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23/09/2006

Mi dessero un righello per misurazioni precise, please

Stanlio e Ollio son perfetti come personaggi di romanzo. Osvaldo Soriano ne ha saputo fare un capolavoro come Triste solitario y final.  Come personaggi li vedrei bene come una creazione di Kafka. Le mie figlie so riguardano di continuo Scooby Doo incontra Stanlio e Ollio. La più grande ha una percezione di iperbole comica quando mi fa: "Ti ricordi la montagna di vestiti sporchi che devono lavare nel film dei soldati?" (in I diavoli volanti, nota del papà).
Stanlio e Ollio sono nomi latini. Ollio è attestato, ad esempio: la Poppea Sabina moglie di Nerone era figlia di un certo Tullio Ollio (cfr gli Annali di Tacito). Stanlio non è attestato ma è molto credibile, sentire come suona bene ad es. Lucio Scribonio Stanlio.

Capì che stava franando quando vide se stesso nella vetrina lungo il marciapiede. Era un tizio di mezza età con in mano delle buste di plastica.

Leggere e fare leggere Il discorso è che una volta ero un genio, geniale romanzo di Giovanni Previdi, Zandegù editore, http://www.zandegu.it/.


L'unità di misura dell'entropia è il bit. Se la tua azione ha un solo esito possibile, l'entropia misura 0 bit, se di esiti ne ha due possibili, come nel lancio di una moneta, misura 1 bit. A ogni apertura di possibilità, insomma, corrisponde 1 bit. Mi dessero un righello per misurazioni precise, please.

In genere vale per le comiche, ma in Stanlio e Ollio la struttura compositiva è più o meno la stessa quasi sempre: da una situazione di equilibrio iniziale si va progressivamente verso stati di anarchia crescente. Sacchi di bit.
postato da: mics alle ore 15:39 | link | commenti (1)
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20/09/2006

JECKYLL/HYDE

Nei primi giorni di scuola devo combattere con l'altro me stesso che preme.



postato da: mics alle ore 10:06 | link | commenti (8)
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SPESA

Alla libreria solita mi danno un sacchetto di plastica per infilarci i libri.
1) Mi sembra di aver fatto la spesa alla coop
2) Girare poi per le strade con questo sacchetto non è elegante
Perciò quest'ultima volta sono andato con la sportina di stoffa, come quando vado davvero a fare la spesa.

Se poi ingrassassi con i libri, sarebbe tutta salute.

1 gamba di sedano
1 Andrew Crumey, L'amore perduto e la teoria dei quanti
2 confezioni di piadine
1 Hilary Putnam, Fatto/Valore
2 litri di latte
6
Louis Calaferte, Settentrione, Neri Pozza
1 bott. marzemino cantina di Isera
1 bott. foianeghe conti Bossi Fedrigotti
1 Jeannette Winterson, L'arte dissidente
2 confez. friselle Caserta
1 kg pomodori
1 Giancarlo Marinelli, Ti lascio il meglio di me

postato da: mics alle ore 10:00 | link | commenti (4)
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13/09/2006

PRIMO GIORNO DI SCUOLA


Non obbedite

Non obbedite

Non obbedite

Non avete capi da nessuna parte

L’obbedienza è una malattia

Voi non dovete obbedienza

A nessuno – solo alla vita.



(Louis Calaferte)
postato da: mics alle ore 11:56 | link | commenti (11)
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08/09/2006

ANTICLASSICISMO

"Immaginarono uno schema artificiale ed immobile di composizione, la cui base fu posta in una certa concordanza del tutto e delle parti, come in un orologio, e questo chiamavano scrivere classico"

E' una definizione di classico data da Francesco De Sanctis.

Leggo parecchi blog (hanno praticamente sostituito un 80 per cento della lettura dei giornali quotidiani) e mi pare di poter dire che la scrittura di questo genere è del tutto anticlassicistica. Non però di un anticlassicismo che distrugge l'ordine ( e quindi la retorica e la composizione) come nella scrittura carnevalesca (Aristofane, Cervantes, Pirandello, Aldo Nove) bensì di un anticlassicismo che tende a dar luogo a un nuovo ordine (come il barocco o il romanticismo o il postmodern). Il problema piuttosto rilevante è che questa distruzione degli orologi antichi è molto spesso inconsapevole e il nuovo ordine fa parecchia acqua. Non solo, spesso lo strumento informatico ha la meglio sulla scrittura e sui contenuti. E ci sono invece dei gran blog, in giro, quelli sì davvero "classici".
postato da: mics alle ore 09:21 | link | commenti (23)
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06/09/2006

SOGNO DUNQUE SONO

Qui, nel Discorso sul metodo, Cartesio è tutto chiuso nella gabbia di credere che pensare è esistere e che dubitare è meno perfetTo di conoscere, che la mente è assolutamente distinta dal corpo, che l'idea chiara e distinta ha una dignità che il resto non ha. Non ci piace qua, diciamocelo, il buon Renè.

