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01/07/2008

CHE COSA DIVENTA LA LETTERATURA


Finita la scuola, quella in classe con gli studenti, me ne distacco: ce n'è bisogno.
Ogni anno la fine del ciclo è importante. Si ricomincia a inizio settembre.
Ho visto ieri i ragazzi dell'ultimo anno che si affaccendavano davanti all'aula degli esami. Scherzo, con loro, e dico: ecco, fate sempre così, tutti gli anni, ve en andate sempre, e noi invece restiamo qua...


Mi piace una frase che leggo nel libro di un grande educatore, Guido Armellini (La letteratura in classe, Unicopli, 2008).

"Che cosa diventa un'opera letteraria quando entra in un'aula scolastica? Nessuno, nemmeno l'insegnante più preparato, può saperlo prima che avvenga l'incontro. Ma proprio questo carattere imprevedibile può rendere appassionante l'insegnamento letterario: non semplice trasmissione di una sapere dato, ma elaborazione cooperativa di un sapere nuovo"




Liliana Gelman, The library
18/06/2008

MONTALE ALLA MATURITA'

All'esame di stato esce un'altra volta Montale.

Ma insomma.

Chi sceglie le tracce...

Soprattutto: chi scrive le domande.

Domande che insomma.... non sono fatte proprio bene bene, diciamocelo.

Ma quando poi sono sbagliate...

La poesia di Montale da commentare era difficile, anche perché è una delle poche in cui il "tu" a cui si rivolge Montale non è una donna, ma un amico. (C'è tutto l'orizzonte del mito del giovane morto prematuramente).

E che domande fanno questi  (anzi codesti, detti alla Montale) compilatori di quesiti per le analisi del tresto... :

 Nella prima strofa il poeta espone, in una serie di immagini simboliche, da una parte la visione della realtà, dall'altra il ruolo salvifico e consolatorio della figura femminile. Individua tali immagini e commentale.
...
Il ricordo della donna è condensato nel suo viso e nel sorriso, nel quale si manifesta, “libera”, la sua “anima”   (v. 6).

E che poi in Montale la figura femminile sia consolatoria... bè... c'è qualcosa di consolatorio nella poesia di Ossi di seppia?
Come spiegheranno gli studenti quell'aggettivo lontano del verso 5?

Nell'introduzione, poi, ecco una frase da matita blu: La sua produzione in versi, dopo l’iniziale influenza dell’Ermetismo, si è svolta secondo linee autonome.

Queste sono cose che un conoscitore medio di Montale sa molto bene.

Ma to', poi arrivano i funzionari del ministero, con le loro belle topiche.



Ripenso il tuo sorriso, da Ossi di Seppia.

"Ripenso il tuo sorriso, ed è per me un'acqua limpida
scorta per avventura tra le pietraie d'un greto,
esiguo specchio in cui guardi un'ellera e i suoi corimbi;
e su tutto l'abbraccio di un bianco cielo quieto.

Codesto è il mio ricordo; non saprei dire, o lontano,
se dal tuo volto si esprime libera un'anima ingenua,
vero tu sei dei raminghi che il male del mondo estenua
e recano il loro soffrire con sé come un talismano.

Ma questo posso dirti, che la tua pensata effigie
sommerge i crucci estrosi in un'ondata di calma,
e che il tuo aspetto s'insinua nella memoria grigia
schietto come la cima di una giovane palma..."


Nella sezione Mediterraneo della raccolta da cui è presa questa poesia c'è un passaggio memorabile, che metto qui così, per documentazione, e per ironia (così come faceva Montale)

Non ho che queste parole
che come donne pubblicate
s’offrono a chi le richiede;
non ho che queste frasi stancate
che potranno rubarmi anche domani
gli studenti canaglie in versi veri.

postato da: mics alle ore 13:10 | link | commenti (3)
categorie: letteratura, scuola, poetiche
07/06/2008

Boris Pahor

Anticipazione di due articoli che appariranno domani sul "Trentino"

«Noi eravamo immersi in una totalità apocalittica, nella dimensione del nulla; quei due invece galleggiano nella vastità dell’amore, che è altrettanto infinito, e che altrettanto incomprensibilmente signoreggia sulle cose, le esclude o le esalta». Alla necropoli, dove si «vive la morte», lo scrittore triestino sloveno Boris Pahor torna dopo quasi vent’anni. Campo di concentramento di Natzweiler-Struthof, Vosgi. Il ritorno materiale sul luogo del male assoluto rimette in moto il ricordo, dà l’avvio al racconto. La memoria sboccia anche per contrasto: un carpentiere sostituisce delle assi sulla baracca dove una volta marcivano i condannati insieme al legno e le assi nuove con la loro incongruità turbano Pahor; due ragazzi («quei due») si sbaciucchiano al bordo del filo spinato. E così le assi nuove sono fagocitate dal male «col suo putrido succo» e i due innamorati definiscono per contrasto l’infinito del nulla con l’infinito del loro amore.

