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31/03/2006

FISIOGNOMICA ELETTORALE 1 - La sospensione dell'incredulità

Per chi come me vive almeno metà della sua vita alla deriva nell'immaginazione letteraria e narrativa in generale, è importante conoscere il fenomeno della "sospensione dell'incredulità".

Nessuno, sano di mente, crederebbe davvero che Gregor Samsa svegliandosi una mattina si ritrovasse trasformato in scarafaggio.
Nessuno darebbe ascolto a qualcuno che ti parlasse infarcendo il suo discorso di metafore.

E' che tu, lettore, appena cominci una storia ti affidi a chi te la racconta e entri dentro un mondo fittizio. Per entrarci devi sospendere tutta quella serie di sistemi di controllo della verità che normalmente metti in atto, che fuori dai libri e dalle finzioni narrative ti garantiscono lo statuto di realtà e di verità del mondo in cui vivi. Nei libri, entri dentro questo mondo fittizio, l'importante è che il narratore l'abbia costruito bene, che sia coerente.

Diceva Gorgia da Lentini, il fondatore della sofistica, più o meno: quanto è più saggio chi si lascia ingannare di chi non lo fa!

Ecco.
A me pare di entrare in un mondo narrativo quando assisto ai dibattiti fra i politici: Fassino e Fini; Fassino - Rutelli e Fini - Casini; Berlusconi e Bertinotti. Creano intorno a se un codice, un mondo a se stante, te lo raccontano con una commedia, con una tragedia. Però non tutti ti vogliono portare alla verità, puntano alla persuasione.
Persuasori: Rutelli, D'Alema, Fini, Berlusconi. Narratori: Prodi, Casini, Fassino.

Poi c'è un mondo fantastico che riguarda il presidente del consiglio, che lui stesso ha contribuito a creare.
Penso all'ultima scena de Il Caimano di Moretti. C'è Berlusconi che si allontana dal tribunale in auto e dietro di lui scoppiano incendi e bombe di un colpo di stato, come in uno di quei film di Costa Gavras sulle dittature in Grecia o nell'America del Sud. E ci credo. Ma non ci credo solo perché sto guardando un film. Ci credo perché penso che è verosimile, che potrebbe essere vero.

E ricevo in questi giorni un filmato allegato alla posta elettronica. C'è Berlusconi che esce da un palazzo, forse in Inghilterra o forse in Belgio, scende le scale fra le guardie del corpo e va verso l'auto blu. Lì vicino c'è una vigilessa che sta chinata su un'altra macchina a cui sta mettendo una multa. Berlusconi ha un guizzo, va verso di lei, si mette dietro, mima di scoparla prendendola per i fianchi - come in un film di Boldi e De Sica. E poi sghignazza mentre la vigilessa lo guarda esterrefatta.
Non so se il filmato è vero. Mi sembrano sospette le guardie del corpo, poco verosimili, troppo truci per essere vere, e poi il fatto che buona parte del sonoro sembra troppo perfetto (non si sente niente, ma lo sbattere degli sportelli è netto).
Ma l'uomo ci ha abituato a alzate d'ingegno creative e volgari. Ma alcune scene della sua insofferenza e del suo provincialismo sono note. E si sa che parte della performance al parlamento europeo, quando insultò Schulz dandogli del kapò nazista, è passata solo parzialmente nelle nostre televisioni.
Eppure sono tentato di crederci. Eppure credo che può essere vero.
Infine, smetto di chiedermi se il filmato è contraffatto o no (ma propendo per il falso) perché sono convinto che potrebbe essere vero.
Come nel film di Moretti.

Sospendo l'incredulità non per partecipare di una finzione narrativa, ma per difendermi dagli eccessi di realtà che quest'uomo porta con sé.
postato da: mics alle ore 14:18 | link | commenti (5)
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28/03/2006

LINGUISTICA ELETTORALE 1

Come la par condicio ti cambia una lingua.
Oggi al tg2 delle 13.00 l'attacco del servizio sui quarti di finale della coppa dei campioni, in cui sono impegnate tre squadre italiane, è stato: - ITALIA FORZA, ...
Forse più che di par condicio si tratta di un nuovo tabù.

