di male uno con gli occhiali… perciò decisero di risparmiare questi stranieri, li legarono come povere bestie e camminando sghembi al loro uso, nemici del camminar diritto, soldati di marmo, li portarono al loro Generale.
Si chiamava Brancaforte, di marmo era e scortese e rozzo, sottopose a un duro interrogatorio il conte topo, che rispose in primo luogo di essere sì delegato, ma che l’avevano legato ben più del necessario. Scusa, lettore, dice qui il conte Leopardi, io scherzo ma nell’alta epopea non si dovrebbe scherzare.
E disse ancora il conte Leccafondi che se lo slegavano gli avrebbe mostrato i documenti. Ma rispose il Genrale che slegarlo proprio no, e poi lui non sapeva leggere, che glielo dicesse a voce quel che doveva dire.
E il conte topo gli raccontò tutto. Ma Brancaforte gelava sotto la crosta a udire certe parole come popolo ed elezioni, quel puro lanzichenecco, come una verginella inorridisce al fango verbale di un oste o di un autista. Prima rossa, poi pallida, e poi tutta in sé si stringe.
Brancaforte: «Più ci penso, più mi convinco che rappresenti un potere illegittimo. Non ho intenzione di parlamentare con qualcuno eletto dal popolo. Via topi, in catene, giù in prigione!».
Massì: gli ottusi e militari granchi difendono l’assolutismo, i colti e idealisti topi credono che bastino le elezioni democratiche per darsi patenti di assoluta legittimità…
(CONTINUA)
CURRICULUM
Questa non è finzione, è storia vera (mito?), un paragrafo recente del curriculum di... Lancio il gioco: indovinate chi è.
Attività di imprenditore culturale
Nel 1986 mi sono lasciato coinvolgere in un una avventura universitario imprenditoriale. Mia moglie Rxxx Gxxxxxxxxi era ricercatore all’Istituto Universitario di Lingue Moderne (IULM) di cui era diventato direttore Alessandro Migliazza mio amico. Migliazza voleva costituire una facoltà e, con l’aiuto di mia moglie, mi ha convinto a spostare la mia cattedra nell’Istituto che, in quel momento, era collocato in solo 3000 mq in affitto. Io sono arrivato e ho costituito il Corso di Laurea in Relazioni Pubbliche per soddisfare l’immensa domanda potenziale esistente. Il successo è stato strepitoso, i profitti elevatissimi. Abbiamo allora deciso di creare una nuova sede. Ho identificato la zona presso una nuova stazione della metropolitana dove l’ing Ligresti aveva un piccolo terreno. Guiducci ha fatto il progetto, mia moglie si è occupata della licenza edilizia e del piano regolatore. Ligresti ha costruito in tempi rapidissimi e a prezzi estremamente bassi. In poco tempo la nuova bellissima sede era pronta. Allora, disponendo di due facoltà, Scienza della Comunicazione e dello Spettacolo e Lingue ho creato l’Università di Scienze e Comunicazione IULM. Ho convinto il consiglio di Amministrazione a comperare tutti i terreni circostanti il cui valore salirà vertiginosamente negli anni successivi. Poi come Rettore ho continuato a comperare terreni, ad edificare e ad espanderci creando i corsi di laurea in Comunicazione, in Scienze Turistiche e in Interpretariato. Questa attività ha assorbito me e mia moglie per oltre un decennio. Nel 1999-2000 mi sono gravemente ammalato, il presidente Carlo Bo si è improvvisamente dimesso indicando un altro successore. Tornato guarito, ho capito che il mio personale progetto di università però non era più possibile. Allora ho dato le dimissioni sereno perché l’Università era al sicuro grazie al suo immenso patrimonio immobiliare.
Me ne sono andato all’Università San Pio V di Roma, ho assunto la presidenza del Centro Sperimentale di Cinematografia una stupenda istituzione famosa in tutto il mondo e, successivamente, sono entrato nel Consiglio di Amministrazione della RAI-TV, svolgendo la funzione di Presidente.
COSA CONTA NELLA VITA
Senz'essermelo proposto in un primo momento, ho consacrato la mia ormai lunga vita alle lettere, alla cattedra, all'ozio, alle tranquille avventure del dialogo, alla filologia, che ignoro, al misterioso vizio di Buenos Aires e alle incertezze che non senza qualche superbia son chiamate metafisica. Non è mancata alla mia vita l'amicizia di pochi, che è quella che conta. Credo di non avere nemici, o, se ce ne sono stati, non me l'han dato a conoscere. La verità è che nessuno può ferirci, se non quelli che amiamo.
J.L. Borges, all'inizio dell' Elogio dell'ombra
O LOVE! O LIFE!
La PARONOMASIA si chiama anche bisticcio o annominazione (greco paronomasìa "alterazione di un nome", parechesis "somiglianza di suono"; latino annominatio calco di paronomasìa, affictio sinonimo di annominatio, supparile "quasi uguale", levis immutatio "lieve mutamento").
Si tratta dell'accostamento di parole che abbiano somiglianza fonica - dovuta o no a parentela etimologica - ma differenza di significato. L'effetto è dovuto al fatto che a un lieve mutamento del suono corrisponde un mutamento sorprendente (effetto di straniamento) e paradossale del significato.
Girò tre volte a l'oriente il volto (Tasso, Gerus. Lib. XIII,6,3)
O love! O life! (Shakespeare, Romeo and Juliet)
la luce si fa avara - amara l'anima (Montale, I limoni)
Rosa che ha inebriato, rosa che ha confuso [...], rosa che ha roso, il mio cervello s'è mangiato (Consolo, Retablo)
Per lumina, per limina (Zanzotto, Misteri della pedagogia)
Ma succhiami, tu almeno, questi versi perversi, queste fiale d'inchiostro / bestiale, di fiele e di miele (Sanguineti, L'ultima passeggiata)
Dalle stelle alle stalle
Traduttore traditore
Il mutamento può anche essere "organico", prodursi cioè dalla stessa parola ripetuta nella stessa forma o in versioni grammaticali mutate:
Homo sum, humani nil a me alienum puto (Terenzio, Heautontimourumenos)
in this love, you love your child so ill (Shakespeare, Romeo and Juliet)
Il POLITTOTO è una figura di variazione affine alla paronomasia, alla quale alcuni autori la assimilano o nella casisstica della quale la fanno rientrare. Consiste nella ricorrenza di un vocabolo con funzioni sintattiche diverse o nello stesso enunciato oppure in enunciati contigui e fra loro collegati. Affine al polittòto (polyptoton, metabolè, metàklisis, paregmènon; figura ex pluribus casibus, variatio, declinatio, derivatio) è la "figura etimologica" che all'origine della trattatistica retorica latina gli era assimilata.
Mettere gli occhi negli occhi
Stare con le mani in mano
Vissi e regnai; non vivo più né regno (Tasso, Gerusalemme liberata)
celar co 'l foco tuo d'amor il foco? (Tasso, Gerusalemme liberata)
Che è mai questo frastuono? ... Questo urlare della notte, scheggiata in una moltitudine di notti, perle, gocce di notte? (Manganelli, Rumori o voci)
La FIGURA ETIMOLOGICA mette in gioco la derivazione etimologica.
... quanto a dir qual era è cosa dura / esta selva selvaggia... (Dante, Inferno)
e li 'nfiammati infiammar sì Augusto (Dante, Inferno)
vivere la propria vita / amar d'amore / vietato vietare