Boris Pahor sarà protagonista di un incontro proposto dalla biblioteca comunale in via Roma dopodomani martedì 10 alle 18, coordinato da Enrico Rossi (bibliotecario del Museo di Scienze Naturali e grande conoscitore di Pahor, di cui ha pubblicato articoli e interviste e che ha molto contribuito a far conoscere al pubblico).

Il libro pubblicato da Fazi, Necropoli, sta suscitando molto interesse e ha fatto scoprire finalmente Pahor al pubblico più ampio: a 95 anni è invitato in tv, riempie le pagine culturali. Se lo meritava prima, come avevano capito alcuni intellettuali ed editori trentini giù parecchi anni fa. Sarà stata l’affinità di essere scrittori di frontiera.

Necropoli è uno dei più grandi libri sui lager. Sarebbe già abbastanza. Ma è anche di più. Come Primo Levi anche Pahor sa analizzare l’inanalizzabile, dire l’indicibile proprio perché riesce ad asciugare il racconto, a usare solo la retorica della realtà. Perché i lager non sono tanto un valore del male in sé, ma lo significano ed è quando si attinge a questo significato che si tocca il senso dell’apocalisse. Ecco la consapevolezza, ecco anche il senso di colpa che Pahor testimonia (ma da cui non si fa paralizzare) nell’insistere a ricordare gli scomparsi. «Sono ingiusto, lo so» scrive in un passaggio del libro; e a febbraio, durante una trasmissione tv, invitò il pubblico ad applaudire non lui ma quelli che dai lager non sono tornati.

Quest’ultima pubblicazione di Pahor in Italia, scrive Claudio Magris, «è un libro eccezionale, annoverato da decenni fra i capolavori della letteratura dello sterminio, che riesce a fondere l’assoluto dell’orrore – sempre qui e ora, presente e bruciante, eterno davanti a Dio – con la complessità della storia». Un libro che guarda al futuro, è stato scritto, che non indugia con la reorica e le recriminazioni; un libro che richiama l’Europa e la rimprovera, che bacchetta i nazionalismi proprio nei giorni in cui le due patrie di Pahor, Italia e Slovenia, hanno visto cadere la barriera dei vecchi e apparentemente inamovibili confini. Una vitalità, un servire al futuro che si trovava anche ne Il petalo giallo (Nicolodi, 2002): «Nonostante tutto il male che ti è toccato, tu sei viva, puoi prestare ascolto alla natura e scrivere – magnificamente, come tu sai fare – un inno all’amore».

Pahor ha una cifra netta, ben nota ai suoi lettori non dell’ultima ora, che è quella di un’attenzione capace di definizioni fulminanti, illuminanti, intense sulla storia collettiva e individuale: frutto, è stato detto, della sua provenienza popolare e della frequentazione con la cultura balcanica e mitteleuropea, qualcosa che ha a che fare con Trieste e il nord-est, quel nord-est della cultura di cui ha dato definizioni chiave anche Carlo Sgorlon (inventore anche di questa definizione così in voga per altri motivi mercantili e politici); allo stesso modo sta alla base della finezza e dell’essenzialità di Pahor anche l’attenzione alle popolazioni oppresse, come gli zingari, e alle nazionalità marginali, a quelle di frontiera e a quelle negate. È così anche negli altri suoi libri, tutti pubblicati in Italia prima di questo ultimo successo dall’editore roveretano Nicolodi. 
 
 

2. LA “VIA TRENTINA” 

C’è una “via trentina” per Boris Pahor. Non solo perché assomigliano a quelle trentine la sua sensibilità e la sua scrittura tutto sommato “di frontiera”: uno stiel forte, capace di aprirsi dal sentimento locale a quello transnazionale e “umano”, insomma niente a che fare con localismo, provincialismo, nazionalismo.

L’incontro fra Pahor e il Trentino è un incontro di grande cultura e grande intelligenza, che nasce nell’alvo di piccole e colte case editrici come la roveretana Nicolodi / Zandonai, ma anche di grandi enti culturali come la Fondazione Kessler o le biblioteche pubbliche.

Non è un caso, per esempio, che a parlare di Necropoli abbia iniziato prima degli altri Enrico Rossi, che ha intervistato Pahor per le pagine de “La stampa” nel 2007, quando il libro era tradotto in Italia dalle minuscole Edizioni del Consorzio culturale del Monfalconese di Ronchi dei Legionari e che su quel giornale ha sempre recensito nel corso degli anni i libri dello scrittore, a testimonianza di una lunga e fedele frequentazione.

