Guillaume Apollinaire, Onirocritique, in OEvres en prose, Paris, Gallimard, 1977
Vedere http://www.mapageweb.umontreal.ca/lafleche/rrr/2-gapo2.html (da cui anche le note, semplificate e variate)
I carboni del cielo erano tanto vicini che temevo il loro fuoco. Stavano per bruciarmi. Ma io avevo coscienza delle differenti eternità dell’uomo e della donna. Due animali dissomiglianti si accoppiavano e i roseti si stendevano su pergole cariche di grappoli di luna. Dalla gola della scimmia uscivano fiamme che ornavano di gigli il mondo. Nei giardini di mirto, la macchia bianca di un ermellino. Gli chiedemmo la ragione di questo inverno fuori stagione. Ingoiavo greggi di pecore nere. Orkenise apparve all’orizzonte. Ci dirigemmo verso quella città rimpiangendo le vallate dove cantavano, fischiavano e ruggivano i meli. Ma il canto dei campi arati era meraviglioso:
Ma io avevo coscienza delle differenti eternità dell’uomo e della donna. Il cielo allattava i suoi pardi. Mi accorsi proprio allora delle macchie cremisi sulla mia mano. Verso mattina, i pirati condussero nove vascelli all’ancora nel porto. I monarchi si rallegravano. Ma le mogli non volevano piangere morti. Le mogli preferiscono i vecchi re, più forti in amore dei vecchi cani. Un sacerdote del sacrificio desiderò essere immolato al posto della vittima. Lo sventrarono. Vidi quattro I, quattro O, quattro D. Ci servirono della carne fresca e crebbi subito dopo averne mangiata. Scimmie simili ai loro alberi violavano antichi sepolcri. Chiamai una di queste bestie sulla quale crescevano foglie d’alloro. Mi recò una testa fatta d’una sola perla. La presi fra le braccia e la interrogai dopo averla minacciata di ributtarla in mare se non mi avesse risposto. Era un perla ignorante e il mare la inghiottì.
Ma io avevo coscienza delle differenti eternità dell’uomo e della donna. Due animali dissomiglianti si amavano. Eppure i re soli non morivano di quel ridere e venti sarti ciechi finirono di tagliare e cucire una vela destinata a coprire la sardonica. Li dirigerò io stesso, a ritroso. Verso sera, gli alberi volarono via, le scimmie restarono immobili e io mi vidi centuplicato. Il gregge che ero si fermò alla riva del mare. Grandi vascelli d’oro passavano all’orizzonte. E quando la notte fu piena, mi vennero incontro cento fiamme. Diedi alla luce cento figli maschi le cui nutrici furono la luna e la collina. Amavano i re disossati che agitavano dai balconi. Arrivato alla riva di un fiume, lo afferrai a piene mani e lo brandii. Questa spada mi disseterà. E la fonte languente mi avvertì che se avessi fermato il sole l’avrei veduto quadrato, in realtà. Centuplicato, navigai verso un arcipelago. Cento marinai mi accolsero, mi portarono in un palazzo e mi ammazzarono novantanove volte. Scoppiai a ridere in quel momento e danzai mentre loro piangevano. Danzai a quattro zampe. I marinai non osavano più scherzare, perché avevo l’aspetto terribile di un leone…
Le mie braccia e le mie gambe si assomigliavano e i miei occhi moltiplicati mi coronavano attentamente. Poi mi sollevai per danzare come le mani e come le foglie.
Avevo i guanti. Gli isolani mi condussero nei loro giardini perché raccogliessi dei frutti somiglianti alle donne. E l’isola, alla deriva, andò a riempire un golfo dove dalla sabbia immediatamente crebbero alberi rossi. Una bestia molle coperta di piume bianche cantava ineffabilmente e tutto un popolo l’ammirava incessantemente. Trovai, a terra, la testa fatta di una sola perla, che piangeva. Brandii il fiume e la folla si disperse. Vegliardi mangiavano appio e immortali non ne soffrivano più dei morti. Io mi sentivo libero, libero come un fiore nella propria stagione. Il sole non è più libero di un frutto maturo. Un gregge d’alberi brucava le stelle invisibili e l’aurora dava la mano alla tempesta. Nei giardini di mirto, si subiva l’influsso dell’ombra. Una folla ammucchiata in un frantoio sanguinava cantando. Nacquero uomini nel liquido che colava dal frantoio. Brandivano altri fiumi che si incrociavano con un suono argentino. Le ombre uscirono dai giardini di mirto e andarono nei giardinetti che annaffiava una giovane pianta dagli occhi d’uomo e di bestia. Il più bello degli uomini mi prese alla gola, ma riuscii a buttarlo a terra. In ginocchio, mi mostrò i denti. Li toccai; si produssero dei suoni che si mutarono in serpenti color castagna e la loro lingua si chiama Sainte-Fabeau. Estrassero una radice trasparente e la mangiarono. Aveva le dimensioni di una rapa. E il mio fiume immobile la sommerse senza annegarla. Il cielo era pieno di feccia e di cipolle. Maledicevo gli astri indegni e il loro lume che colava sulla terra. Nessuna creatura vivente appariva più. Ma canti si levavano da ogni parte. Visitai città vuote e cascine abbandonate. Raccolsi tutte le corone di tutti i re e ne feci la testimonianza immobile del mondo loquace. Vascelli d’oro, senza marinai, passavano all’orizzonte. Ombre gigantesche si profilavano sulle vele lontane. Molti secoli mi separavano da quelle ombre. Mi disperai. Ma io avevo coscienza delle differenti eternità dell’uomo e della donna. Ombre dissimili adombravano con il loro amore lo scarlatto delle velature, finché i miei occhi si moltiplicarono nei fiumi, nelle città e nella neve delle montagne.
