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01/07/2008

CHE COSA DIVENTA LA LETTERATURA


Finita la scuola, quella in classe con gli studenti, me ne distacco: ce n'è bisogno.
Ogni anno la fine del ciclo è importante. Si ricomincia a inizio settembre.
Ho visto ieri i ragazzi dell'ultimo anno che si affaccendavano davanti all'aula degli esami. Scherzo, con loro, e dico: ecco, fate sempre così, tutti gli anni, ve en andate sempre, e noi invece restiamo qua...


Mi piace una frase che leggo nel libro di un grande educatore, Guido Armellini (La letteratura in classe, Unicopli, 2008).

"Che cosa diventa un'opera letteraria quando entra in un'aula scolastica? Nessuno, nemmeno l'insegnante più preparato, può saperlo prima che avvenga l'incontro. Ma proprio questo carattere imprevedibile può rendere appassionante l'insegnamento letterario: non semplice trasmissione di una sapere dato, ma elaborazione cooperativa di un sapere nuovo"




Liliana Gelman, The library
19/06/2008

NEOLOGISMI

Drizzone?
postato da: mics alle ore 20:07 | link | commenti
categorie: parole, poetiche, chiusure cognitive
27/05/2008

Notizie dal mio poggiolo




uncini di passiflora











né dalie né rose











... e poi le altre foto della volpe - rob
postato da: mics alle ore 18:40 | link | commenti
categorie: poetiche, paroleimmagini, chiusure cognitive, fatti di mics
18/05/2008

Occhiali


Le regole (ovvero Questioni di stile) è una rubrichina di  Internazionale

Questa settimana (n.743 - 9/15 maggio 208)  "Occhiali da vista"

1) La parte superiore della montatura deve essere allineata alle sopracciglia
2) Se hai pochi soldi da spendere, evita i negozi di ottica in franchising. Meglio i mercatini vintage o le vendite di beneficenza
3) A un appuntamento metti le lenti a contatto
4) Lascia eprdere i modelli alla John Lennon, le lenti fotosensibili e gli occhiali di 'design'
5) Sembrerai più intelligente solo se lo sei già

L'altra rubrica imperdibile è L'oroscopo di Rob Breszny
postato da: mics alle ore 22:37 | link | commenti (2)
categorie: giornali, poetiche, chiusure cognitive, fatti di mics
14/04/2008

NELKEN

Qualche tempo fa un giornale online ha fatto un breve sondaggio sulle migliori scene di danza del cinema - fra tutte quante avrei scelto Tony Manero in Saturday night fever - non tanto per la qualità della cosa (sebbene John Travolta obiettivamente come ballerino vada benone) quanto per ragioni sentimentali.
Infatti ho trascorso l'estate del 1978 (quattordicenne) a spellarmi le mani facendo lo sguattero nella cucina di un grande ristorante al lido di Pomposa. In paese c'era il cinema all'aperto che riproponeva lo stesso programma di 5 film ogni dieci giorni due giorni alla volta, seguendo il flusso dei turisti. Così il Tony Manero l'ho visto dodici volte. Si entrava gratis, mangiati vivi dalle zanzare.
(Nell'intervallo del lavoro giocavo ossessivamente contro il muro nel tennis del campeggio a cui era collegato il ristorante, e ho sviluppato una battuta e un dritto lungolinea che ho molto sfruttato una volta tornato a casa) (colonna sonora dell'estate Nata sotto il segno dei pesci di Venditti e - giuro - No di Gianni Bella)

Ma a parte canzonette da discoteca anni Settanta - chi è nato dopo non sa cosa s'è perduto.... - e i film con le colonne sonore dei Bee Gees, volevo dire qualcosa di più serio, anche se dopo queste righe è molto difficile.

Ma in questi giorni mi tocca sempre parlare d'altro, prima di arrivare al dunque, non so cos'è.

Per tornare alla danza, insomma.
Quella vera.
Uno degli spettacoli di danza, anzi di teatro-danza più entusiasmanti che ho visto è stato Nelken di Pina Bausch. Nelken significa "tulipani" e a un certo punto il palcoscenico ne è coperto.