Nel 2001 un estratto di La culla del mondo (in sloveno Zibelka sveta, pubblicato poi da Nicolodi con il titolo Il petalo giallo) è apparso sulla rivista “Comunicare letterature lingue” dell’allora Itc e oggi Fondazione Kessler, accompagnato da una corposa intervista di Marco Pontoni e Giuliana Dallafior.

Tutti i libri di narrativa precedenti a Necropoli sono stati pubblicati da Nicolodi, oggi Zandonai, il sofisticato editore roveretano: Il rogo nel porto, trad. Mirella Udrih-Merku, Diomira Fabjan Bajc, Mara Debeljuh, 2001; La villa sul lago, trad. Marija Kacin, 2002; Il petalo giallo, trad. Diomira Fabjan Bajc, 2004.
postato da: mics alle ore 16:26 | link | commenti (1)
categorie: libri, letteratura, articoli, scrittura, giornali, poetiche
10/05/2008

Homo faber

Venerdì 15 sarò qui, a questa conferenza-spettacolo di Duccio Canestrini

Homo faber evolution | 15/05/2008 20:30 |
La passione della tecnologia

Conferenza spettacolo. Sala polifunzionale Trentino Sviluppo (dietro la stazione ferroviaria), Via F. Zeni 8, Rovereto (Trento) 15 maggio 2008 ore 20:30. Ingresso libero



postato da: mics alle ore 11:28 | link | commenti (1)
categorie: letteratura, poetiche, macchina ideale, fatti di mics
04/04/2008

... questo è lo scarto di una serie di tentativi preparati per una rivista ...

      Mise en abîme di Michele Strogoff 

      “ Dopo aver letto Cattedrale ho provato voglia di essere cieco.

      Come quando si ha voglia di essere miserabili dopo aver letto Céline”.

      Sandro Veronesi 

      Devo il mio nome di battesimo a mio trisnonno materno, Michele Strogoff. Lo accecarono accostandogli agli occhi una spada incandescente, secondo il feroce rito tartaro; ma, come succede nei romanzi, la devota Nadia lo accompagnava e vedeva per lui. E vagò nella steppa con una benda sugli occhi e la nostalgia d’amore come una specie di aureola.

      Mia madre porta il nome di sua nonna, la figlia di Michele Strogoff, messaggero dello Zar. Il nome di mia madre era Aureola Strogoff. Possiedo una sua fotografia in cui tiene in mano una fotografia in cui lei giovane tiene in mano una fotografia del trisnonno Michele. Tutti hanno gli occhi bendati.

      Quando ho letto quel racconto di Raymond Carver intitolato Cattedrale, in cui una coppia invita a cena un amico cieco, ho pensato per l’ennesina volta al trisnonno e a nonna Aureola, alle nostre bende sugli occhi che sono una tradizione di famiglia, alla nostra nostalgia dell’amore e dell’avventura, al difetto che ha la nostra vista quando la recuperiamo provvisoriamente.  A mio biscugino Michel Le Rue, l’ultimo guardiano del faro Ar-Pen al largo della Bretagna, prima dell’illuminazione automatizzata. Conosceva la luce nonostante la cecità parziale permanente e quella totale intermittente.

      Quando ci vediamo, noi di famiglia, comunque manteniamo la cecità periferica, non cogliamo la visione con la coda dell’occhio, chissà che cosa ci perdiamo. Questo non possiamo farcelo raccontare, nessuno ci riesce adeguatamente e nessuno lo reputa importante.

      I suoi occhi  erano  d'un  azzurro  cupo,  con  lo  sguardo diritto,  franco, inalterabile,  e brillavano sotto un'arcata i cui muscoli sopraciliari, un po' contratti,  dimostravano grande coraggio,  quel "coraggio senza collera degli eroi",  secondo l'espressione  dei  fisiologi.  Il  naso pronunciato,  dalle  narici  larghe,  sovrastava una bocca simmetrica, dalle labbra un poco sporgenti, proprie di un essere generoso e buono. Michele Strogoff aveva il temperamento dell'uomo  deciso,  che  prende rapidamente la sua   risoluzione,   che  non  si  rode  le  unghie nell'incertezza.

      Non si deve commettere l’errore di immedesimarsi nei personaggi dei romanzi. Sono figure che si muovono nell’area laterale della vista; sono inganni, fantasmi, ombre di animali di cui tratteniamo la memoria del timore degli antenati ancestrali. Precipitati di immaginazione, anti-vita, troppo partecipi della trama per tentare di decifrarla. Il bovarismo è come il vizio di rosicchiarsi le unghie, significa restare nell’incertezza dell’infanzia.

