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18/04/2008

EFFETTO FARFALLA O GABBIANO + BRADBURY

È morto ieri all’età di 90 anni Edward Lorenz, uno dei fondatori della meteorologia moderna e della teoria del caos, autore del famoso effetto farfalla, che fu presentato nel 1963 in uno scritto per la New York Academy of Sciences (E. N. Lorenz, Deterministic Nonperiodic Flow, J. Atmos. Sci. 20, (1963), 130).
"Un meteorologo fece notare che se le teorie erano corrette, un battito delle ali di un gabbiano sarebbe stato sufficiente ad alterare il corso del clima per sempre" questo scriveva Lorenz nell’articolo originale. Il gabbiano si è poi successivamente trasformato in una farfalla il cui battito di ali a New York sarebbe in grado di provocare un uragano a Tokyo. La farfalla non solo è più poetica del gabbiano e il battito delle sue ali più lieve, ma la forma di questo insetto ad ali spiegate è molto simile al diagramma generato dall’attrattore di Lorenz.
L’attrattore di Lorenz è una figura matematica tridimensionale che descrive il comportamento di fenomeni dinamici caotici. Molti sistemi complessi, e l’atmosfera terrestre rientra senz’altro in questa categoria, sono molto sensibili alle condizioni iniziali, e la loro evoluzione nel tempo è molto difficile...

continua su Ulisse



Comunque l'idea era di Ray Bradbury in un suo racconto, A sound of thunder, in italiano Rumore di tuono



(mi risulta che sia disponibile nella raccolta Il grande mondo laggiù della Mondadori, che però è difficilmente reperibile)


postato da: mics alle ore 20:39 | link | commenti (1)
categorie: miti, poetiche
14/04/2008

NELKEN

Qualche tempo fa un giornale online ha fatto un breve sondaggio sulle migliori scene di danza del cinema - fra tutte quante avrei scelto Tony Manero in Saturday night fever - non tanto per la qualità della cosa (sebbene John Travolta obiettivamente come ballerino vada benone) quanto per ragioni sentimentali.
Infatti ho trascorso l'estate del 1978 (quattordicenne) a spellarmi le mani facendo lo sguattero nella cucina di un grande ristorante al lido di Pomposa. In paese c'era il cinema all'aperto che riproponeva lo stesso programma di 5 film ogni dieci giorni due giorni alla volta, seguendo il flusso dei turisti. Così il Tony Manero l'ho visto dodici volte. Si entrava gratis, mangiati vivi dalle zanzare.
(Nell'intervallo del lavoro giocavo ossessivamente contro il muro nel tennis del campeggio a cui era collegato il ristorante, e ho sviluppato una battuta e un dritto lungolinea che ho molto sfruttato una volta tornato a casa) (colonna sonora dell'estate Nata sotto il segno dei pesci di Venditti e - giuro - No di Gianni Bella)

Ma a parte canzonette da discoteca anni Settanta - chi è nato dopo non sa cosa s'è perduto.... - e i film con le colonne sonore dei Bee Gees, volevo dire qualcosa di più serio, anche se dopo queste righe è molto difficile.

Ma in questi giorni mi tocca sempre parlare d'altro, prima di arrivare al dunque, non so cos'è.

Per tornare alla danza, insomma.
Quella vera.
Uno degli spettacoli di danza, anzi di teatro-danza più entusiasmanti che ho visto è stato Nelken di Pina Bausch. Nelken significa "tulipani" e a un certo punto il palcoscenico ne è coperto.



Ecco. Non ho mai desiderato essere Tony Manero, né uno dei Bee Gees. Gianni Bella, poi - va bene scherzare, però... Jimmy Connors sì, lo ammetto.
Però vorrei essere capace o esserlo stato di esprimermi come Dominique Mercy in questo pezzo capolavoro della danza moderna.

postato da: mics alle ore 22:48 | link | commenti (4)
categorie: miti, poetiche, chiusure cognitive, fatti di mics
04/04/2008

... questo è lo scarto di una serie di tentativi preparati per una rivista ...

      Mise en abîme di Michele Strogoff 

      “ Dopo aver letto Cattedrale ho provato voglia di essere cieco.

      Come quando si ha voglia di essere miserabili dopo aver letto Céline”.