Ecco. Non ho mai desiderato essere Tony Manero, né uno dei Bee Gees. Gianni Bella, poi - va bene scherzare, però... Jimmy Connors sì, lo ammetto.
Però vorrei essere capace o esserlo stato di esprimermi come Dominique Mercy in questo pezzo capolavoro della danza moderna.

postato da: mics alle ore 22:48 | link | commenti (4)
categorie: miti, poetiche, chiusure cognitive, fatti di mics
30/03/2008

GIOCO DELLE BOCCE

Ho fatto il politometro della Repubblica online.
Vabbè, da ragazzo idealista una volta ho votato Partito repubblicano italiano, quando esisteva (Pri), e da moderato anche socialdemocratico, quando esisteva (Psdi). Dopo il liceo non ho mai pescato più a destra del Pci, poi del Pds, poi dei Ds, poi dell'Ulivo, con ampie escursioni dall'altra parte, in area verde-rossa.
Ma il politometro della Repubblica online mi mette anche oltre Bertinotti. Non lo sapevo nemmeno io.


Poi ci provo anche con "tu dove sei" e mi fa piacere essere così lontano dall'Udc, ma non credevo di essere più vicino alla Destra che a quelli di Casini (oddio, fra gli uni e gli altri...).
Speravo di essere molto più lontano dal Partito del Bene comune, sinceramente.
Sembra lo schema di una partita a bocce.



Ho provato a fare il questionario votando per l'esatto contrario di quello che penso: è venuto fuori questo: un iperconservatore molto più a destra di una guardia vaticana (anche se distante, il partito più vicino sarebbe l'Udc...)

Comunque, loro mi danno tutte queste mappe. Mi dicono "tu sei qui".
Io so solo che ieri pomeriggio sono riuscito a girare mezz'ora a Reggio Emilia per arrivare al cinema Cristallo dove ero già stato due volte, a prendere la direzione Milano per andare a Modena, e invece dovevo prendere per Bologna (Giovanni ostiava sia perché perdevamo mezz'ora, sia perché alla radio la telecronaca della partita raccontava il gol di Totti); a Modena a fare il giro della città una volta e mezza per raggiungere il Foro Boario che dicono essere uno dei posti più semplici da raggiungere nel  mondo (esci dalla tangenziale al n.10 e poi vai dritto, è lì davanti).
Quindi, diciamocelo, se non lo so nemmeno io esattamente dove sono...
E poi nel 2008 è più difficile votare che nel 1982, anno delle mie prime votazioni.

postato da: mics alle ore 23:01 | link | commenti (1)
categorie: poetiche, chiusure cognitive, fatti di mics
25/03/2008