      Invece non siamo tanto quello che immaginiamo di essere quanto quello che nostra madre ha creato.

      Michele Strogoff fu allora condotto davanti all'emiro,  e là rimase in piedi, senza abbassare gli occhi.

      - Fronte a terra!  -  gridò Ivan Ogareff.

      - No!  -  rispose Michele Strogoff.

      - Scacciate quella donna!  -  disse Ivan Ogareff.

      Due soldati respinsero Marfa Strogoff. Ella indietreggiò, ma rimase in piedi, a qualche passo da suo figlio.

      Comparve l'aguzzino.  Questa volta teneva  la  sciabola  sguainata in mano, e quella sciabola era incandescente,  perché era stata ritirata allora dal braciere dove ardevano i carboni profumati.

      Michele Strogoff sarebbe stato accecato secondo  il  costume  tartaro, con una lama incandescente, passata davanti agli occhi!

      Michele Strogoff non tentò di opporre resistenza. Per i suoi occhi non esisteva  più nulla all'infuori di sua madre,  ch'egli divorava con lo sguardo! Tutta la sua vita era in quell'ultima immagine! Marfa Strogoff,  con gli occhi smisuratamente spalancati,  le  braccia tese verso di lui, lo guardava!...

      La lama incandescente passò davanti agli occhi di Michele Strogoff.

      Risuonò un grido disperato. La vecchia Marfa cadde svenuta al suolo!

      Michele Strogoff era cieco. 

      Vediamo quello che gli occhi di Nadia vedono e sappiamo sempre un po’ di più di quello che ci raccontano coloro che vedono meglio con gli occhi. La nostra storia è fatta di racconti e di fotografie che contengono altre fotografie. 

      Questo si tramanda nella nostra famiglia di bendati, fin dal trisnonno Michele Strogoff, corriere dello Zar, cresciuto fra le province di Omsk e Tobolsk, autore del famoso viaggio fra Mosca e Irkutsk, bendato e aureolato di nostalgia d’amore.

postato da: mics alle ore 21:50 | link | commenti (1)
categorie: libri, letteratura, miti, scrittura
11/03/2008

Adieu Fombonne

Dove ho messo l'orecchio alla pagina.

I lampioni brillavano come se entro un istante non dovessero più brillare.

... il vento veniva da lontano e le cime degli alberi si inclinavano, e le tende scappavano dalle finestre semiaperte, e delle nuvole grigio-nere, informi, torte, correvano nel cielo, le une accanto alle altre, come una folla. Digoin si appoggiò al davanzale. Che spettacolo straordinario, nel primo pomeriggio, come questo della natura che confermava la sua esistenza, ecco, c'è questo istante, così, senza che nessuno possa dubitarne.... E questa lucidità che sentiva di avere riguardo a tutto quanto, all'improvviso la sentì riguardo a se stesso. Si vide nella casa, in questo chalet, a qualche passo da via Gommery, dove passava, di tanto in tanto, qualcuno, ma distante. Che ci faceva Charles Digoin in questa strada, alla fine di questa strada?

La cosa strana, in certe coppie di sposi, è che, sebbene siano uniti da molto tempo, sebbene i loro interessi siano comuni, sebbene nessuno dei due pensi di separarsi dall'altro, si comportano, in certe circostanze, come se fossero indipendenti.
postato da: mics alle ore 23:40 | link | commenti (1)
categorie: libri, letteratura, poetiche, fatti di mics
02/02/2008

PANCHINE PUBBLICHE 3 - Brassens

Ultimi giorni nervosi, un po' per stanchezza da sovradosaggio scolastico, un po' perché non riuscivo a finire un reading che devo preparare per il 14 febbraio. Così adesso c'è qualche giorno di vacanza sotto carnevale e soprattutto ho finito l'antologia poetica per il 14, immolando delle ore di sonno e con il concorso della Alice-babysitter.

Fra le cose che mi capitano sotto mano, ecco una che mi è piaciuta di più.



GLI INNAMORATI DELLE PANCHINE
(Les amoureux des bancs publics)
Georges Brassens 1954
La gente che guarda di traverso
pensa che le panchine verdi
che si vedono sui marciapiedi
siano fatte per gli invalidi o per gli obesi
Ma questa è un'assurdità
ché in verità
son là, com'è ben noto
per accogliere qualche volta gli amori debuttanti

Gli innamorati che si sbaciucchiano sulle panchine
fregandosene degli sguardi obliqui
dei passanti onesti
Gli innamorati che si sbaciucchiano sulle panchine
dicendosi dei "Ti amo" patetici
hanno dei visini così simpatici
Les Amoureux des bancs publics
si tengono per la mano
parlano del domani
della carta da parati azzurra
che rivestirà i muri della loro camera da letto
si vedono già dolcemente
lei a cucire, lui a fumare
in un benessere sicuro
e a scegliere il nome del loro primo bambino

