

La “tipologia B” propone quattro argomenti corredati di dossier di documentazione: argomenti da affrontare scegliendo la forma “saggio breve” o ”articolo di giornale”.
Come è ormai tradizione degli ultimi anni gli argomenti sono molto vasti e astratti, e la documentazione è ampia, però questa volta per fortuna i dossier non sono così sovrabbondanti. L’anno scorso, ad esempio, i brani di corredo dicevano già tutto e imponevano la trattazione più che suggerire scritture frutto di racconto, riflessione, ragionamento, critica e interpretazione degli studenti.
Anche di fronte a tali complessità e vastità (anche malamente suggerite dalle tracce, quando si usano parole vaghe come “fruttuoso percorso”, “esistenza umana”, “che cosa ci dice la scienza sul mondo che ci circonda, su noi stessi e sul senso della vita?”) è fondamentale una scrittura breve, sintetica, sensata, ben organizzata, semplice in cui mettere in atto consapevolezza, curiosità, organizzazione, creatività. Vanno evitate ridondanze, ripetizioni, magniloquenza, espressioni generiche (“cose”, “persone”, “società”, “gente”, “fare” e “trovare”: parole logore quando non se ne ha altre nel proprio repertorio), luoghi comuni e formule stereotipate.
Il “tema” tradizionale non esiste più: anche a scuola la scrittura saggistica o giornalistica è buona quando solleva problemi, aiuta a pensare, offre originalità di stile e contenuti, riassume nodi concettuali esemplari, invoglia all’approfondimento, si fa scoperta e quadro colorato dell’intelligenza.
Nei dossier di quest’anno il rischio di scivolare nei luoghi comuni o nella ripetizione o nell’insensatezza poteva essere evitato individuando la logica delle sequenze o degli accostamenti: si andava da descrizioni della città tradizionale a quelle delle città postmoderne e postindustriali, da utopie passate a utopie future; oppure c’era la contiguità del pensiero internazionale e ribelle di Foscolo con quello provinciale e tranquillizzante di Manzoni.
I dossier di quest’anno però hanno un difetto, sono abbastanza sensati nella sequenza logica ma poco limpidi nella provenienza: fonti molto eterogenee (da Manzoni a Gianna Schelotto a riviste popolari). Gli studenti non hanno la cultura enciclopedica necessaria per distinguere tutto e sono costretti a brancolare (e perciò a tornare al vago e all’impressionistico). Non sarebbero male due righe di indicazioni preliminari.
Ambito “artistico letterario”: il senso del “distacco”. Tutta la vita è commiati; tutta la vita è ritorni e incontri e rinascite. Morte e rinascita nell’adolescenza sono un passaggio determinante nell’esistenza di ogni individuo. (Chiederne consapevolezza a un adolescente è metterlo a durissima prova). Letteratura e arte insegnano questi addii e queste speranze, dalle mani disegnate sulle caverne preistoriche e da Omero a I giorni dell’abbandono di Elena Ferrante.
Ambito “socio-economico”: città e periferie. Dalla polis greca alle banlieus in fiamme. La città strumento e luogo di cultura. Promesse di civiltà e disinganni nella concretezza del vivere materiale.
Ambito “storico-politico”: democrazia e nazione, Italia e Europa in Mazzini. Mazzini liberato dalla retorica e profeta di democrazia e radice dell’Europa. Rileggere il Manifesto del triumvirato della Repubblica romana (1849) e pubblicarlo sulle prime pagine di tutti i quotidiani. Al Ministero si sono dimenticati, però, le indicazioni sui programmi di storia: l’ultimo anno si dovrebbe dedicarlo al Novecento, e Mazzini è programma del quarto anno.
Ambito “tecnico-scientifico”: finalità e limiti della conoscenza scientifica. (Forse la traccia con i documenti più deludenti: dove sono rimasti Galimberti ed Enzensberger e Kuhn e Morin?). Contro il riduzionismo, con qualche deriva verso forme di postmodernismo Avant-Pop.
Corrado Giamboni31 agosto 2005
sono tornato in Italia da sabato scorso e mi sono ancora goduto questi ultimi giorni di vacanza con le mie figlie e mia moglie.