DA MOSCA A IRKUTSK - Nostalgia di avventura

Da Mosca a Irkutsk - Michele Strogoff I suoi occhi erano d'un azzurro cupo, con lo sguardo diritto, franco, inalterabile, e brillavano sotto un'arcata i cui muscoli sopraciliari un po' contratti, dimostravano grande coraggio, quel "coraggio senza collera degli eroi", secondo l'espressione dei fisiologi. Il naso pronunciato, dalle narici larghe, sovrastava una bocca simmetrica, dalle labbra un poco sporgenti, proprie di un essere generoso e buono. Michele Strogoff aveva il temperamento dell'uomo deciso, che prende rapidamente la sua risoluzione, che non si rode le unghie nell'incertezza. Là, in mezzo alle steppe selvagge delle province di Omsk e di Tobolsk, il valente cacciatore siberiano aveva educato suo figlio Michele «alla vita dura», secondo l'espressione popolare. La distanza che Michele Strogoff doveva percorrere da Mosca a Irkutsk era di cinquemiladuecento verste, cioè 5523 chilometri. Quando la linea telegrafica non era ancora tesa tra i monti Urali e la frontiera orientale della Siberia, il servizio dei dispacci veniva effettuato per mezzo di corrieri. I corrieri più rapidi impiegavano diciotto giorni per recarsi da Mosca a Irkutsk. Vicino a lui, la zingara Sangarre, donna sui trent'anni, di pelle scura, alta, ben piantata, occhi stupendi, capelli dorati, manteneva un contegno altero. Lo sguardo di Michele Strogoff penetrò come un pugnale nel cuore del siberiano, ma gli occhi del mastro di posta non si abbassarono. - Ti permetti di giudicarmi? - disse Michele Strogoff. - Sì - disse il siberiano - perché ci sono delle cose che neppure un semplice mercante riceve senza restituire! - I colpi di frusta? - I colpi di frusta, giovanotto! Ho l'età e la forza per dirtelo! Michele Strogoff si avvicinò al mastro di posta e gli posò due mani poderose sulle spalle. Poi, con voce stranamente calma: - Vattene, amico - gli disse - vattene! Ti farei del male! Michele Strogoff aveva ragione di temere qualche cattivo incontro in quelle pianure che si estendevano al di là della Baraba. I campi, calpestati dagli zoccoli dei cavalli, lasciavano scorgere che i Tartari vi erano passati, e di questi barbari si poteva dire ciò che fu detto dei Turchi: "Dove passa il Turco, non cresce più erba!". Michele Strogoff doveva dunque prendere le più minuziose precauzioni attraversando questa contrada. Colonne di fumo che si innalzavano all'orizzonte indicavano che i borghi e i casolari bruciavano ancora. Ma questi incendi erano stati forse appiccati dall'avanguardia, oppure dall'esercito dell'emiro già avanzato fino agli estremi confini della provincia? Feofar Khan si trovava di persona nel governatorato del Jeniseisk? Michele Strogoff non lo sapeva, e non poteva decidere niente prima di essere certo a questo riguardo. Il paese sarà dunque talmente spopolato da non trovare più un solo siberiano al quale chiedere informazioni? Michele Strogoff percorse dieci verste sulla strada completamente deserta. Cercava con lo sguardo, a destra e a sinistra, qualche casa che non fosse abbandonata. Tutte quelle che vide erano vuote. Però una capanna, che scorse tra gli alberi, fumava ancora. Quando si avvicinò, a qualche passo dai resti dell'abitazione, vide un vecchio circondato da bambini che piangevano. Ivan Ogareff smontò da cavallo, entrò, e si trovò di fronte all'emiro. Feofar Khan era un uomo sulla quarantina, alto di statura, col viso molto pallido, gli occhi cattivi, l'aspetto feroce. La barba nera e ricciuta scendeva sul petto. Nella sua uniforme da guerra, cotta a maglie d'oro e d'argento, cinturone scintillante di pietre preziose, fodero della sciabola curvo come un "yatagan" e tempestato di gemme preziose, stivali muniti di speroni d'oro, elmo ornato da una corona di diamanti dalle mille sfaccettature, Feofar presentava l'aspetto più esotico che imponente, di un Sardanapàlo tartaro. Michele Strogoff fu allora condotto davanti all'emiro, e là rimase in piedi, senza abbassare gli occhi. - Fronte a terra! - gridò Ivan Ogareff. - No! - rispose Michele Strogoff. - Scacciate quella donna! - disse Ivan Ogareff. Due soldati respinsero Marfa Strogoff. Ella indietreggiò, ma rimase in piedi, a qualche passo da suo figlio. Comparve l'aguzzino. Questa volta teneva la sciabola sguainata in mano, e quella sciabola era incandescente, perché era stata ritirata allora dal braciere dove ardevano i carboni profumati. Michele Strogoff sarebbe stato accecato secondo il costume tartaro, con una lama incandescente, passata davanti agli occhi! Michele Strogoff non tentò di opporre resistenza. Per i suoi occhi non esisteva più nulla all'infuori di sua madre, ch'egli divorava con lo sguardo! Tutta la sua vita era in quell'ultima immagine! Marfa Strogoff, con gli occhi smisuratamente spalancati, le braccia tese verso di lui, lo guardava!... La lama incandescente passò davanti agli occhi di Michele Strogoff. Risuonò un grido disperato. La vecchia Marfa cadde svenuta al suolo! Michele Strogoff era cieco. Al loro arrivo, Michele Strogoff non si mosse. Alcide Jolivet guardò la fanciulla. - Egli non vi vede, signori - disse Nadia. - I Tartari gli hanno bruciato gli occhi. Il mio povero fratello è cieco. Un vivo sentimento di pietà si dipinse sul volto di Alcide Jolivet e del suo compagno. Un istante dopo, seduti accanto a Michele Strogoff, ambedue gli stringevano la mano e aspettavano che parlasse. - Signori, - disse Michele Strogoff a voce bassa - voi non dovete sapere chi sono io, né cosa sono venuto a fare in Siberia. Vi chiedo di rispettare il mio segreto. Me lo promettete?
postato da: mics alle ore 16:12 | link | commenti (2)
categorie: miti, poetiche, chiusure cognitive, fatti di mics
18/03/2008

FOROTTERO

Quando vado a fare gli esami della vista mi sembra di essere dentro un cartone animato.