Qualche giorno fa c'è stato un convegno sulle prospettive della scuola in caso di vittoria del centrosinistra, credo organizzato dalla uil. Vabbè non vogliono cancellare la riforma Moratti, la vogliono cambiare e vogliono ritornare alla vecchia idea del "biennio comune". Speriamo bene, ai tempi di Berlinguer e anche dell'incolpevole De Mauro lo sfascio era evidente. A parte questo, dicevano Fassino e Rutelli presenti al convegno: si deve dare dignità ai professori, tra le altre cose portare gli stipendi ai livelli della media europea. Cioè 10, 15 per cento superiori agli attuali.
Dicono che Rutelli abbia aggiunto una postilla che è un capolavoro di cinismo politico e di finezza elettorale. Con l'associazione alla comunità dei nuovi paesi orientali, comunque, gli stipendi italiani rientrerebbero nella nuova media.

(A proposito di lingua della politica e del suo uso formidabile, resta memorabile Clinton, degno del miglior Socrate. Gli chiedevano, in tribunale: il suo con la Lewinsky è o non è un atto sessuale, e lui rispose: che cosa intende Lei con "è"?)
postato da: mics alle ore 15:07 | link | commenti (4)
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24/03/2006

ONIROCRITICA
o il sogno del mago in putrefazione
 
 

Guillaume Apollinaire, Onirocritique, in OEvres en prose, Paris, Gallimard, 1977

 Edizione originale: la Phalange, n. 20, 15 febbr. 1908
 G.A., l’Enchanteur pourrissant, 1909 riprende questo testo nell’ultimo capitolo
 
E'  l’ultimo capitolo de l’Enchanteur pourrissant, che fu il primo libro di Apollinaire ed è una versione adattata della storia di mago Merlino. Si tratta di un dialogo fra mago Merlino e la fata Viviana. Alla fine, Merlino muore fra le braccia della dama del Lago e riposa nella sua bara. Animali e personaggi del mito sfilano davanti a lui per dirgli qualche parola. Terminata la processione, partita la Dama del lago, il mago in putrefazione, di nuovo solo, fa il sogno intitolato Onirocritica.
 

Vedere http://www.mapageweb.umontreal.ca/lafleche/rrr/2-gapo2.html (da cui anche le note, semplificate e variate)

 
 

 
 
 

I carboni del cielo erano tanto vicini che temevo il loro fuoco. Stavano per bruciarmi. Ma io avevo coscienza delle differenti eternità dell’uomo e della donna. Due animali dissomiglianti si accoppiavano e i roseti si stendevano su pergole cariche di grappoli di luna. Dalla gola della scimmia uscivano fiamme che ornavano di gigli il mondo. Nei giardini di mirto, la macchia bianca di un ermellino. Gli chiedemmo la ragione di questo inverno fuori stagione. Ingoiavo greggi di pecore nere. Orkenise apparve all’orizzonte. Ci dirigemmo verso quella città rimpiangendo le vallate dove cantavano, fischiavano e ruggivano i meli. Ma il canto dei campi arati era meraviglioso:

 
Dalle porte di Orkenise
Vuole entrare un carrettiere
Dalle porte di Orkenise
Vuole uscire un mendicante
 
E le guardie della città
Chiedono al mendicante
- Che cosa porti fuori dalla città?
- Ci lascio tutto il cuore
 
E le guardie della città
Chiedono al carrettiere
- Che cosa porti dentro la città?
- Il mio cuore per maritarmi
 
Quanti cuori dentro Orkenise!
Le guardie ridevano, ridevano.
Mendicante la strada è grigia,
L’amore è grigio carrettiere.
 
Le belle guardie della città
Lavoravano a maglia superbamente;
poi, le porte della città
si chiusero lentamente.
 

