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30/01/2008

PROTO ANOBII

Molto prima di Anobii.
 
Art Garfunkel ha schedato i libri che ha letto dal 1968 in poi.

17. Feb 1969 Malcolm X and Alex Haley Autobiography 1964 460 pp.
18. Feb 1969 Jule Eisenbud, M.D. The World of Ted Serios 1968 339 pp.
19. Feb 1969 Penelope Gilliatt A State of Change 1967 221 pp.
20. Feb 1969 Oscar Wilde The Picture of Dorian Gray 1891 234 pp.
21. Feb 1969 Joseph Heller Catch 22 1955 463 pp.
22. Feb 1969 Voltaire Candide 1758 144 pp.
23. Feb 1969 F. Scott Fitzgerald The Great Gatsby 1925 182 pp.
24. Feb 1969 L.N. Tolstoy War and Peace 1869 1444 pp.

...

1011. 2007 Leonardo da Vinci Prophecies 1452-1519
1012. 2007 Donald Capps the depleted self 1993
1013. 2007 Jean Rhys Tigers are Better Looking 1927,
1960-63
1014. 2007 Reinhold Niebuhr Leaves from the Notebook of a Tamed Cynic 1915-28
1015. 2007 John J. Jackson, Jr. Harlemworld 2001
1016. 2007 Edmund Burke A Philosophical Enquiry into the Origin of our
Ideas of the Sublime and Beautiful
1757
1017. 2007 Octavio Paz The Labyrinth of Solitude 1961
1018. 2007 V.S. Naipaul A Bend in the River 1979
1019. 2007 Linda Lawrence Hunt Bold Spirit- Helga Estby's Forgotten Walk
Across Victorian America
2003
1020. 2007 Fyodor Dostoevsky The Gambler 1866
1021. 2007 Alexander Solzhenitsyn Nobel Lecture 1972
1022. 2007 Kenneth Seeskin Maimonides: A Guide for Today's Perplexed 1991
1023. 2007 Booth Tarkington The Magnificent Ambersons 1918

(visto in blog del mestiere di scrivere)





postato da: mics alle ore 20:48 | link | commenti (7)
categorie: libri, poetiche
29/01/2008

PANCHINE - 2

postato da: mics alle ore 17:02 | link | commenti
categorie:
28/01/2008

FILOLOGIA PARLAMENTARE 2 - La decadenza

Una quindicina di anni fa, quando il berlusconismo e il leghismo erano agli albori e resisteva qualche barlume di eleganza (non che civiltà ce ne fosse di più o che fosse meglio, intendiamoci, erano tempi bui anche quelli) e soprattutto il parlamento non era colonizzato dagli avvocati, ricordo che ci fu una volta che in un discorso Beniamino Andreatta confuse Plinio il Giovane con Plinio il Vecchio. Ne parlarono i giornali e ci fu del dibattito storico-letterario nei giorni successivi.
postato da: mics alle ore 22:44 | link | commenti (2)
categorie: parole, poetiche, chiusure cognitive
24/01/2008

FILOLOGIA PARLAMENTARE - No es de Pablo Neruda

L'ineffabile Mastella recita in senato una poesia, sembra anche con del grottesco pathos. Dicono che è di Neruda, ma l'attribuzione è negata anche dalla fondazione Neruda. Un vero falso; autentico ottone. Al ridicolo non c'è fine.


Ese poema NO es de Pablo Neruda.
Gracias por preguntar.
Fundación Pablo Neruda



postato da: mics alle ore 23:38 | link | commenti (1)
categorie:
22/01/2008

PANCHINE

Riprendo dal sito di Beppe Sebaste un articolo sulle panchine pubbliche.

Sulle panchine

Meglio confessarlo subito: io sono uno di quelli che si siedono sulle panchine pubbliche. Non solo nei belvedere o sui poggi panoramici, di fronte a un lago o sul lungomare, ma nei parchi, nei giardinetti, nelle piazze e nei viali, ovunque. Potreste anche avermi visto, magari di sottecchi. O più probabilmente avete evitato di guardarmi. Perché da qualche tempo chi si siede su una panchina, nelle nostre città, più che anonimo diventa invisibile. Lo scrittore Luciano Bianciardi raccontò che, nella Milano dei primi anni ’60, quella del boom economico, fu arrestato per strada perché camminava troppo lentamente, strascicando i piedi. Oggi stare in panchina è un’anomalia sociale più grave, se chi si siede si sottrae non solo alle regole non scritte dell’efficienza, ma allo sguardo degli altri. Se non si è anziani, donne incinte o con carrozzina, se si è maschi o femmine adulti, chi sta in panchina è poco raccomandabile. Nel migliore dei casi si è disoccupati, sfaccendati, vite di riserva. Eppure è l'ultimo simbolo di qualcosa che non si compra, di un modo gratuito di trascorrere il tempo e di mostrarsi in pubblico, di abitare la città. La panchina è il margine del mondo, vacanza di chi non va in vacanza, ma anche il posto ideale per osservare quello che accade: ovunque sia, è il centro dell’universo. Da lì si contempla lo spettacolo del mondo, ci si dà il tempo di perdere il tempo, come leggere un romanzo. Si guarda senza essere visti. Ecco alcuni dei non piccoli piaceri del sedersi su una panchina. Le mie preferite sono quelle verdi a onda di una volta, di legno, in via di estinzione. Ma tutte le panchine sono oggi in via di estinzione. Come se la loro gratuità (la loro grazia), nel nuovo orizzonte del welfare fosse assolutamente da bandire.