Prendi il forottero. Gli occhi fanno l'altalena. Il topografo corneale, sembra Alice nel paese delle meraviglie. Il proiettore e la lampada a fessura, non so perché ma penso ai romanzi di Steinbeck (sarà la casetta in mezzo al prato verde).













Miopia: cocciutaggine, pigrizia, chiusura mentale, introversione. Stato di semichoc dovuto al trauma conseguente a uno sguardo di odio o di rabbia della madre.

Ma chi se ne importa. L'ultimo oculista mi fa: lei è perfetto per l'operazione al laser. No, grazie, mi tengo il mio mondo sfumato, la mia cocciutaggine, i miei cartoni animati quando vado ai controlli.
Chi mi ridarebbe la mia regressione infantile di giocare con il forottero?
postato da: mics alle ore 21:42 | link | commenti (1)
categorie: poetiche, chiusure cognitive, fatti di mics
14/03/2008

SALDI

Alla libreria Ubik sotto casa ci sono sconti del 30 per cento su tutti i libri.

Investimenti cospicui nei giorni prossimi. Forse già domattina.

Accetto consigli.
postato da: mics alle ore 22:49 | link | commenti (3)
categorie: libri, vita di provincia, chiusure cognitive, fatti di mics
04/03/2008

GIARDINO DELLE DELIZIE

Agli studenti della I ho proposto un sondaggio sulle 3 cose più belle e sulle 3 cose più brutte. (Massì, discussioni estetico letterarie insieme a Baudelaire, Kant, Rosenkranz, Eco, ma soprattutto fra di loro, in classe e sul loro blog di classe). Cosa ne è uscito, finora.

COSE BELLE

la natura,
l'arte,
i bambini,
le iridi degli occhi,
la riva del mare (d'estate, poco dopo il tramonto),
sentire il ritmo del tempo e dello spazio intorno,
amare ed essere amati (contemporaneamente, dalla stessa persona),
la libertà,
stare sdraiata su un prato a guardare le stelle,
la riconoscenza,
viaggiare,
il primo giorno di vacanza,
venire a scuola a piedi il sabato mattina ascoltando il mio iPod (sabato sia perchè è l'ultimo giorno della settimana, sia perchè le strade sono deserte),
andare a fare l'anno all'estero (prof, mi hanno presa in Germania!),
mangiare cioccolata bianca,
una canzone,
un abbraccio,
sognare (soprattutto nel letto, ma anche ad occhi aperti),
la musica
la bellezza,
dare un bacio,
imparare. Mi spiego meglio: la sensazione che si prova quando si entra in una biblioteca oppure quando si partecipa ad una conferenza; si percepisce quanto poco si sa e si ha euforia di conoscere, di apprendere, di sedersi e sfogliare un libro finchè finisce il tempo. Conoscere, conoscere, conoscere. E con la conoscenza aiutare noi stessi (egoisticamente) e gli altri.  Se si possiede la conoscenza, la libertà, i diritti sono passi successivi. Bisogna avere le capacità di scartare un pacco regalo per prendere cosa sta dentro,
il paesaggio. Può essere Trento di notte vista da Sardagna o Melbourne dall'alto di un grattacielo o semplicemente il lago che vedo tutti i giorni dalla finestra di casa.

COSE BRUTTE

lo sfruttamento,
la violenza,
il razzismo,
il letame,
una pistola,
il vuoto,
il tradimento,
l'invidia,
vedere una persona soffrire e non poter far nulla per aiutarla,
l'ipocrisia,
deludere le aspettative (sia le proprie, sia quelle degli altri),
i pranzi con i parenti,
l'esprit de l'escalier,
le spellature (mi fanno letteralmente rabbrividire) e gli alveari (e affini),
le farfalle,
sentirmi inadatta,
piangere o vedere qualcuno piangere,
scoprire che Babbo Natale non esiste. Non è banale,
la censura.
postato da: mics alle ore 17:53 | link | commenti (2)
categorie: parole, scuola, poetiche, chiusure cognitive
26/02/2008

DIVAGARE, NON PERDERE - 2

Volevo scrivere due righe sull'ordine e in particolare su un libro in cui si parla della "trovabilità" che ho trovato molto istruttivo, c'era anche un passo di Borges da citare.