Quando la sacra famiglia Tal dei Tali
incrocia sul suo cammino
due di questi screanzati
li squadra severamente con propositi velenosi
Ciò non impedisce che tutta la famiglia
il padre, la madre, la figlia,
il figlio, lo spirito santo
vorrebbe qualche volta potersi baciare come loro

Quando i mesi saranno passati,
quando saranno appassiti
i loro bei sogni fiammanti
quando il loro cielo si coprirà di grandi nuvole pesanti
S'accorgeranno emozionati
che è al rischio delle strade
su una di quelle famose panchine
che han vissuto il miglior momento del loro amore


postato da: mics alle ore 16:13 | link | commenti (1)
categorie: letteratura, scrittura, poetiche, fatti di mics
04/01/2008

CONFORME L'INSONNIA

Ero nel letto ed è venuta a trovarmi l'insonnia.
Allora ho preso su il  canzoniere di Saba.

"Ma tu muti conforme la tua legge,
e il mio rimpianto è vano"
(Il treno)

Ero ormai sulla soglia del dormiveglia e stamattina mi sono risvegliato con quella parola che risuona: conforme.

E è tornata fuori l'espressione del dialetto, non la pensavo da tanto tempo. Conforme.

- Vègnet a zugar?
- Conforme!

Conforme: dipende se ho fatto i compiti, se ho finito merenda, se mia mamma mi lascia, se ne ho voglia. Mondo fluido. Mondo conforme. Perché, sempre, dipende. Mondo forse. Mondo senza rimpianti.

Conforme: in maniera adatta a come si metteranno le cose e non possiamo con certezza sapere come sarà.

Qualcosa a che vedere con il conformismo dell'italiano? Figurarsi! Il dialetto e l'infanzia non c'entrano niente con i conformismi e le conformità.



[con-fór-me]
Etimologia
Dal lat. tardo confo°rme(m), comp. di cu°m 'con' e fo¯rma 'forma'; propr. 'che ha forma uguale'
Definizione agg.
1 che presenta forma o aspetto uguale; identico, simile: un dipinto poco conforme all'originale | copia conforme, nel linguaggio burocratico, copia identica all'originale
2 che si adatta, che si accorda: conforme alle regole
avv. in modo conforme: agire conforme ai propri principi
cong. (antiq.) secondo che, come: faccian le cose conforme dicon le gride (MANZONI P. S. XIV)
§ conformemente avv.

Dal TLIO:

1 Locuz. prep. Conforme a: in modo corrispondente.

[1] Dante, Commedia, a. 1321, Par. 2.148: Da essa vien ciò che da luce a luce / par differente, non da denso e raro; / essa è formal principio che produce, / conforme a sua bontà, lo turbo e 'l chiaro».

Dal Vocabolario vernacolo-italiano dell'Azzolini (inizio '800)
CONFORME: Da noi usato in forza d'avverbio qual sinonimo di SECONDO.



Mi manca una parola: galleggiare. Come si dice nel mio dialetto alpino "galleggiare"? Non lo so più.

postato da: mics alle ore 16:29 | link | commenti (5)
categorie: parole, letteratura, poetiche, fatti di mics
16/12/2007

BELA MANINA

postato da: mics alle ore 09:53 | link | commenti
categorie: parole, letteratura, vita di provincia, poetiche
30/11/2007

Parole màte

Poesie in vicentino di Enio Sartori

New York New York di Jack Hirschman

Viginia tech di Jack Hirschman

postato da: mics alle ore 23:20 | link | commenti
categorie: parole, letteratura, poetiche
28/11/2007

MOMO

Nel Momus, Leon Battista Alberti (1404-1472) immagina che il dio minore e ribelle Momo metta a nudo l'incompetenza di Giove nel governo dell'universo . E' un libro-labirinto satirico, il modello è il greco Luciano, Alberti non risparmia niente e nessuno, soprattutto le corti umanistico-rinascimentali e l'illusione di dare ordine all'universo attraverso la politica. C'è pure un architetto che, insieme a un mendicante, potrebbe avere la possibilità di riformare il mondo. Una satira sferzante, scritta nel 1450, una formidabile favola cosmico-politica, con delle anticipazioni orwelliane. Legato ma allo stesso tempo avverso alla cultura ermetica del suo tempo, Alberti qui inventa il grande sogno umoristico di un uomo a tutto tondo, più oscuro e problematico (e umano) di quello che sublimerà il pieno rinascimento.

Umanesimo e Rinascimento furono epoche di grandi sogni utopistici: platonismo e magia, aristocrazia e borghesia congiuravano in un tempo politico confusissimo per trovare la forma della città perfetta.