Ma io avevo coscienza delle differenti eternità dell’uomo e della donna. Il cielo allattava i suoi pardi. Mi accorsi proprio allora delle macchie cremisi sulla mia mano. Verso mattina, i pirati condussero nove vascelli all’ancora nel porto. I monarchi si rallegravano. Ma le mogli non volevano piangere morti. Le mogli preferiscono i vecchi re, più forti in amore dei vecchi cani. Un sacerdote del sacrificio desiderò essere immolato al posto della vittima. Lo sventrarono. Vidi quattro I, quattro O, quattro D. Ci servirono della carne fresca e crebbi subito dopo averne mangiata. Scimmie simili ai loro alberi violavano antichi sepolcri. Chiamai una di queste bestie sulla quale crescevano foglie d’alloro. Mi recò una testa fatta d’una sola perla. La presi fra le braccia e la interrogai dopo averla minacciata di ributtarla in mare se non mi avesse risposto. Era un perla ignorante e il mare la inghiottì.

 

Ma io avevo coscienza delle differenti eternità dell’uomo e della donna. Due animali dissomiglianti si amavano. Eppure i re soli non morivano di quel ridere e venti sarti ciechi finirono di tagliare e cucire una vela destinata a coprire la sardonica. Li dirigerò io stesso, a ritroso. Verso sera, gli alberi volarono via, le scimmie restarono immobili e io mi vidi centuplicato. Il gregge che ero si fermò alla riva del mare. Grandi vascelli d’oro passavano all’orizzonte. E quando la notte fu piena, mi vennero incontro cento fiamme. Diedi alla luce cento figli maschi le cui nutrici furono la luna e la collina. Amavano i re disossati che agitavano dai balconi. Arrivato alla riva di un fiume, lo afferrai a piene mani e lo brandii. Questa spada mi disseterà. E la fonte languente mi avvertì che se avessi fermato il sole l’avrei veduto quadrato, in realtà. Centuplicato, navigai verso un arcipelago. Cento marinai mi accolsero, mi portarono in un palazzo e mi ammazzarono novantanove volte. Scoppiai a ridere in quel momento e danzai mentre loro piangevano. Danzai a quattro zampe. I marinai non osavano più scherzare, perché avevo l’aspetto terribile di un leone…

 
A quattro zampe, a quattro zampe.
 

Le mie braccia e le mie gambe si assomigliavano e i miei occhi moltiplicati mi coronavano attentamente. Poi mi sollevai per danzare come le mani e come le foglie.

 

Avevo i guanti. Gli isolani mi condussero nei loro giardini perché raccogliessi dei frutti somiglianti alle donne. E l’isola, alla deriva, andò a riempire un golfo dove dalla sabbia immediatamente crebbero alberi rossi. Una bestia molle coperta di piume bianche cantava ineffabilmente e tutto un popolo l’ammirava incessantemente. Trovai, a terra, la testa fatta di una sola perla, che piangeva. Brandii il fiume e la folla si disperse. Vegliardi mangiavano appio e immortali non ne soffrivano più dei morti. Io mi sentivo libero, libero come un fiore nella propria stagione. Il sole non è più libero di un frutto maturo. Un gregge d’alberi brucava le stelle invisibili e l’aurora dava la mano alla tempesta. Nei giardini di mirto, si subiva l’influsso dell’ombra. Una folla ammucchiata in un frantoio sanguinava cantando. Nacquero uomini nel liquido che colava dal frantoio. Brandivano altri fiumi che si incrociavano con un suono argentino. Le ombre uscirono dai giardini di mirto e andarono nei giardinetti che annaffiava una giovane pianta dagli occhi d’uomo e di bestia. Il più bello degli uomini mi prese alla gola, ma riuscii a buttarlo a terra. In ginocchio, mi mostrò i denti. Li toccai; si produssero dei suoni che si mutarono in serpenti color castagna e la loro lingua si chiama Sainte-Fabeau. Estrassero una radice trasparente e la mangiarono. Aveva le dimensioni di una rapa. E il mio fiume immobile la sommerse senza annegarla. Il cielo era pieno di feccia e di cipolle. Maledicevo gli astri indegni e il loro lume che colava sulla terra. Nessuna creatura vivente appariva più. Ma canti si levavano da ogni parte. Visitai città vuote e cascine abbandonate. Raccolsi tutte le corone di tutti i re e ne feci la testimonianza immobile del mondo loquace. Vascelli d’oro, senza marinai, passavano all’orizzonte. Ombre gigantesche si profilavano sulle vele lontane. Molti secoli mi separavano da quelle ombre. Mi disperai. Ma io avevo coscienza delle differenti eternità dell’uomo e della donna. Ombre dissimili adombravano con il loro amore lo scarlatto delle velature, finché i miei occhi si moltiplicarono nei fiumi, nelle città e nella neve delle montagne.