Però il libro non lo trovo, chissà dov'è andato a divagarsi.

postato da: mics alle ore 23:36 | link | commenti
categorie: libri, poetiche, chiusure cognitive, fatti di mics
24/02/2008

44

44
postato da: mics alle ore 12:30 | link | commenti (5)
categorie: chiusure cognitive, fatti di mics
21/02/2008

CINERASSEGNA - Dark lady malese


A Singapore la moglie di un piantatatore finisce sotto processo per l'uccisione di un tizio: lei dice legittima difesa... Foschissimo melodramma noir tratto da Somerset Maugham, eccezionale per atmosfere (quando la fotografia in bianco e nero è una forma d'arte) e dominato dalla magnetica performance di Bette Davis, la durissima maliarda assassina e imputata nel serrato processo. Regia sapiente per un grande classico della vecchia Hollywood (da Il Davinotti)
postato da: mics alle ore 00:09 | link | commenti
categorie: poetiche, chiusure cognitive, fatti di mics
20/02/2008

RACCOLTA DIFFERENZIATA

postato da: mics alle ore 22:01 | link | commenti (1)
categorie: libri, scrittura, chiusure cognitive
10/02/2008

DIVAGARE, NON PERDERE

Ho dimenticato la borsa grigia a casa di mia mamma a Rovereto. C'erano dentro i testi dello spettacolo di giovedì e la scaletta delle musiche; l'astuccio con la Omas di cui non si trovano mai i refill, così compro quelli della Pelikan e con la tenaglia li schiaccio un po' per farli andare bene, il cartolaio è abbastanza contento di vendere dei refill rossi, di solito gli restano i cassetti pieni; nell'astuccio c'è anche la chiavetta usb, quella che mi regalato Rob, anzi me l'ha ceduta quando io gliene ho regalato una più grossa; poco male, i file sono tuti qui nel portatile; a Rovereto è restato anche il libro che ho iniziato e adesso devo aspettare per finire, un libro che ho comprato ieri pomeriggio dopo aver portato la Sophie a catechismo ed essere passato in erboristeria per la melissa; un regalo per Rob il libro.

Credono che io sia distratto e perda le cose. Non ho quasi mai perso niente, le cose le dimentico da qualche parte, ma so perfettamente dove sono. Il problema non è stare attenti perché si perdono le cose; l'importante è non perderle, poi dove sono è un'altra storia.
postato da: mics alle ore 01:19 | link | commenti (9)
categorie: libri, vita di provincia, poetiche, chiusure cognitive, fatti di mics
28/01/2008

FILOLOGIA PARLAMENTARE 2 - La decadenza

Una quindicina di anni fa, quando il berlusconismo e il leghismo erano agli albori e resisteva qualche barlume di eleganza (non che civiltà ce ne fosse di più o che fosse meglio, intendiamoci, erano tempi bui anche quelli) e soprattutto il parlamento non era colonizzato dagli avvocati, ricordo che ci fu una volta che in un discorso Beniamino Andreatta confuse Plinio il Giovane con Plinio il Vecchio. Ne parlarono i giornali e ci fu del dibattito storico-letterario nei giorni successivi.
postato da: mics alle ore 22:44 | link | commenti (2)
categorie: parole, poetiche, chiusure cognitive
22/01/2008

PANCHINE

Riprendo dal sito di Beppe Sebaste un articolo sulle panchine pubbliche.