La notizia - la do così, tento il massimo di oggettività e quasi di indifferenza - è che la famosa collana della "Biblioteca dell'utopia" della Silvio Berlusconi Editore esce quest'anno proprio con il Momus. Prossima presentazione nella biblioteca del senato.

Utopie.momus
postato da: mics alle ore 17:15 | link | commenti (4)
categorie: libri, letteratura
28/10/2007

CREOSOTO

Ultime parole di beltàser: zozzo, creosoto (quest'ultima è saltata fuori da pg. 200 di La strada di Cormac McCarthy) (leggerlo: è agghiacciante).

Domattina breve discorso di presentazione di un volume sul mito di Elettra e della permanenza del suo modello nella letteratura e nella cultura.
Aprirò leggendo una prosa poetica di Charles Simic, dalla sua autobiografia Il mondo non finisce (ma guarda, quest'europeo americanizzato con la sua genesi e all'opposto Cormac McCarthy con la sua apocalisse).

Il quarto anno della guerra si fece vivo Hermes. D'aspetto non era granché. La giubba da postino era a brandelli; topi gli entravano e uscivano di corsa dalle tasche. Il cappello a larghe tese era perforato da buchi di pallottola. Portava ancora il famoso bastone che chiude gli occhi agli agonizzanti, ma pareva rosicchiato. Aveva lasciato che i morenti lo mordessero? Ad ogni modo, non aveva lettere per noi. "Dio dei ladri!" gli urlammo alle spalle quando non ci poteva più sentire.



postato da: mics alle ore 22:13 | link | commenti
categorie: libri, letteratura, scuola, poetiche, fatti di mics
18/10/2007

QUANDO MI SVEGLIO ALLUNGO LA MANO PER TOCCARE IL BAMBINO

Vada come vada, il libro che sto leggendo in queste giornate senza fiato sarà da quattro stelline. Perché anche adesso diventasse improvvisamente orribile basterebbero soltanto le prime trenta pagine per valergli ammirazione lunga e duratura.

- fuori dal discorso: Rimini -
(Di Cormac Mc Carthy mi parlava F. in quei mesi in cui  passavo metà del mio tempo a Rimini, subito dopo l'università, erano i mesi d'inverno. Sembra un'ovvietà, ma il mare d'inverno... non la dico. F doveva farci la tesi di laurea; anche il suo professore, Guido Fink, abitava a Rimini, qualche volta andavano in birreria insieme).
(Andare al cinema nella nebbia, a Rimini).

Incipit:
"Quando si svegliava in mezzo ai boschi nel buio e nel freddo della notte allungava la mano per toccare il bambino che gli dormiva accanto. "
postato da: mics alle ore 22:02 | link | commenti (4)
categorie: libri, letteratura, poetiche, fatti di mics
16/10/2007

TESTA O CROCE


























(Ascoltando Leonard Cohen,
By the rivers dark
Famous blue raincoat

e anche l'ala del turbine intelligente
delle Variazioni Goldberg
e del Bach
di Glenn Gould)


postato da: mics alle ore 23:28 | link | commenti (3)
categorie: libri, letteratura, poetiche, chiusure cognitive
12/10/2007

HO BISOGNO DI TEMPO

Sarà che Ripellino mi riporta a Praga.
Sarà il fascino della collezione di poesia bianca dell'einaudi
(gli scaffali della biblioteca civica, ed ero ancora piccolo di statura, dovevo prendere la scaletta per arrivarci).

Però questo libro di poesie di Angelo Maria Ripellino, non so perché, ha una valore diverso. Non so perché. E dire che me le ricordavo anche più belle, tutte quante (invece mi fulminano alcune) (ma sono testi che lavorano nel profondo, hanno bisogno di tempo).

("Ha bisogno di tempo": sembra un eufemismo per dire che uno non ci arriva, o per sostenere che una cosa proprio non funziona. Invece è un complimento)

altro sull'argomento qui >>









postato da: mics alle ore 08:29 | link | commenti
categorie: libri, letteratura, poetiche, fatti di mics
10/10/2007

NOBEL DELLA LETTERATURA A HARRY POTTER

AGGIORNAMENTO
Doris Lessing non era nella lista.

cantrice dell'esperienza femminile, che con scetticismo, passione e potere visionario ha messo sotto esame una civiltà divisa

Sulla repubblica dimostrano di credere molto nel valore immateriale del premio e scrivono in capo all'articolo:
"Felicissimi" gli agenti della scrittrice: "E' un riconoscimento grandemente meritato e siamo assolutamente felici", commentano dalla società Jonathan Clowes Ltd., che rappresenta la Lessing da anni


...............................