Che sulle panchine soggiornino i poveri e gli extra-comunitari (qualunque senso abbia ormai questa parola: anche gli anziani sono esclusi dalla comunità dei consumatori), i barboni e i drogati, lo dicono le recenti sparizioni e divieti in alcune città del nordest, ultima delle quali Padova (sindaco Ds): panchine eliminate per scoraggiare la sosta degli indesiderabili. A inaugurare questa rappresaglia sociale fu a Treviso il sindaco leghista Gentilini, che fece ripulire una piazza da ogni tipo di sedile in funzione anti-immigrati. Seguì Trieste, dove si registrò una protesta significativa: “La città in piazza con i clochard”, titolava un articolo di Paolo Rumiz all’inizio di dicembre 2006. La rimozione delle panchine per impedire ai barboni di sedercisi a Natale fu effettuata da vigili urbani armati di sega, e il passaparola di cittadini indignati, anziani compresi, divenne resistenza civile. “Come può venire in mente di segare delle panchine?”, sbottò lo scrittore triestino Claudio Magris. L'attore veneto Marco Paolini esortò i triestini a mettersi sulla schiena un bel numero "13", come i giocatori di calcio d’una volta quando dovevano restare fuori-campo come riserve, e aggiunse: "intorno a noi è pieno di gente pronta a toglierci di sotto il culo la tua panchina gratuita e a offrirci mille alternative a pagamento. E Rumiz: “Mi ci sedevo da bambino su quelle panchine di legno rosso, per veder arrivare i vapori. Mi ci sono seduto sempre, fino a ieri. Sedendomi lì, accanto alla fontana, celebravo la comunità e i valori in cui essa si riconosce. Ribadivo che lo spazio pubblico ha un valore irrinunciabile, specie oggi che tutto diventa privato, anche l’aria”. A Parigi, prima di diventare presidente, Sarkozy propose di abolire le panchine poste sotto i condomini, e in quasi tutte le nostre città i cittadini, per esistere socialmente, devono trasformarsi in clienti e consumatori – e tanto peggio se si mangia senza fame e si beve senza sete. E’ per avere detto che la desocializzazione a Parma è iniziata simbolicamente con l’occupazione dei gradini del monumento a Garibaldi, nell’omonima piazza, con vasi da fori per impedire alla gente di sedersi, che il sottoscritto ha ricevuto insulti e annunci di querela.
Le panchine stanno scomparendo, e da tempo compongo il catalogo delle panchine che ho amato. Quelle del Parco Ducale di Parma, dove guardando gli alberi e la gente scrissi le mie prime poesie dedicate a Cézanne, quelle di Milano in un ricco quartiere dietro via Solferino, dove imparai il valore dell’ozio, in opposizione al neg-ozio, guardando il pranzo di immigrati nordafricani a base di pane e sardine. Quel rito povero mi suggerì un sovrappiù di riposo, e il valore d’uso di un luogo imbalsamato dalle algide e lussuose residenze. Le panchine delle piccole piazze di Parigi, o sui boulevard, anche appena fuori dai ristoranti, e quelle sulla sommità della Scala del Tamburino a Roma, Gianicolo, oggi scomparse; quelle del cimitero dei poeti al Testaccio, dove sull’erba, di fianco alla tomba di John Keats, si contempla la Piramide e il traffico irreale di auto. Ma anche quella di via della Magliana, semiperiferia romana non priva di dolcezza, dove si siedono gli anziani in compagni degli immigrati. Di recente a Ginevra mio figlio adolescente, che lì va a scuola, mi ha mostrato un suo luogo segreto. Era nella via più trafficata del centro, quella dello shopping e dei negozi di lusso. Due panchine di legno marrone, vuote, in prossimità della fermata del tram. Ci siamo seduti lì ad aspettarlo, tra le decine di corpi frettolosi e le luci multicolori dei negozi, e quando il tram è arrivato siamo rimasti beatamente avvolti nella nostra quiete, indifferenti ai traffici degli altri. Le persone salirono e scomparvero, come le onde del mare risospinte dalla risacca, senza che noi ci alzassimo dalla nostra panchina. Era questo il luogo segreto di mio figlio, l’occhio del ciclone della sua nuova città, luogo di un vagabondaggio immobile e walseriano. Gli ho sorriso felice.
La letteratura abbonda di panchine, simbolo di una vita di frontiera, spesso senza appartenenza, rivendicata da scrittori e artisti: oziosi, cioè straordinariamente assorbiti dal loro lavoro invisibile. Come appunto i personaggi folli e guariti che popolano i racconti dello svizzero Robert Walser (l’autore di La passeggiata), dove la panchina denota un’esistenza volutamente ai margini della vita civile, nascosta e invisibile. Così, uno scrittore tra i più walseriani d’Italia, Giorgio Messori, trovatosi in un giardino sotto il cielo dell’Asia centrale, si ricorda a un certo punto del motto “laze biosas, vivi nascosto, appartato, senza metterti in mostra, come consigliavano i greci”, e rievoca, insieme alla propria camera d’infanzia, “una panchina in un piazzale ingombro di macchine, il giardinetto allo scalo ferroviario” (Il paese del pane e dei postini). La poesia dell’ozio contemplativo si accompagna nelle panchine a quella sentimentale, l’amore che sboccia e che si esprime su questo margine lievemente sopraelevato del mondo, come cantava Georges Brassens ne Les amoureux des banc publiques (“gli innamorati delle panchine”), i baci che raccolgono lo sguardo di disapprovazione dei passanti. Nasce su una panchina il Primo amore del romanzo d’esordio di Samuel Beckett, si chiude su una panchina l’amore che Dostoievskij racconta ne Le notti bianche. E’ su una panchina