


Non obbedite
Non obbedite
Non obbedite
Non avete capi da nessuna parte
L’obbedienza è una malattia
Voi non dovete obbedienza
E osservando che questa verità: penso, dunque sono, era cosí ferma e sicura, che tutte le supposizioni piú stravaganti degli scettici non avrebbero potuto smuoverla, giudicai che potevo accoglierla senza timore come il primo principio della filosofia che cercavo.
Poi, esaminando esattamente quel che ero, e vedendo che potevo fingere di non avere nessun corpo, e che non ci fosse mondo né luogo alcuno in cui mi trovassi, ma che non potevo fingere, perciò, di non esserci; e che al contrario, dal fatto stesso che pensavo di dubitare della verità delle altre cose, seguiva con assoluta evidenza e certezza che esistevo; mentre, appena avessi cessato di pensare, ancorché fosse stato vero tutto il resto di quel che avevo da sempre immaginato, non avrei avuto alcuna ragione di credere ch'io esistessi: da tutto ciò conobbi che ero una sostanza la cui essenza o natura sta solo nel pensare e che per esistere non ha bisogno di alcun luogo né dipende da qualcosa di materiale. Di modo che questo io, e cioè la mente per cui sono quel che sono, è interamente distinta dal corpo, del quale è anche piú facile a conoscersi; e non cesserebbe di essere tutto quello che è anche se il corpo non esistesse.
Dopo di ciò, considerai in generale quel che si richiede ad una proposizione perché sia vera e certa; infatti, poiché ne avevo appena trovata una che sapevo essere tale, pensai che dovevo anche sapere in che cosa consiste questa certezza. E avendo notato che non c'è niente altro in questo io penso, dunque sono, che mi assicuri di dire la verità, se non il fatto di vedere molto chiaramente che, per pensare, bisogna essere, giudicai che potevo prendere come regola generale che le cose che concepiamo molto chiaramente e molto distintamente sono tutte vere; e che c'è solo qualche difficoltà a vedere bene quali sono quelle che concepiamo distintamente. In seguito a ciò, riflettendo sul fatto che dubitavo, e che di conseguenza il mio essere non era del tutto perfetto, giacché vedevo chiaramente che conoscere è una perfezione maggiore di dubitare, mi misi a cercare donde avessi appreso a pensare qualcosa di più perfetto di quel che ero...
Poi però c'è un passo delle Meditazioni filosofiche che mi piace di più, è decisamente più dubitativo, qui Descartes è quasi shakespeariano. La formula stavolta potrebbe essere non penso dunque sono bensì sogno dunque sono o percepisco dunque sono o fingo dunque sono.
Io sono, io esisto, tutte le volte che me lo dico, o che lo concepisco con la mente, è necessario che sia vero. Ma che cosa sono? Un essere pensante (res cogitans). E che cos'è? Certamente anche un essere dubitante, comprendente, affermante, negante, volente, nolente, immaginante, e senziente.
Che cosa io sia, io che dubito, che capisco, che voglio, è tanto manifesto che non servono dimostrazioni attraverso cui spiegarlo con maggior evidenza. Ma quel medesimo sono anche quell'io che mi immagino; infatti, sebbene, come ho già detto, nessuna cosa immaginata è vera, tuttavia la forza immaginativa in realtà esiste, e fa parte del mio pensare. E poi io sono quel medesimo che sente, e che coglie i fenomeni corporei come attraverso i sensi: è evidente che vedo la luce, sento un rumore, sento il calore. Eppure queste cose sono false, infatti sto dormendo. Ma mi sembra certamente di vedere, di udire, di avere caldo. Questo non può essere falso; questo è precisamente ciò che in me si chiama sentire; e ciò precisamente lo concepisco esattamente come pensare.
dedicato a Fiorile e a Catomaior