I broker danno Magris 6 a1 e Philip Roth 7 a 2.
Scommetterei: però in Italia ci sono dei filtri sulle società di scommesse online.
Per il gioco d'azzardo, ripiegherò sul campionato di calcio (si può scommetetre su tutto, fino alla C1).

Se scorro la lista, per esempio di Ladbrokes, mi viene da dire che il mio favorito con delle chances è Philip Roth. Poi mi piacerebbe vincessero anche Michael Ondaatje, Michel Tournier, Cormac Mc Carthy, Milan Kundera, Don De Lillo, Antonio Tabucchi.
Però può darsi che lo vinca Eco.
Michel Tournier però lo preferisco a tutti.

E perché no Bob Dylan (dove abbiamo lasciato Leonard Cohen?).

Però il massimo sarebbe se lo prendesse J. K. Rowling, perché Harry Potter è Harry Potter e anche se è data 110 a 1 potrebbe anche farcela.
postato da: mics alle ore 21:04 | link | commenti (2)
categorie: letteratura, miti

MACCHINA UMANA

Sono con la testa dentro il Settecento.

Questo brano di d'Holbach:

Ma in un mondo fatto espressamente per lui, e governato da un Dio onnipotente, l’uomo è egli in effetto felice? I suoi piaceri sono durevoli? Non sono tutti misti a pene?... Il genere umano non è egli vittima continua dei mali fisici e morali? Questa macchina umana, che ci si mostra un capo d’opera dell’industria del creatore, non ha ella mille modi di sconcertarsi?... La provvidenza s’addormenta sulla porzione la più numerosa degli abitanti di questo mondo; in confronto di una piccolissima quantità d’uomini che si suppone felice, qual folla immensa di sciagurati geme sotto l’oppressione e illanguidisce nella miseria?... Ma come fidarsi d’una provvidenza maligna, che si ride, che si fa un giuoco del genere umano?... Se è dessa che governa il mondo, noi la troviamo altrettanto occupata a distruggere che a formare, a sterminare che a produrre… In ogni momento  essa perde di vista la sua creatura amata: ora le rovescia la sua abitazione, ora annienta le sue messi, ora inonda i suoi campi, ora li desola con un’ardente siccità. Essa arma la natura intiera contro l’uomo; essa arma l’uomo stesso contro la sua propria specie; essa finisce comunemente col farlo spirare nei dolori. Questo è dunque conservar l’universo?... (La provvidenza) lungi dal rassomigliare a una madre tenera e premurosa, rassomiglia piuttosto a quelle madri snaturate che abbandonano i propri figli appena nati, e che, contente di averli dati alla luce, li espongono senza soccorso ai capricci della fortuna… Un sol essere infelice basterebbe per annientare una bontà senza limiti…  Un animale, una pulce che soffre, fornisce argomenti invincibili contro la provvidenza divina e le sue bontà infinite.

A parte il fatto che contiene mezzo Ottocento italiano, da Foscolo a Manzoni a Leopardi a Verga, pone dei problemi di fondo ai quali non si sfugge.
Ed è rozzo chi bolla tutto questo di "pessimismo".
Lo stesso vale per l'"ateismo".

Bellezza infinita della natura: di questo si tratta.

















postato da: mics alle ore 14:24 | link | commenti (1)
categorie: letteratura, poetiche
05/10/2007

PUNTO E VIRGOLA

Post sollecitato da caporalereyes.

Non piace granché. Ha una sua identità balorda. Lo usano poco. E' un po' da maniaci, diciamocelo, da esteti e da pedanti.

I manuali dicono che serve a evidenziare con l'ordinamento strutturale le gerarchie concettuali. Cioè a mettere un po' d'ordine nell'organizzazione dei concetti dentro una frase; a sistemare unità coordinate complesse e membri di frase.

Ha un ruolo demarcativo. Cioè separa (ma allo stesso tempo collega, e in questo senso assomiglia alla virgola ma non al punto) gli elementi di una frase. Quindi il punto separa, invece il punto e virgola separa e collega. La virgola serve per  creare apposizioni (piccole spiegazioni) o incidentali (piccoli a parte), il punto e virgola invece no.


Il ; demarca degli elementi in serie e assomiglia alla , in questo caso. Esempio:

"Inteso come convinzione, da parte di un gruppo, della propria superiorità su un altro gruppo, il razzismo non può che produrre mali; l'equivoco della razza pura; la volontà di dominio; il genocidio."

Segnala il cambiamento di soggetto o tema.