che si incontrano Bouvard e Pécuchet di Flaubert, ed è su una panchina che si svolge uno dei racconti più esilaranti di Thomas Bernhard (E’ una commedia? E’ una tragedia?). Se Henry James scrisse The Bench of Desolation (La panchina della desolazione, portato sullo schermo da Claude Chabrol), e in Italia la panchina di città entra nella letteratura col Marcovaldo (1956) di Italo Calvino, il capolavoro della poetica umana delle panchine lo scrisse Georges Simenon in Maigret e l’uomo della panchina, noto ai lettori come la storia dell’uomo con le scarpe gialle: “un uomo come se ne vedono tanti sulle panchine del quartiere”. Con l’empatia che è il suo unico metodo d’indagine, Maigret percorre l’epopea di un provinciale impressionato dall’agitazione della grande città, dalla folla in perpetuo movimento, ma anche commosso dalle vite umili e ordinarie che lottano ogni giorno per restare a galla.
Anche nel cinema le panchine resistono al disprezzo sociale in storie che costituiscono una resistenza culturale all’omologazione, sociale e psicologica: da La venticinquesima ora di Spike Lee, dove Edward Norton medita su una panchina il suo ultimo giorno di libertà prima del carcere, a quella di Forrest Gump, eroe e quasi santo in rotta coi valori dominanti, che racconta la sua storia seduto su una panchina mentre aspetta l'autobus. Innumerevoli le panchine che scandiscono le surreali avventure dei grandi Stan Laurel e Oliver Hardy, emarginati e vagabondi: per Stanlio e Ollio la panchina è il luogo di una deriva tragicomica, e i loro continui, esilaranti fallimenti, degni di Bouvard e Pécuchet, dicono la poesia di un nomadismo che resiste, anarchico e irriducibile, all’imperativo dell’ordine, dell’efficacia e del successo. C’è la gioiosa panchina nel parco in cui si incrociano i destini dei futuri sposi (e dei loro cani) ne La carica dei 101, e c’è la disperazione urbana descritta di recente in The bench (“La panchina”) dal regista danese Per Fly. Se qualcuno ha suggerito che anche il luogo della serie Tv Friends – un bar di Manhattan che si alterna a un appartamento – è quasi una metafora delle panchine pubbliche, è invece proprio una panchina il sito di celluloide divenuto icona del paesaggio newyorchese, tra sogno e realtà. Parlo ovviamente della panchina di Sutton Place che Woody Allen ha immortalato in Manhattan, dove lo si vede in smoking seduto di schiena ad aspettare l’alba con Diane Keaton sotto Queensborough Bridge, ammirando come il viandante del romantico Friederich non le Alpi ghiacciate, ma lo skyline di New York.
Anche l’arte contemporanea si fa portatrice dell’intensità di questo luogo così umano, e d’altronde è proprio l’arte a portare da sempre l’attenzione sulle soglie, sulla frontiera tra l’interno e l’esterno dell’abitare, che la panchina incarna così bene. Dalle magnifiche panchine luminose di Alberto Garutti, alla panchina monumentale che Massimo Bertolini ha installato sulla piazza della fiera di Basilea, sormontata dall’immensa A di anarchia, fino alla panchina coi sussurri e le frasi degli innamorati che Christian Boltanski ha posto in un parco del XIII° arrondissement a Parigi.
Cosa c’è di più umano e universale di sedersi? Non ci sono solo le panchine dei poveri, come pure molte associazioni, in Francia e in Svizzera, esortano a costruire sul modello americano dei pocket garden, giardini tascabili provvisti di panchine, anche tra i grattacieli, per attenuare l’isolamento di quanti, anziani o invalidi, non possono altrimenti allontanarsi da casa (si veda il sito francese "http://www.lesbancspubliques.fr"). Forse non tutti sanno ad esempio che la Juventus, la grande squadra di calcio, fu fondata su una panchina di legno di Corso Re Umberto a Torino oltre un secolo fa, e che nemmeno lo Zarathustra di Nietsche sarebbe esistito senza una panchina. Di fronte al lago di Sils-Maria, in Engadina, il filosofo stava “seduto ad attendere / attendere ma senza attendersi nulla / al di là del bene e del male”. E a riprova che le panchine sono fatte anche per ricchi, proprio a Sils-Maria gli epigoni di Zarathustra possono prenotarsi una panchina e fare incidere sul legno le parole più gradite, al prezzo di 2500 franchi svizzeri. Un’iniziativa nata dall’ufficio del turismo che sta devastando il paesaggio con una proliferazione, questa sì in controtendenza rispetto alle città, di panchine.
L’universalità del sedersi su una panchina può attingere anche all’infinito dell’omonimo sublime sonetto del nostro Giacomo Leopardi, cui si perviene grazie a una siepe, “sedendo e mirando, interminati / spazi di là da quella, e sovrumani / silenzi, e profondissima quiete”. Chi oggi vada a Recanati davanti a quella siepe, divenuta muretto, di fronte alle punte innevate dei Monti Sibillini, troverà una panchina nel giardino di un convento. E’ una sorta di malinconico, nostalgico infinito anche la saudade evocata da Antonio Tabucchi nel suo “I volatili del Beato Angelico”: “Il comune di Lisbona ha da sempre messo delle panchine pubbliche in alcune zone della città: i moli del porto, i belvedere, i giardini da cui si domina il mare. Sono molti coloro che vanno a sedersi lì. Tacciono, con lo sguardo perso in lontananza. Cosa fanno? Praticano la “Saudade”. Cercate di imitarli. Certo, è un cammino arduo, le sensazioni non sono immediate, talvolta l’attesa dura persino degli anni. Ma, lo sappiamo, la morte è fatta anche di questo”.