Sulle panchine

Meglio confessarlo subito: io sono uno di quelli che si siedono sulle panchine pubbliche. Non solo nei belvedere o sui poggi panoramici, di fronte a un lago o sul lungomare, ma nei parchi, nei giardinetti, nelle piazze e nei viali, ovunque. Potreste anche avermi visto, magari di sottecchi. O più probabilmente avete evitato di guardarmi. Perché da qualche tempo chi si siede su una panchina, nelle nostre città, più che anonimo diventa invisibile. Lo scrittore Luciano Bianciardi raccontò che, nella Milano dei primi anni ’60, quella del boom economico, fu arrestato per strada perché camminava troppo lentamente, strascicando i piedi. Oggi stare in panchina è un’anomalia sociale più grave, se chi si siede si sottrae non solo alle regole non scritte dell’efficienza, ma allo sguardo degli altri. Se non si è anziani, donne incinte o con carrozzina, se si è maschi o femmine adulti, chi sta in panchina è poco raccomandabile. Nel migliore dei casi si è disoccupati, sfaccendati, vite di riserva. Eppure è l'ultimo simbolo di qualcosa che non si compra, di un modo gratuito di trascorrere il tempo e di mostrarsi in pubblico, di abitare la città. La panchina è il margine del mondo, vacanza di chi non va in vacanza, ma anche il posto ideale per osservare quello che accade: ovunque sia, è il centro dell’universo. Da lì si contempla lo spettacolo del mondo, ci si dà il tempo di perdere il tempo, come leggere un romanzo. Si guarda senza essere visti. Ecco alcuni dei non piccoli piaceri del sedersi su una panchina. Le mie preferite sono quelle verdi a onda di una volta, di legno, in via di estinzione. Ma tutte le panchine sono oggi in via di estinzione. Come se la loro gratuità (la loro grazia), nel nuovo orizzonte del welfare fosse assolutamente da bandire.