In Normandia e a Parigi ho lavorato alla storia di Eros: lavorato significa che ho sistemato il brogliaccio che hai visto anche tu, ho pensato di più alla struttura, alla "voce" complessiva che ricordo mi dicevi poco definita, ho pensato a nuovi capitoli-frammenti.
A che punto siamo? che il lavoro di rifinitura sul già scritto deve continuare ancora un po', che la struttura e la "voce" hanno già un corpo abbastanza concluso ma devo ancora scrivere una decina di pagine importanti.
Scrivendo di Eros, ti confesso, ho tirato fuori alcune cose autobiografiche, ma credo di essere riuscito a travestirle, anzi, meglio, a farle essere solo un principio, per partire e andare lontano da me. Sarà forse anche l'aver lavorato su un argomento come le "cose" e le "macchine", io che sono uno più "di idee" che "di cose" (? sarà vero?). Cioè: non ho dei conti sospesi, né recriminazioni né frustrazioni né niente da dimostrare scrivendo. E ho trovato un pensiero in un libro che ho letto, di un francese di cui mi sono appassionato, Louis Calaferte, che più o meno è: essere così personali da diventare universali.
Sto scrivendo questa storia quasi più da lettore che da scrittore, anch'io voyeur come il lettore più che esibizionista come lo scrittore.
Vediamo se riesco a mettere qualche punto fermo.
- è una opera sperimentale: nel senso che sperimento sulla lingua, sulla struttura, viaggio sul confine fra poesia e prosa (io che credo in una letterarietà che non coincide con la separazione poesia-prosa) oppure mi getto nella narrazione in presa diretta oppure adotto forme immediate del parlato. Nel senso anche della struttura. Non che siano grandi novità, ma provo a far funzionare la macchina in modo che l'effetto sia... non so quale, ma che ci sia un effetto.
- si sperimenta perché si è scontenti del linguaggio, perché si preferirebbe il silenzio. Ho letto un pezzetto di un musicologo massmediologo francese, Pierre Schaeffer, che in un suo diario (gennaio 1948) scriveva: "Da un anno, non faccio altro che scrivere. Si scrive sempre per dire qualcosa. Bruscamente, ci si accorge che bisognerebbe scrivere per non dire più niente. Sono obbligato, se scrivo, a essere morale o immorale, comico o tragico, simbolista o realista. È allora che mi prende la nostalgia della musica, che si ama perché non vuol dire niente".
- e si sperimenta per disgusto o diffidenza per i sistemi completi e definitivi, per le definizioni: il centro della storia di Eros è Eros stesso. Ma lui non c'è, è già morto. Intorno a lui uno, che è il narratore-tramite, raccoglie frammenti sparsi che si contraddicono, non completano, ampliano sempre di più l'orizzonte della conoscenza e dell'ignoranza. Altri, i lettori, ma anche i protagonisti delle testimonianze, cercano di capirci qualcosa. Quello che vale per la ricerca su Eros vale anche per le macchine, un altro dei centri della storia. Ma se una macchina è grande e complessa, i nessi fra gli elementi che la compongono sono proporzionalmente numerosi; e quanto meno sono noti tali nessi, tanto più poliedrico e complesso sarà il nostro giudizio.
- ecco, se c'è un effetto che cerco nel lettore è lo stesso che cerco in me e nella storia: all'inizio vuoi sapere chi è Eros, come funziona la macchina, poi puoi anche rinunciare e cercare dentro l'informità l'equilibrio di una forma, che si esprime in termini per così dire musicali (o poetici)
- un'altra questione è quella dell'infanzia. Qui bisogna stare attenti a non volerci mettere troppo, a non volere fare troppa filosofia, a perseguire sempre un risultato pratico, come quando si fanno le macchine. "La mia età matura segue un disegno giovanile che non trova lui stesso origine e spiegazione se non nella stessa infanzia" (Pierre Schaeffer). Senza cedere alla tentazione lirica - senza cadere nel kitsch. Parlando dell'infanzia con l'esperienza di piccoli perseguitati e feriti, più che di cuccioli felici; con l'identità degli orfani.