 
 
 
 


Onirocritique: la parola potrebbe avere qui un modello letterario, quello che conduce da Rabelais (onirocrités et oniropole) a De Quincey (oneiromancie) che ha influenzato Maeterlinck (onirologie) e Baudelaire (oneirocritique). Ma la fonte più probabilmente è il Dictionnaire infernal di Collin de Plancey e la sua voe oneirocritique, “arte di spiegare i sogni”, e il rinvio al lemma sogno.

I “carboni accesi” = minacce (articolo sogno del Dizionario infernale). L’espressione evoca il “soleil noir” di Nerval, prima fonte di Apollinaire. La seconda fonte è Rimbaud, specialmente Una stagione all’inferno, ma anche le Illuminazioni.

Il mirto evoca la poesia greco-latina ed è emblema di Venere.

La città di Orkenise, fortezza di re Artù, che appare qui all’improvviso, appariva già nei capitoli precedenti. E’ uno dei pochi elementi che lega esplicitamente questo brano al resto dell’opera.

La canzone di Orkenise (musicata da Poulenc, Banalitè 1940) contrasta radicalmente per il suo carattere di canzone popolare, con il testo ermetico in cui è inserita.

Queste guardie o doganieri che lavorano a maglia hanno verità storica o folclorica nei funken la cui origine risale al fatto che i mercenari impegnati a custodire le porte di Colonia, dopo la Guerra dei Trent’anni, nel XVII secolo, dovevano dedicarsi a ogni tipo di lavori supplementari per sopravvivere. Delle incisioni li mostrano mentre lavorano a maglia. Questi personaggi rappresentano anche un dato autobiografico: per Apollinaire è un ricordo del viaggio in Germania e del soggiorno a Colonia (la canzone potrebbe risalire al periodo di tale viaggio, 1901 o 1902, mentre Onirocritica è del 1908).

Pard, nell’originale. M. Decaudin nell’edizione della Pléiade annota: carnivoro felino. Ma la parola non è attestata nei dizionari correnti..

Cioè lo Iod. Yod è l’abbreviazione del tetragramma “Yhvh”, cioè Yavhè per il Talmud e la Cabala. L’ortografia Iod potrebbe venire sia da E. Schurè (la divinità assoluta) sia da Remy de Gourmont (il maschile, che si confonde con Satana e si oppone a Hè, principio femminile). La materializzazione delle lettere evoca anche Rimbaud, Voyelles e Alchimie du Verbe.

L’originale ha tailleurs, che significa sarti ma anche tagliatori di pietre. La sardonica è una pietra che si presenta come un cristallo, la calcedonia. La sardonica è scura, la corniola ha venature arancioni e l’onice è nera. La sardonica deve il nome alla Sardegna ed è associata anche a “sardonico”, al riso dei re, come si vede nella nota 11.

E’ proprio il fiume che il narratore prende in mano, lo spiega il testo nelle righe successive. Il fiume-spada evoca Le sette spade in Alcools, soprattutto la quarta, Malourène.. L’immagine si trova spesso nell’opera di Apollinaire.

Apollinaire spiega indirettamente questo passaggio in un articolo de la Phalange dedicato a Jean Royére: “Archemoro, lasciato dalla sua nutrice Ipsipile su uno strato di appio, fu ucciso da un serpente. In memoria di ciò,furono istituiti i giochi nemei in cui il giudice che presiedeva, vestito di nero, coronava il vincitore con l’appio. E voglio anch’io mettere l’appio, volta a volta simbolo della morte e corona della vittoria, sulla testa di Jean Royère. Le sue poesie hanno il sapore di un’erba simile all’appio, quelli che ne gustano muoiono ridendo. Cresce in Sardegna (nota 9)”. Altre volta Apollinaire evoca l’appio che produce il riso sardonico che conduce alla morte.