Beppe Sebaste

(la Repubblica, 12 agosto 2007)

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categorie: poetiche, chiusure cognitive, fatti di mics
17/01/2008

MI HA DETTO L'IRIDOLOGA...

... che farò un sacco di sogni



foto di massimo listri - in mostra dal 23/1 a palazzo reale a milano - biblioteche austere e magiche
postato da: mics alle ore 01:41 | link | commenti (1)
categorie: fotografie, poetiche, chiusure cognitive, fatti di mics
15/01/2008

SE IL TEMPO E' IL DISEGNO DI UN BAMBINO

Avete in mente i disegni dei bambini, quelli con la testona rotonda, le gambe lunghe lunghe, le braccia a riga con in cima le dita a rastrello?
Succede anche agli adulti, in certi test: si tratta del disegno del percepito, delle proporzioni non come sono - ammesso che "sono" o "come sono" siano concetti di un qualche valore - ma come si sentono.

D'accordo, essere multitasking. Dicevano che Giulio Cesare sapesse dettare sette lettere contemporaneamente e che scrivesse una domanda con una mano e la risposta con l'altra.

D'accordo multitasking. Ma mettiamo che il tempo sia ancora lineare, senza sovrapposizioni. Lineare come crediamo che sia e non è mai stato, dicono.

E mettiamo di misurarlo. Come ha fatto per esempio AmazzoneGwen, una delle adolescenti come quelle del video nel post precedente. La quale elenca:

In una settimana (168h) passo 32h a scuola, 12h sull'autobus, 4h camminando (escluse le escursioni), 5h mangiando, 1h al telefono, 35h al pc, 60h dormendo, 18h studiando.
Quello che resta lo metto nella Banca del Tempo (Momò e gli uomini grigi?)... oppure guardo la tv o leggo :)

E adesso ci provo, ma prima di misurare per bene faccio come i disegni dei bambini: ecco la mia settimana percepita:

In una settimana (168h) passo 40h azzurre a scuola, 60h marroni a lavorare per scuola, 30h violette a leggere e studiare un po' per scuola un po' per conto mio, 22h brune a dormire, 10 h  color calendola a letto per altre cose, 16h verdi a mangiare, 1h color angora metallizzato in macchina, 15h bianche al computer, 168h bianconere a leggere, 3h cobalto a scrivere, 0,5h grigie al telefono, 7h nere in bicicletta, 8h color albicocca a camminare, 65h color oro matto a passare il tempo con i miei familiari, 1h in scala di grigi alla tv. E altre 168h color fuoco da combustione di metano a pensare, 48h rosse a parlare con gli altri, 48h gialle a starmene per conto mio.

Quella vera? E' un'altra, altrove.






(in questo post mi ha fatto riflettere sul suo uso e sul suo senso la parola come)

[có-me]