Onirocritique: la parola potrebbe avere qui un modello letterario, quello che conduce da Rabelais (onirocrités et oniropole) a De Quincey (oneiromancie) che ha influenzato Maeterlinck (onirologie) e Baudelaire (oneirocritique). Ma la fonte più probabilmente è il Dictionnaire infernal di Collin de Plancey e la sua voe oneirocritique, “arte di spiegare i sogni”, e il rinvio al lemma sogno.
I “carboni accesi” = minacce (articolo sogno del Dizionario infernale). L’espressione evoca il “soleil noir” di Nerval, prima fonte di Apollinaire. La seconda fonte è Rimbaud, specialmente Una stagione all’inferno, ma anche le Illuminazioni.
La città di Orkenise, fortezza di re Artù, che appare qui all’improvviso, appariva già nei capitoli precedenti. E’ uno dei pochi elementi che lega esplicitamente questo brano al resto dell’opera.
La canzone di Orkenise (musicata da Poulenc, Banalitè 1940) contrasta radicalmente per il suo carattere di canzone popolare, con il testo ermetico in cui è inserita.
Queste guardie o doganieri che lavorano a maglia hanno verità storica o folclorica nei funken la cui origine risale al fatto che i mercenari impegnati a custodire le porte di Colonia, dopo la Guerra dei Trent’anni, nel XVII secolo, dovevano dedicarsi a ogni tipo di lavori supplementari per sopravvivere. Delle incisioni li mostrano mentre lavorano a maglia. Questi personaggi rappresentano anche un dato autobiografico: per Apollinaire è un ricordo del viaggio in Germania e del soggiorno a Colonia (la canzone potrebbe risalire al periodo di tale viaggio, 1901 o 1902, mentre Onirocritica è del 1908).
Pard, nell’originale. M. Decaudin nell’edizione della Pléiade annota: carnivoro felino. Ma la parola non è attestata nei dizionari correnti..
Cioè lo Iod. Yod è l’abbreviazione del tetragramma “Yhvh”, cioè Yavhè per il Talmud e la Cabala. L’ortografia Iod potrebbe venire sia da E. Schurè (la divinità assoluta) sia da Remy de Gourmont (il maschile, che si confonde con Satana e si oppone a Hè, principio femminile). La materializzazione delle lettere evoca anche Rimbaud, Voyelles e Alchimie du Verbe.
L’originale ha tailleurs, che significa sarti ma anche tagliatori di pietre. La sardonica è una pietra che si presenta come un cristallo, la calcedonia. La sardonica è scura, la corniola ha venature arancioni e l’onice è nera. La sardonica deve il nome alla Sardegna ed è associata anche a “sardonico”, al riso dei re, come si vede nella nota 11.
E’ proprio il fiume che il narratore prende in mano, lo spiega il testo nelle righe successive. Il fiume-spada evoca Le sette spade in Alcools, soprattutto la quarta, Malourène.. L’immagine si trova spesso nell’opera di Apollinaire.
Apollinaire spiega indirettamente questo passaggio in un articolo de la Phalange dedicato a Jean Royére: “Archemoro, lasciato dalla sua nutrice Ipsipile su uno strato di appio, fu ucciso da un serpente. In memoria di ciò,furono istituiti i giochi nemei in cui il giudice che presiedeva, vestito di nero, coronava il vincitore con l’appio. E voglio anch’io mettere l’appio, volta a volta simbolo della morte e corona della vittoria, sulla testa di Jean Royère. Le sue poesie hanno il sapore di un’erba simile all’appio, quelli che ne gustano muoiono ridendo. Cresce in Sardegna (nota 9)”. Altre volta Apollinaire evoca l’appio che produce il riso sardonico che conduce alla morte.