Sainte-Fabeau: nome della quinta delle Sette spade (nota 10).
postato da: mics alle ore 01:58 | link | commenti (2)
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21/03/2006

ESERCIZI DI STILE

Ti ho incontrata. Scruto i tuoi occhi e poi è il vuoto, non so se l'assalto dell'amore è male o piacere. Non lo so. (Guinizzelli)

Che dea è questa giovane bella, questa che mi schianta il cuore? (Cino)

Angelo. Una fortuna solo desiderarti. Felicità solo pensare al miracolo che sei, smisurarmi nella bellezza. Lo sanno tutti, ma non mi importa. Vuoto di parole, come si concepisce la dismisura? (Cavalcanti)

Amami. Non puoi essere crudele. Se solo mai hai amato. (Dante)

Come ti muovi fai paradiso. A ogni passo vita che pulsa. (Dante)
postato da: mics alle ore 23:04 | link | commenti (3)
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19/03/2006

CLAIR DE FEMME

1977 lo scrittore Romain Gary pubblica Clair de femme.

L'ho letto più presto che potevo, di più che potevo.

Che non è facile, le pagine sono così spesse dense pesanti che non si va rapidi. Ma si vuole andare rapidi. Ci resti dentro rapidamente.

http://www.romaingary.org/

Un incipit formidabile.

Scendevo dal taxi e la urtai, con i suoi pacchi, aprendo la portiera: pane, latte, uova si sparsero sul marciapiede. E così ci siamo incontrati, sotto la pioggia leggera che si annoiava.


Chiaro di donna pubblicato da Casagrande. Altre opere da Neri Pozza.
postato da: mics alle ore 20:05 | link | commenti (1)
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18/03/2006

SIPARIO: SORPRESA

Frequento i teatri con una certa assiduità da venticinque anni.
In quello della mia nuova città, quella in cui vivo da sette anni,  c'era un addetto alla biglietteria che ormai fa parte  del teatro stesso.
Tu vai a vedere Barberio Corsetti: ecco lì l'uomo con gli occhiali a tenere d'occhio che tutto vada bene.
Per una serata scespiriana di Eimuntas Nekrosius: c'è l'uomo.
Oppure Goldoni. C'è sempre il solito uomo.
Dal cortile del teatro, che è anche quello dell'università, ci passo volte innumerevoli, perché è la strada per andare da casa mia in centro. E c'è una volta su tre l'uomo.
Il teatro è in un complesso dove oltre all'università c'è un grande centro culturale, con sale conferenze, aule video,un posto dove chi bazzica come me tra cultura, biblioteche e scuola capita spesso. E l'uomo è sempre lì.
Non scherzo, c'è sempre.
Insomma, quell'uomo è una specie di incarnazione del Centro S. Chiara.

C'è quasi sempre. Di più. C'è sempre.

Tarchiatello, calvizie avanzata, abbastanza elegante, abbastanza discreto. Idea complessiva di efficienza e perfino di devozione al lavoro che fa. Un riferimento per i colleghi della biglietteria e gli impiegati del centro, forse temuto. Gran fumatore.

Una presenza rassicurante. Amichevole, addirittura.

Come fa ad esserci sempre? Tutti i giorni. Ogni volta che vai a teatro. Ogni volta che passi di lì al pomeriggio. A tutte le conferenze. A tutte le presentazioni.

Sono venticinque anni che frequento il Centro S. Chiara,  per una cosa o per l'altra.

E lui.

Poi.
Poi l'altro giorno un mio studente mi dice, Sono due gemelli.

Ecco.
Lui non è lui.
Sono due.
Due gemelli.
Fanno lo stesso lavoro, nello stesso posto.
Io credevo fosse uno.
Due gemelli.
Fumano. O forse fuma uno solo. Non lo so.
postato da: mics alle ore 00:38 | link | commenti (9)
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