Lat. quo¯modo 'in qual modo'

ant. como, avv.
1 in quale modo, in quale maniera (in prop. interrogative dirette e indirette): come stai?; come è andato il viaggio?; dimmi come stai; mi chiedo come mai si farà ' come mai?, perché mai, per quale ragione: come mai non è più partito? | com'è che...?, come va che...?, qual è il motivo per cui... | ma come?!, per esprimere sdegno o meraviglia | come dici?, come hai detto?, per chiedere che si ripeta qualcosa | come sarebbe a dire?, per chiedere una spiegazione | com'è, come non è, (fam.) per introdurre un fatto che si è verificato all'improvviso | come no?!, certamente | come si permette?!, si guardi bene dal permettersi
2 quanto (in prop. esclamative): come piove!; come sei buono!; come mi dispiace! | e come!, lo stesso che eccome
3 il modo nel quale, in quale modo (introduce una prop. dichiarativa): gli raccontò come l'amico sarebbe partito; non ti accorgi come sei stupido | preceduto da ecco, con lo stesso significato e funzione: ecco come andarono le cose; ecco come ci si può rovinare
4 nel modo in cui, quanto (introduce una prop. comparativa): è bello come credevo; arriverà più tardi di come aveva annunciato; 6 sta a 3 come 10 sta a 5 | in frasi comparative ellittiche del verbo stabilisce una relazione di somiglianza o di identità: bianco come il latte; la figlia è alta come la madre; pochi sono pigri come te; di giorno come di notte | in espressioni rafforzative o enfatiche: io come io, non accetterei, per quanto mi riguarda, per conto mio; ora come ora, oggi come oggi, al momento attuale | con il sign. di nella condizione, in qualità di, introduce un'apposizione o un compl. predicativo: tu, come arbitro, devi essere imparziale; fu scelto come testimone; tutti la richiedevano come moglie
5 nel modo in cui, in quella maniera che (introduce una prop. modale): ho fatto come tu hai voluto; tutto è accaduto come speravamo | preceduto da così: lascia le cose così come sono | in correlazione con così o con tanto (in luogo di quanto): non è così tardi come pensavo; tanto gli uni come gli altri ' come (se), nello stesso modo che, quasi che: rispettalo come (se) fosse tuo padre | come non detto, per ritirare una precedente affermazione
cong.
1 appena, non appena; quando (introduce una prop. temporale): come lo seppe, telefonò | a mano a mano che: le notizie venivano comunicate come arrivavano
2 (lett.) giacché, siccome (introduce una prop. causale): E come un effetto bisognava ottenere sugli spettatori,... cercavano l'effetto ne' mezzi più grossolani e caricati (DE SANCTIS)
s. m. invar. il modo, la maniera; la causa, il mezzo, spec. nelle loc. il come e il perché, il come e il quando e sim.: spiegare il come e il quando; stabilire il come e il quanto; ora mi dirai il che e il come.

e alla fine com'è come?
forse assomiglia a questo


"Quasi tutti gli uomini vivono, fisicamente, intellettualmente o moralmente, entro il cerchio d'una parte assai ristretta del loro essere potenziale. Fanno uso d'una piccolissima parte della loro coscienza possibile e in generale delle loro risorse spirituali, più o meno come un uomo che contraesse l'abitudine di usare e muovere, del suo intero organismo, solo il dito mignolo.
Situazioni d'emergenza e crisi ci dimostrano che possediamo risorse vitali assai superiori a quanto supponessimo."
(William James, lettera a Lutoslawski, 6 maggio 1906)
trovato qui
postato da: mics alle ore 22:35 | link | commenti (1)
categorie: poetiche, chiusure cognitive, fatti di mics
14/01/2008

Versatile. Anzi molteplice. Anzi simultaneo. Anzi.

Per favore, spegnete la radio e mettete giù il telefono prima di leggere questo post.

E' 10 anni che studiano il multitasking in Usa. Da noi, nella provincia dell'impero, arriva prima sui giornali di moda femminile e sui settimanali, fra un mesetto Fioroni potrebbe farci un decreto per imporlo come materia d'esame.






multitasking
S [pr. / multi'taskiNg /]

Voce ingl.; comp. di multi- 'multi-' e il v. to task 'assegnare un compito'

agg. invar. (inform.) si dice di sistema operativo in grado di eseguire contemporaneamente più programmi alternando il tempo dedicato all'esecuzione di ciascuno di essi.




da la Repubblica
Cercano di nuotare con tutto il corpo nella vita che scorre. Una mano sull'e-mail, l'altra sul cellulare, lo sguardo su Mtv e la colonna sonora dentro con l'iPod. Il cervello prima non c'era abituato a tutte le cose insieme, adesso come fa. A che costo, visto che lo fa. Ieri sul Washington Post si parlava di multitasking, di quell'abilità che specie gli adolescenti hanno di svolgere contemporaneamente più attività, di stare in una flagranza di mezzi e linguaggi con disinvoltura e quasi felicità. Hanno un cervello diverso dal nostro, ce lo avranno? Attenzione frammentata, difficoltà della memoria in un'era di flusso continuo di informazioni e stimoli: questo già lo sappiamo. Ma qualcosa di più fondamentale, genetico addirittura, che trasformerà i processi stessi dell'apprendere e ragionare è ipotizzabile?