- mi è venuto in mente l'inizio degli Scritti corsari di Pasolini: "La ricostruzione di questo libro è affidata al lettore. E' lui che deve rimettere insieme i frammenti di un'opera dispersa e incompleta. E' lui che deve ricongiungere passi lontani che però si integrano. E' lui che deve organizzare i momenti contraddittori ricercandone la sostanziale unitarietà. E' lui che deve eliminare le eventuali incoerenze (ossia ricerche e ipotesi abbandonate). E' lui che deve sostituire le ripetizioni con le eventuali varianti (o altrimenti accepire le ripetizioni come delle appassionate anafore)".
Insomma, il lettore non basta che accenda il motore e parta, con questa storia; deve metterselo insieme da sé il motore. Il narratore è di quelli ellittici, non accompagna il narratore prendendolo per mano.
- la macchina autonoma o la macchina che fa altre macchine sono orribili. Le supposte perfezione ed economicità che ci sono nella tecnologia sono feticci delle peggiori idee che passano e sono passate nel mondo. Perfetta (e non economica) è solo la natura (che è silenziosa e invariata). Nessuno scienziato fa cose così perfette e utili come quelle che ci sono in natura. La meccanizzazione deve fermarsi davanti alla sostanza viva: fare propria questa idea è anche un modo di non condividere l'idolatria della produzione. La meccanizzazione porta alla guerra.
Se non si idolatra la macchina - se non si fa pornografia tecnologica, se non ci si riduce all'infantilismo e non si continua solo a giocare - allora si può anche sentire il sex appeal dell'inorganico, si può dare una faccia a un camion, vivere i propri cartoni animati in mezzo alle macchine.
Boh, fra libri ed esperienze di vita nelle officine ci ho messo un sacco a mettere insieme queste idee... chissà se funziona.
Un'altra cosa: la brevità dei frammenti e delle testimonianze; la viscosità delle identità; le dislocazioni temporali; il rapporto universale-personale; una unitarietà che viene fuori dall'accostamento dei frammenti più che da una logica stretta che li tenga; altre cose - mi sembrano adatti per una storia che tutto sommato è venuta fuori dal mondo dei blog.
ciao, io continuo a scrivere e riscrivere, poi vedremo come andrà sto motore...
Michele

















Il silenzio ritorna come un pudore. Lentamente. Gli immortali esitano a discendere in un luogo così facilmente infangato. Gli dei passano leggeri, tenui, prossimi all’inesistenza, spiriti volatili, la minima turbolenza nell’aria li manda via. Loro sono stati molto tempo fa il nostro mondo tonitruante.
…
Immobile, al sole, sul gradino, immerso nella trasparenza gialla e blu, apprendo lentamente che il dono giunge come la grazia. Spirito volatile, leggerezza che scivola nell’aria limpida. Gli dei si incontrano all’improvviso in un angolo di bosco, bisogna attenderli, come una preda piccola, timida e paurosa, con una lunga pazienza: ho creduto spesso di divenire una statua, di un’immobilità fissa e attenta. Ascolta. Il dono viene dolcemente da me. Ascolta. L’orecchio si ingrandisce alle dimensioni dell’anfiteatro, padiglione di marmo. Orecchio coricato sulla terra, in un asse verticale, che tentò di intendere l’armonia del mondo. Attende gli uccelli che vengono dal vento.
da Pierre Schaeffer, Diari

Gennaio 1948
Da Machines a communiquer (Macchine da comunicazione), Seuil, 1970


dàmmi acqua e pane
un vino buono e coperte per la notte
fammi sentire concluso il mio viaggio anche se domani ripartirò
anche se ripartirò invogliami a fermarmi
compagno, sodale, prossimo
insegnami tre parole della tua lingua
dimmi come la tua civiltà tratta gli animali
in che conto tenete la fantasia e l’arte
cosa sono per voi il presagio del futuro
l’indecidibilità
il sentimento dell’ignoto
l’enigma
con quali scelte forzate i vincoli del destino
alleato, mio caro, fratello
raccontami come hai conosciuto tua moglie, dove sono i tuoi amori,
che cosa sperano i tuoi figli
che cosa sono per te stupore e meraviglia
che cosa sai fare con le mani, che cosa vale per te l’intelligenza
di che cosa hai paura, come curi il tuo corpo
da dove provengono i tuoi diavoli e i tuoi dei
affine, uomo amabile, mio simile
donami anche tre piccole cose
tre ricordi
donami caffè appena fatto quando arriverò e quando partirò