Che sulle panchine soggiornino i poveri e gli extra-comunitari (qualunque senso abbia ormai questa parola: anche gli anziani sono esclusi dalla comunità dei consumatori), i barboni e i drogati, lo dicono le recenti sparizioni e divieti in alcune città del nordest, ultima delle quali Padova (sindaco Ds): panchine eliminate per scoraggiare la sosta degli indesiderabili. A inaugurare questa rappresaglia sociale fu a Treviso il sindaco leghista Gentilini, che fece ripulire una piazza da ogni tipo di sedile in funzione anti-immigrati. Seguì Trieste, dove si registrò una protesta significativa: “La città in piazza con i clochard”, titolava un articolo di Paolo Rumiz all’inizio di dicembre 2006. La rimozione delle panchine per impedire ai barboni di sedercisi a Natale fu effettuata da vigili urbani armati di sega, e il passaparola di cittadini indignati, anziani compresi, divenne resistenza civile. “Come può venire in mente di segare delle panchine?”, sbottò lo scrittore triestino Claudio Magris. L'attore veneto Marco Paolini esortò i triestini a mettersi sulla schiena un bel numero "13", come i giocatori di calcio d’una volta quando dovevano restare fuori-campo come riserve, e aggiunse: "intorno a noi è pieno di gente pronta a toglierci di sotto il culo la tua panchina gratuita e a offrirci mille alternative a pagamento. E Rumiz: “Mi ci sedevo da bambino su quelle panchine di legno rosso, per veder arrivare i vapori. Mi ci sono seduto sempre, fino a ieri. Sedendomi lì, accanto alla fontana, celebravo la comunità e i valori in cui essa si riconosce. Ribadivo che lo spazio pubblico ha un valore irrinunciabile, specie oggi che tutto diventa privato, anche l’aria”. A Parigi, prima di diventare presidente, Sarkozy propose di abolire le panchine poste sotto i condomini, e in quasi tutte le nostre città i cittadini, per esistere socialmente, devono trasformarsi in clienti e consumatori – e tanto peggio se si mangia senza fame e si beve senza sete. E’ per avere detto che la desocializzazione a Parma è iniziata simbolicamente con l’occupazione dei gradini del monumento a Garibaldi, nell’omonima piazza, con vasi da fori per impedire alla gente di sedersi, che il sottoscritto ha ricevuto insulti e annunci di querela.
Le panchine stanno scomparendo, e da tempo compongo il catalogo delle panchine che ho amato. Quelle del Parco Ducale di Parma, dove guardando gli alberi e la gente scrissi le mie prime poesie dedicate a Cézanne, quelle di Milano in un ricco quartiere dietro via Solferino, dove imparai il valore dell’ozio, in opposizione al neg-ozio, guardando il pranzo di immigrati nordafricani a base di pane e sardine. Quel rito povero mi suggerì un sovrappiù di riposo, e il valore d’uso di un luogo imbalsamato dalle algide e lussuose residenze. Le panchine delle piccole piazze di Parigi, o sui boulevard, anche appena fuori dai ristoranti, e quelle sulla sommità della Scala del Tamburino a Roma, Gianicolo, oggi scomparse; quelle del cimitero dei poeti al Testaccio, dove sull’erba, di fianco alla tomba di John Keats, si contempla la Piramide e il traffico irreale di auto. Ma anche quella di via della Magliana, semiperiferia romana non priva di dolcezza, dove si siedono gli anziani in compagni degli immigrati. Di recente a Ginevra mio figlio adolescente, che lì va a scuola, mi ha mostrato un suo luogo segreto. Era nella via più trafficata del centro, quella dello shopping e dei negozi di lusso. Due panchine di legno marrone, vuote, in prossimità della fermata del tram. Ci siamo seduti lì ad aspettarlo, tra le decine di corpi frettolosi e le luci multicolori dei negozi, e quando il tram è arrivato siamo rimasti beatamente avvolti nella nostra quiete, indifferenti ai traffici degli altri. Le persone salirono e scomparvero, come le onde del mare risospinte dalla risacca, senza che noi ci alzassimo dalla nostra panchina. Era questo il luogo segreto di mio figlio, l’occhio del ciclone della sua nuova città, luogo di un vagabondaggio immobile e walseriano. Gli ho sorriso felice.
La letteratura abbonda di panchine, simbolo di una vita di frontiera, spesso senza appartenenza, rivendicata da scrittori e artisti: oziosi, cioè straordinariamente assorbiti dal loro lavoro invisibile. Come appunto i personaggi folli e guariti che popolano i racconti dello svizzero Robert Walser (l’autore di La passeggiata), dove la panchina denota un’esistenza volutamente ai margini della vita civile, nascosta e invisibile. Così, uno scrittore tra i più walseriani d’Italia, Giorgio Messori, trovatosi in un giardino sotto il cielo dell’Asia centrale, si ricorda a un certo punto del motto “laze biosas, vivi nascosto, appartato, senza metterti in mostra, come consigliavano i greci”, e rievoca, insieme alla propria camera d’infanzia, “una panchina in un piazzale ingombro di macchine, il giardinetto allo scalo ferroviario” (Il paese del pane e dei postini). La poesia dell’ozio contemplativo si accompagna nelle panchine a quella sentimentale, l’amore che sboccia e che si esprime su questo margine lievemente sopraelevato del mondo, come cantava Georges Brassens ne Les amoureux des banc publiques (“gli innamorati delle panchine”), i baci che raccolgono lo sguardo di disapprovazione dei passanti. Nasce su una panchina il Primo amore del romanzo d’esordio di Samuel Beckett, si chiude su una panchina l’amore che Dostoievskij racconta ne Le notti bianche. E’ su una panchina che si incontrano Bouvard e Pécuchet di Flaubert, ed