Il quotidiano ha posto la domanda a esperti e ricercatori. Risposte certe no, non ce ne sono, ma indizi sì e molti dubbi: che nel medio-lungo termine questo sminuzzare e moltiplicare l'attenzione potrebbe avere conseguenze sull'abilità di focalizzare e sviluppare capacità critiche. In una ricerca dell'Ucla si è dimostrato che il procedimento sequenziale dell'apprendimento aiuta i teen-ager a raccogliere e memorizzare maggiori dettagli sulle cose rispetto a chi ci "multitaska" attraverso. L'ippocampo, la parte del cervello che immagazzina e raccoglie dati, è attivo quando la conoscenza procede passo dopo passo, entra in sciopero quando è in multitasking...

da Educazione e scuola

Al giorno d’ oggi con l’ accrescersi della societa’ della informazione il cervello si abitua a  svolgere piu’ compiti simultaneamente (multitasking work) senza provocare interferenze. Come il nel computer si ha la possibilità di aprire varie finestre ed elaborare in parallelo le informazioni anche il nostro cervello  e capace di elaborare piu’ compiti contemporaneamente. . La formazione cerebrale  diviene in tal modo piu’ flessibile e capace di suddividere la attenzione in molteplici attivita’ di elaborazione delle memorie e breve termine. L’ utilizzare le molteplici capacita’ di integrazione cerebrale della informazion, come si fa con lo “zapping in TV”, va’ pero’ a discapito della concentrazione attenzionale e percettiva. Pertanto , come si puo osservare dagli studi di Risonanza Magnetica Funzionale del Cervello ( RMf-Brain -Imagin), la elaborazione della parallela della informazione va ad attivare ben poco le zone centrali del cervello  responsabili del confronto con i  processi mnemonici a lungo termine ( Talamo ed Ipotalamo). Pertanto il passaggio da una formazione di tipo logico-seriale, ad una piu’ propria dell’ e.learning  mediata dalla utilizzazione del computer, comporta una maggior capacita’ di elaborazione immediata e flessibile delle informazione, ma sostanzialmente  deprime i processi di formazione delle memoria a lungo termine.

In conclusione l’ abitudine a saltare da un processo di integrazione cerebrale della informazione  ad un altro con una elevata frequenza, certamente cambia la forma di intelligenza poiche’ cambiano le modalità di articolare il pensiero, aumentando contemporaneamente lo stress e diminuendo il controllo della percezione cosciente, determinato in precedenza dal confronto costante con ma memoria  a lungo termine.Infine e stato notato che i modelli modulari e flessibili della attenzione sono piu’ appropriati al cervello femminile che e’ mediamente piu’ capace di passare da un compito all’ altro favorendo lo sviluppo delle proprie capacita’ intuitive.



http://www.umich.edu/~bcalab/multitasking.html

ANN ARBOR, Mich., Aug 05, 2001 (United Press International via COMTEX) -- A new study finds that while doing multiple tasks at once may appear to be more efficient it actually is more time consuming and in some cases poses health risks.

Researchers at the Federal Aviation Administration and the University of Michigan, Ann Arbor, reached that conclusion by studying four groups of young adults who participated in four experiments.

They were all asked to carry out a series of tasks and switch between different tasks, some complicated, such as solving a math problem, and others easier and more familiar, such as identifying a geometric shape. A participant's performance speed was measured as the tasks were carried out.

The researchers found human capacity for multitasking has its limits. The study showed participants lost time in performance speed when switching tasks and they lost more time as the task became more complex. Familiar tasks took less time, allowing participants to get caught up to speed, so to speak.

The study is found in the August issue of Journal of Experimental Psychology: Human Perception and Performance, a publication of the American Psychological Association.

"One thing to understand is that people don't probably appreciate as much as they should when it's OK to multitask and when it's not," researcher David Meyer at the University of Michigan told United Press International.

"They get tired when they're trying to multitask" and in some cases, a person could ultimately create more work for himself, he said.

When people go back and forth between activities, such as browsing the Internet to talking on a cell phone, for example, they are using areas of the brain called prefontal cortex and parietal cortex, Meyer explained. The mental processes involved in switching tasks, however, can take fractions of a second, which add up during multitasking.

These fractions of a second can become a health risk, he said, when a driver is talking on a cell phone and loses control of the vehicle.

"It's a very serious health risk and there are health risks like this pervading the environment," he said.

Other health risks of multitasking, Meyer added, include mental burnout, anxiety and depression...


 Questo video parla degli adolescenti e studenti multitasking - da youtube, molto apprezzato recentemente negli istituti dove si studia educazione.


postato da: mics alle ore 22:17 | link | commenti (10)
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13/01/2008

PLATONICO

Possesso palla platonico del Milan.

Mentre tutti dormono già correggo qualche compito, preparo le lezioni di domani, do un'occhiata ogni tanto alla cronaca della partita.

Il Milan vince 5 a 2. La partita non ha niente da raccontare.

Commento:
Possesso palla platonico del Milan.