Oppure segnala una ripresa, una specificazione. Esempio:

"... perché esodo, come insegna la Bibbia, vuol dire perdita e salvezza, abbandonare e ripiantare le proprie radici e le proprie insegne; addio e ritrovamento, morte e rinascita"

Che la pausa del ; sia più lunga di quella della , o più breve di quella del . dicono i linguisti che è una stupidata. Non è una questione di quantità ma di qualità del concetto e dell'ordine concettuale.

Il ; dicono che è ragione e intuizione associate.

Davvero l'esattezza del punteggiare si addice alla scrittura come strumento di elegante precisione, e con effetti di senso moltiplicati quando esprit de géometrie e esprit de finesse si compongono in mirabile unità. (Mortara Garavelli)

Però dipende molto dal tipo di testo, dal grado di formalità che uno vuole assumere. Il ; (tranne che non serva per fare un elenco) di solito è abbastanza formale; è come mettersi il vestito della festa. Se tieni i jeans invece usi solo le virgole.

E' quasi per definizione un punto vago e sfumato, quindi non immediatamente "utile" (Michele Mari)

Leggere la differenza:

Dante, Petrarca, Boccaccio, Boiardo, Ariosto, Tasso, Foscolo, Leopardi, Manzoni, Carducci, Pascoli, D'Annunzio

Dante, Petrarca, Boccaccio; Boiardo, Ariosto, Tasso; Foscolo, Leopardi, Manzoni; Carducci, Pascoli, D'Annunzio

Il ; rende una frase un contesto continuo e organico, legato.

Si vedeva contro il muro: degli altarini, delle medaglie, molti santini della Madonna, un ex voto di noce di cocco; sul comò, coperto con un drappo come un altare, la scatole di conchiglie che le aveva regalato Victor; poi un annaffiatoio e un pallone, dei quaderni, stampe geografiche, un paio di stivaletti; e appeso al chiodo di uno specchio (...) (Flaubert, Un cuore semplice)

Il punto e virgola è un segno lento; retrò; dipende da quello che ha intorno; non è autonomo; pone dei dubbi.

Segno piuttosto raffinato, mai perentorio. Uilizzato e inteso da pochi, perciò in via d'estinzione, servirebbe a cogliere particolari gradazioni e fini sfumature del discorso (Stefano Lanuzza)

(Questo post mi costerà delle amicizie; e causerà una picchiata vertiginosa degli accessi a questo blog)
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categorie: letteratura, scrittura, poetiche, chiusure cognitive
04/10/2007

LUCCHETTI e FULMINI

Sarà che a scuola in questi giorni in un paio di classi ci diamo dentro mica male con amor cortese, donne-angelo e donne-diavolo, Jaufrè Rudel e la contessa di Tripoli, Lancillotto e Ginevra, Francesco Petrarca e Laura.
Nodi d'amore.

Sul giornale oggi ho visto un articolo sul fatto che ad Arco sulle grate di un capitello i ragazzi hanno cominciato ad attaccare dei lucchetti dell'amore eterno.

Come quelli che a Roma va di moda chiudere su ponte Milvio, come hanno imparato da Moccia e dal suo libro.

Attenti, però!

Il Comune a Roma li fa togliere periodicamente, perché tutto quel metallo attira i fulmini.
Le opposizioni accusano la giunta di sinistra di insensibilità: "Voi non credete nell'amore eterno!".

Veri colpi di fulmine.

Jaufrè Rudel, Tristano, Lancillotto ecc. sono finiti male, per la cronaca.


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categorie: letteratura, poetiche, chiusure cognitive
02/10/2007

OTTIMISMO

Ho imparato a diffidare degli angosciati.
Non tanto per diffidenza dell'angoscia, ma per diffidenza di chi parla da angosciato. L'angoscia di Leopardi è sublime. Di quella di Sartre diffido.
Dell'angoscia di V.C. sono devoto e discepolo; quella di M.G. mi disturba.

Dolcezza del sentirsi esistere. Del raccontare l'esistenza. Del trovare le vie per raccontarla. Non c'è altro.

                                Dolcezze di stamane.
I discorsi sull'etimologia di F.
I brividi - veri brividi - mentre discorro di Meneghello e delle sue motociclette con C.
G. che mi saluta mentre arrivo a scuola in bicicletta - ero assorto in non so che cosa e non l'avevo vista.
R. che mi mostra la sua scrivania nuova in vicepresidenza.
G. che impacchetta i temi e li ripone nel cassetto della cattedra.
Il sole tiepido in via S.Pietro.
L'autista che riapre la portiera dello scuolabus, eravamo mezzo minuto in ritardo.
I discorsi in 2E sul locus amoenus e le dislocazioni temporali.
Uno sguardo di D. dalla seconda fila, che significava "sì, ho capito".
Pensare a E.


Non è poco.
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categorie: letteratura, scuola, poetiche, chiusure cognitive, fatti di mics