è su una panchina che si svolge uno dei racconti più esilaranti di Thomas Bernhard (E’ una commedia? E’ una tragedia?). Se Henry James scrisse The Bench of Desolation (La panchina della desolazione, portato sullo schermo da Claude Chabrol), e in Italia la panchina di città entra nella letteratura col Marcovaldo (1956) di Italo Calvino, il capolavoro della poetica umana delle panchine lo scrisse Georges Simenon in Maigret e l’uomo della panchina, noto ai lettori come la storia dell’uomo con le scarpe gialle: “un uomo come se ne vedono tanti sulle panchine del quartiere”. Con l’empatia che è il suo unico metodo d’indagine, Maigret percorre l’epopea di un provinciale impressionato dall’agitazione della grande città, dalla folla in perpetuo movimento, ma anche commosso dalle vite umili e ordinarie che lottano ogni giorno per restare a galla.
Anche nel cinema le panchine resistono al disprezzo sociale in storie che costituiscono una resistenza culturale all’omologazione, sociale e psicologica: da La venticinquesima ora di Spike Lee, dove Edward Norton medita su una panchina il suo ultimo giorno di libertà prima del carcere, a quella di Forrest Gump, eroe e quasi santo in rotta coi valori dominanti, che racconta la sua storia seduto su una panchina mentre aspetta l'autobus. Innumerevoli le panchine che scandiscono le surreali avventure dei grandi Stan Laurel e Oliver Hardy, emarginati e vagabondi: per Stanlio e Ollio la panchina è il luogo di una deriva tragicomica, e i loro continui, esilaranti fallimenti, degni di Bouvard e Pécuchet, dicono la poesia di un nomadismo che resiste, anarchico e irriducibile, all’imperativo dell’ordine, dell’efficacia e del successo. C’è la gioiosa panchina nel parco in cui si incrociano i destini dei futuri sposi (e dei loro cani) ne La carica dei 101, e c’è la disperazione urbana descritta di recente in The bench (“La panchina”) dal regista danese Per Fly. Se qualcuno ha suggerito che anche il luogo della serie Tv Friends – un bar di Manhattan che si alterna a un appartamento – è quasi una metafora delle panchine pubbliche, è invece proprio una panchina il sito di celluloide divenuto icona del paesaggio newyorchese, tra sogno e realtà. Parlo ovviamente della panchina di Sutton Place che Woody Allen ha immortalato in Manhattan, dove lo si vede in smoking seduto di schiena ad aspettare l’alba con Diane Keaton sotto Queensborough Bridge, ammirando come il viandante del romantico Friederich non le Alpi ghiacciate, ma lo skyline di New York.
Anche l’arte contemporanea si fa portatrice dell’intensità di questo luogo così umano, e d’altronde è proprio l’arte a portare da sempre l’attenzione sulle soglie, sulla frontiera tra l’interno e l’esterno dell’abitare, che la panchina incarna così bene. Dalle magnifiche panchine luminose di Alberto Garutti, alla panchina monumentale che Massimo Bertolini ha installato sulla piazza della fiera di Basilea, sormontata dall’immensa A di anarchia, fino alla panchina coi sussurri e le frasi degli innamorati che Christian Boltanski ha posto in un parco del XIII° arrondissement a Parigi.
Cosa c’è di più umano e universale di sedersi? Non ci sono solo le panchine dei poveri, come pure molte associazioni, in Francia e in Svizzera, esortano a costruire sul modello americano dei pocket garden, giardini tascabili provvisti di panchine, anche tra i grattacieli, per attenuare l’isolamento di quanti, anziani o invalidi, non possono altrimenti allontanarsi da casa (si veda il sito francese "http://www.lesbancspubliques.fr"). Forse non tutti sanno ad esempio che la Juventus, la grande squadra di calcio, fu fondata su una panchina di legno di Corso Re Umberto a Torino oltre un secolo fa, e che nemmeno lo Zarathustra di Nietsche sarebbe esistito senza una panchina. Di fronte al lago di Sils-Maria, in Engadina, il filosofo stava “seduto ad attendere / attendere ma senza attendersi nulla / al di là del bene e del male”. E a riprova che le panchine sono fatte anche per ricchi, proprio a Sils-Maria gli epigoni di Zarathustra possono prenotarsi una panchina e fare incidere sul legno le parole più gradite, al prezzo di 2500 franchi svizzeri. Un’iniziativa nata dall’ufficio del turismo che sta devastando il paesaggio con una proliferazione, questa sì in controtendenza rispetto alle città, di panchine.
L’universalità del sedersi su una panchina può attingere anche all’infinito dell’omonimo sublime sonetto del nostro Giacomo Leopardi, cui si perviene grazie a una siepe, “sedendo e mirando, interminati / spazi di là da quella, e sovrumani / silenzi, e profondissima quiete”. Chi oggi vada a Recanati davanti a quella siepe, divenuta muretto, di fronte alle punte innevate dei Monti Sibillini, troverà una panchina nel giardino di un convento. E’ una sorta di malinconico, nostalgico infinito anche la saudade evocata da Antonio Tabucchi nel suo “I volatili del Beato Angelico”: “Il comune di Lisbona ha da sempre messo delle panchine pubbliche in alcune zone della città: i moli del porto, i belvedere, i giardini da cui si domina il mare. Sono molti coloro che vanno a sedersi lì. Tacciono, con lo sguardo perso in lontananza. Cosa fanno? Praticano la “Saudade”. Cercate di imitarli. Certo, è un cammino arduo, le sensazioni non sono immediate, talvolta l’attesa dura persino degli anni. Ma, lo sappiamo, la morte è fatta anche di questo”.

Beppe Sebaste

(la Repubblica, 12 agosto 2007)

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