A quando:
Ronaldo rovescia in rete una rombocannonata nietzschiana ?
postato da: mics alle ore 22:34 | link | commenti (2)
categorie: internet, scrittura, giornali, poetiche, chiusure cognitive, fatti di mics
12/01/2008

SFOGLIANDO SI IMPARA - rassegna(ta) stampa

Quando sul "Corriere della sera" (di carta) arrivo a pg. 42, dopo pranzo, col caffè che fuma e annebbia il cucchiaino, la gara di slalom femminile sullo sfondo, non mi manca il desiderio di leggere un articolo lunghetto che si intitola Una terra in gioco, che ha anche una bella grafica - il titolo è bello, per esempio, giocato sui neri e grigi, sotto l'etichetta azzurra "Eventi" e il sommario di pagina "Festival delle scienze da lunedì a Roma" in maiuscoletto - e capisco anche che l'autore, Sidney Altman, un nome che ho orecchiato chissà dove, non so (in realtà è lo scopritore delle funzioni dell'RNA, dici niente), si è fatto promotore di qualcosa di davvero interessante, anche se un po' inflazionato, cioè la proposta alla politica di farsi aiutare dagli scienziati.
Però non l'ho letto.
"Gli scienziati che in diversi
campi lavorano su argo-
menti teorici hanno come
unico strumento la scrittu-
ra. E' tutto molto semplice, almeno in
apparenza. Quegli scienziati che fanno
invece esperimenti lavorano in labora-
torio. Il laboratorio potrebbe essere
l'intero mondo (...)"
E' un inizio illeggibile.
E' sicuramente la traduzione.
Questa sintassi non significa niente, è solo nemica.
Non è di facile soluzione, credo che l'originale sia organizzato in questa successione sintattica.
Però la traduttrice avrebbe potutto almeno cambiare l'ordine.
"Hanno come unico stru-
mento la scrittura gli
scienziati che (...)"
Oppure si poteva mettere un "Quegli scienziati" al posto di "Gli scienziati".

Anche il corsivo di spalla è una rivendicazione di autorevolezza per l'indicazione di una buona strada alla politica, questa volta da parte della categoria dei filosofi, se ne fa interprete Emanuele Severino. E' abbastanza convincente, ma anche lui spende valuta inflazionata.

Alla fine, ho letto solo Severino, forse nel corso della giornata riprenderò anche Altman, se il giornale non finisce prima nella pila della carta da smaltire nel bidone della differenziata.



La legge sul diritto d'autore stabilisce che si possono pubblicare su internet immagini o musiche o parti di opere se sono a scopo didattico, scientifico, di commento e comunque senza scopo di lucro. La condizione è che abbiano qualità o risoluzione "degradata", che significa in sostanza quasi tutto quello che c'è in internet, ed è del tutto leggibile o ascoltabile.
A me sembra una legge condivisibile.
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Dopo essersi incredibilmente intromesso nelle faccende civili, morali e politiche di Roma - e dell'Italia intera - con la scusa che il vescovo di Roma si occupa anche di queste cose, adesso Ratzinger vuole andare a visitare l'Università La Sapienza, ma gli scienziati non ne vogliono sapere. Su Galileo Galilei il papa precedente ha chiesto scusa ma il fondatore del metodo scientifico non è mai stato riabilitato né le sue teorie riconosciute ancora dalla chiesa. E Ratzinger disse anche, come riportano i protestatari:
- Il 15 marzo 1990, ancora cardinale, in un discorso a Parma, Joseph Ratzinger ha rilanciato un'intollerabile affermazione di Feyerabend: "Il processo della Chiesa contro Galileo fu ragionevole e giusto" -
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Non so il resto, ma Carla Bruni è una cantante fra le più scarse che abbia mai sentito.
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Su IoDonna, l'inserto del sabato del Corriere, c'è un'intervista di Anna Maria Speroni (che quanto a interviste ci sa davvero fare) a Fabri Fibra: mi sembra di capire che è stata dura e la giornalista, con molta discrezione, con fermezza e senso del limite e dell'oggettività, fa capire che cosa pensa 1) dal tono della domande; 2) dalla scelta di riportare tale e quali come nella realtà (quasi) tutte le risposte; 3) da un commento ndr che sembra solo informazione ma non lo è.

Sul "Trentino - Corriere delle Alpi" Umberto Gandini - un maestro del giornalismo, bravissimo traduttore dal tedesco (di Kafka per Feltrinelli, per esempio), storico redattore della cultura e memorabile cronista della Bolzano e dell'Alto Adige degli anni del terrorismo sudtirolese - firma la critica teatrale su Elettra di Sofocle coprodotta dagli Stabili del Veneto e di Catania.
Ottava riga: "Il regista Luca De Fusco ha fatto alcune scelte che rimangono ampiamente immotivate e che condizionano pesantemente, in negativo, la rappresentazione"; e più avanti: "... quando l'invisibile Oreste tira Egisto per i piedi perché gli piombi fra le mani assassine e la vicenda vira visivamente sul fumettistico, in platea risuona qualche risata". Negli ultimi moduli del pezzo però dice anche cosa c'è di buono nella recitazione e nello sforzo degli attori.
Viva le stroncature e i recensori teatrali che non sono dei tecnici del mondo teatrale ma sanno di teatro.
(E abbasso certe produzioni degli Stabili che costringono le stagioni teatrali di provincia a cartelloni per una buona metà ai limiti dell'inguardabile, con tutto il bel teatro che ci sarebbe da scegliere).
postato da: mics alle ore 12:58 | link | commenti
categorie: scuola, internet, giornali, poetiche
08/01/2008

STORIE DI VETRO

Alla radio in macchina - mentre andavo a ritirare un pacco in zona industriale da un fastidioso corriere in uno squallido capannone in uno sporco piazzale  in quell'ora che non è niente fra le 18 e le 19 -
Eugenio Finardi parlava in modo elegante di uno dei tre racconti della Trilogia di New York di Paul Auster, Città di vetro.
Non so perché diffido di Paul Auster, forse perché ho abbandonato qualcosa di suo, l'avevo trovato noioso. Ma non credo sarà per sempre così. La trilogia dev'essere su qualche scaffale della libreria.
Mi è piaciuto Finardi e anche ascoltare qualche brano alla radio. Ma non mi ha fatto venire voglia di leggerlo.
Forse troppa metafisica.
Diffido anche di Finardi, in generale, ma mi è simpatico, poi oggi l'ho trovato anche abbastanza profondo, che per uno che fa canzonette...