E osservando che questa verità: penso, dunque sono, era cosí ferma e sicura, che tutte le supposizioni piú stravaganti degli scettici non avrebbero potuto smuoverla, giudicai che potevo accoglierla senza timore come il primo principio della filosofia che cercavo.

Poi, esaminando esattamente quel che ero, e vedendo che potevo fingere di non avere nessun corpo, e che non ci fosse mondo né luogo alcuno in cui mi trovassi, ma che non potevo fingere, perciò, di non esserci; e che al contrario, dal fatto stesso che pensavo di dubitare della verità delle altre cose, seguiva con assoluta evidenza e certezza che esistevo; mentre, appena avessi cessato di pensare, ancorché fosse stato vero tutto il resto di quel che avevo da sempre immaginato, non avrei avuto alcuna ragione di credere ch'io esistessi: da tutto ciò conobbi che ero una sostanza la cui essenza o natura sta solo nel pensare e che per esistere non ha bisogno di alcun luogo né dipende da qualcosa di materiale. Di modo che questo io, e cioè la mente per cui sono quel che sono, è interamente distinta dal corpo, del quale è anche piú facile a conoscersi; e non cesserebbe di essere tutto quello che è anche se il corpo non esistesse.

Dopo di ciò, considerai in generale quel che si richiede ad una proposizione perché sia vera e certa; infatti, poiché ne avevo appena trovata una che sapevo essere tale, pensai che dovevo anche sapere in che cosa consiste questa certezza. E avendo notato che non c'è niente altro in questo io penso, dunque sono, che mi assicuri di dire la verità, se non il fatto di vedere molto chiaramente che, per pensare, bisogna essere, giudicai che potevo prendere come regola generale che le cose che concepiamo molto chiaramente e molto distintamente sono tutte vere; e che c'è solo qualche difficoltà a vedere bene quali sono quelle che concepiamo distintamente. In seguito a ciò, riflettendo sul fatto che dubitavo, e che di conseguenza il mio essere non era del tutto perfetto, giacché vedevo chiaramente che conoscere è una perfezione maggiore di dubitare, mi misi a cercare donde avessi appreso a pensare qualcosa di più perfetto di quel che ero...

Poi però c'è un passo delle Meditazioni filosofiche che mi piace di più, è decisamente più dubitativo, qui Descartes è quasi shakespeariano. La formula stavolta potrebbe essere non penso dunque sono bensì sogno dunque sono o percepisco dunque sono o fingo dunque sono.

Io sono, io esisto, tutte le volte che me lo dico, o che lo concepisco con la mente, è necessario che sia vero. Ma che cosa sono? Un essere pensante (res cogitans). E che cos'è? Certamente anche un essere dubitante, comprendente, affermante, negante, volente, nolente, immaginante, e senziente.

Che cosa io sia, io che dubito, che capisco, che voglio, è tanto manifesto che non servono dimostrazioni attraverso cui spiegarlo con maggior evidenza. Ma quel medesimo  sono anche quell'io che mi immagino; infatti, sebbene, come ho già detto, nessuna cosa immaginata è vera, tuttavia la forza immaginativa in realtà esiste, e fa parte del mio pensare. E poi io sono quel medesimo che sente, e che coglie i fenomeni corporei come attraverso i sensi: è evidente che vedo la luce, sento un rumore, sento il calore. Eppure queste cose sono false, infatti sto dormendo. Ma mi sembra certamente di vedere, di udire, di avere caldo. Questo non può essere falso; questo è precisamente ciò che in me si chiama sentire; e ciò precisamente lo concepisco esattamente come pensare.


 

dedicato a Fiorile e a Catomaior

postato da: mics alle ore 00:36 | link | commenti (6)
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04/09/2006

ESPRESSO

Quando leggo frasi come

 (il mondo microscopico è)... un'instabile sovrapposizione di stati potenziali e un molteplice parallelismo di mondi possibili

vado vicino all'estasi perché le parole sono univoche, precise, salde e sicure per affermare la certa e fluida incertezza umana e complessità effettiva dell'universo. E non so perché ma mi sento anche più sicuro e umano in tutte le mie certe incertezze.


era pg. 75 di La scienza espresso di Piergiorgio Odifreddi
http://www.einaudi.it/einaudi/ita/catalogo/scheda.jsp?isbn=978880618258&ed=87

postato da: mics alle ore 01:43 | link | commenti (7)
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02/09/2006

GALLEGGIANTI

Galleggiavano parole, o forse nevicavano, non so, questo proprio non lo so perché il tempo era indefinito e da dove venivano le parole era misterioso, mi rendo conto solo che potrebbe esserci attaccato dell'altro, alle parole, erano lì a caso ma forse non per caso. O forse il caso non c'entra, sotto la linea di galleggiamento c'è dell'altro.

pirico       barra degli strumenti            Scipio    
         meteopatia        telecuore       Alcione      passo annacante
  lettera di manleva                       ingenito     accorare
                                   "... nella verità si può capire solo nella misura in cui si agisce..."
postato da: mics alle ore 14:54 | link | commenti (1)
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