Poi c'è un'altra cosa che non so. Perché detesto così tanto i corrieri.
Sulla zona industriale di Spini e sul settore E ho qualche decisiva certezza in più.
Quando avevo quindici anni La musica ribelle ed Extraterrestre hanno fatto una certa differenza, non metafisica.

postato da: mics alle ore 00:07 | link | commenti
categorie: parole, libri, scrittura
07/01/2008

DENTISTA

Oggi c'è un numero sconosciuto fra le chiamate.
Guardo sulle pagine bianche.
E' il dentista.
Mentre richiamo si fa strada una speranza che però non ascolto.
E invece non era una segretaria. Un angelo.

Invidiatemi: il dentista ha prolungato le ferie (battute di caccia grossa, di cui racconta durante gli interventi) e l'appuntamento di oggi è stato rimandato.

Non succedono spesso nella vita certe cose.

postato da: mics alle ore 23:25 | link | commenti (1)
categorie: chiusure cognitive, fatti di mics
06/01/2008

ONDE

Qualcosa dall'oriente.


postato da: mics alle ore 10:00 | link | commenti (1)
categorie: poetiche, chiusure cognitive, fatti di mics

sometime it snows in april

aprile è il più crudele dei mesi

oggi neve e ragazzi con tutto quel coraggio e quell'irresponsabilità che ci vuole anche nelle mattinate tristi quando la neve che scende sembra fatta di fiabe e invece è solo gelo

la neve e gli alberi

ci vuole coraggio e molta dignità

ah che disastro la dignità

poi nel pomeriggio delle consolazioni

vicino a casa c'è una bella galleria, in via Milano

chi abita a Trento o nei dintorni ci vada

Galleria Boccanera


ci sono un'installazione-diario e dei quadri di Michele Lombardelli
(qui accanto: Woodboy)




... sometime i feel so bad
sometime I wish life is neverending...
postato da: mics alle ore 00:03 | link | commenti (1)
categorie: vita di provincia, chiusure cognitive, fatti di mics
04/01/2008

CONFORME L'INSONNIA

Ero nel letto ed è venuta a trovarmi l'insonnia.
Allora ho preso su il  canzoniere di Saba.

"Ma tu muti conforme la tua legge,
e il mio rimpianto è vano"
(Il treno)

Ero ormai sulla soglia del dormiveglia e stamattina mi sono risvegliato con quella parola che risuona: conforme.

E è tornata fuori l'espressione del dialetto, non la pensavo da tanto tempo. Conforme.

- Vègnet a zugar?
- Conforme!

Conforme: dipende se ho fatto i compiti, se ho finito merenda, se mia mamma mi lascia, se ne ho voglia. Mondo fluido. Mondo conforme. Perché, sempre, dipende. Mondo forse. Mondo senza rimpianti.

Conforme: in maniera adatta a come si metteranno le cose e non possiamo con certezza sapere come sarà.

Qualcosa a che vedere con il conformismo dell'italiano? Figurarsi! Il dialetto e l'infanzia non c'entrano niente con i conformismi e le conformità.



[con-fór-me]
Etimologia
Dal lat. tardo confo°rme(m), comp. di cu°m 'con' e fo¯rma 'forma'; propr. 'che ha forma uguale'
Definizione agg.
1 che presenta forma o aspetto uguale; identico, simile: un dipinto poco conforme all'originale | copia conforme, nel linguaggio burocratico, copia identica all'originale
2 che si adatta, che si accorda: conforme alle regole
avv. in modo conforme: agire conforme ai propri principi
cong. (antiq.) secondo che, come: faccian le cose conforme dicon le gride (MANZONI P. S. XIV)
§ conformemente avv.

Dal TLIO:

1 Locuz. prep. Conforme a: in modo corrispondente.

[1] Dante, Commedia, a. 1321, Par. 2.148: Da essa vien ciò che da luce a luce / par differente, non da denso e raro; / essa è formal principio che produce, / conforme a sua bontà, lo turbo e 'l chiaro».

Dal Vocabolario vernacolo-italiano dell'Azzolini (inizio '800)
CONFORME: Da noi usato in forza d'avverbio qual sinonimo di SECONDO.



Mi manca una parola: galleggiare. Come si dice nel mio dialetto alpino "galleggiare"? Non lo so più.

postato da: mics alle ore 16:29 | link | commenti (5)
categorie: parole, letteratura, poetiche, fatti di mics