      Sandro Veronesi 

      Devo il mio nome di battesimo a mio trisnonno materno, Michele Strogoff. Lo accecarono accostandogli agli occhi una spada incandescente, secondo il feroce rito tartaro; ma, come succede nei romanzi, la devota Nadia lo accompagnava e vedeva per lui. E vagò nella steppa con una benda sugli occhi e la nostalgia d’amore come una specie di aureola.

      Mia madre porta il nome di sua nonna, la figlia di Michele Strogoff, messaggero dello Zar. Il nome di mia madre era Aureola Strogoff. Possiedo una sua fotografia in cui tiene in mano una fotografia in cui lei giovane tiene in mano una fotografia del trisnonno Michele. Tutti hanno gli occhi bendati.

      Quando ho letto quel racconto di Raymond Carver intitolato Cattedrale, in cui una coppia invita a cena un amico cieco, ho pensato per l’ennesina volta al trisnonno e a nonna Aureola, alle nostre bende sugli occhi che sono una tradizione di famiglia, alla nostra nostalgia dell’amore e dell’avventura, al difetto che ha la nostra vista quando la recuperiamo provvisoriamente.  A mio biscugino Michel Le Rue, l’ultimo guardiano del faro Ar-Pen al largo della Bretagna, prima dell’illuminazione automatizzata. Conosceva la luce nonostante la cecità parziale permanente e quella totale intermittente.

      Quando ci vediamo, noi di famiglia, comunque manteniamo la cecità periferica, non cogliamo la visione con la coda dell’occhio, chissà che cosa ci perdiamo. Questo non possiamo farcelo raccontare, nessuno ci riesce adeguatamente e nessuno lo reputa importante.

      I suoi occhi  erano  d'un  azzurro  cupo,  con  lo  sguardo diritto,  franco, inalterabile,  e brillavano sotto un'arcata i cui muscoli sopraciliari, un po' contratti,  dimostravano grande coraggio,  quel "coraggio senza collera degli eroi",  secondo l'espressione  dei  fisiologi.  Il  naso pronunciato,  dalle  narici  larghe,  sovrastava una bocca simmetrica, dalle labbra un poco sporgenti, proprie di un essere generoso e buono. Michele Strogoff aveva il temperamento dell'uomo  deciso,  che  prende rapidamente la sua   risoluzione,   che  non  si  rode  le  unghie nell'incertezza.

      Non si deve commettere l’errore di immedesimarsi nei personaggi dei romanzi. Sono figure che si muovono nell’area laterale della vista; sono inganni, fantasmi, ombre di animali di cui tratteniamo la memoria del timore degli antenati ancestrali. Precipitati di immaginazione, anti-vita, troppo partecipi della trama per tentare di decifrarla. Il bovarismo è come il vizio di rosicchiarsi le unghie, significa restare nell’incertezza dell’infanzia.

      Invece non siamo tanto quello che immaginiamo di essere quanto quello che nostra madre ha creato.

      Michele Strogoff fu allora condotto davanti all'emiro,  e là rimase in piedi, senza abbassare gli occhi.

      - Fronte a terra!  -  gridò Ivan Ogareff.

      - No!  -  rispose Michele Strogoff.

      - Scacciate quella donna!  -  disse Ivan Ogareff.

      Due soldati respinsero Marfa Strogoff. Ella indietreggiò, ma rimase in piedi, a qualche passo da suo figlio.

      Comparve l'aguzzino.  Questa volta teneva  la  sciabola  sguainata in mano, e quella sciabola era incandescente,  perché era stata ritirata allora dal braciere dove ardevano i carboni profumati.

      Michele Strogoff sarebbe stato accecato secondo  il  costume  tartaro, con una lama incandescente, passata davanti agli occhi!

      Michele Strogoff non tentò di opporre resistenza. Per i suoi occhi non esisteva  più nulla all'infuori di sua madre,  ch'egli divorava con lo sguardo! Tutta la sua vita era in quell'ultima immagine! Marfa Strogoff,  con gli occhi smisuratamente spalancati,  le  braccia tese verso di lui, lo guardava!...

      La lama incandescente passò davanti agli occhi di Michele Strogoff.

      Risuonò un grido disperato. La vecchia Marfa cadde svenuta al suolo!

      Michele Strogoff era cieco. 

      Vediamo quello che gli occhi di Nadia vedono e sappiamo sempre un po’ di più di quello che ci raccontano coloro che vedono meglio con gli occhi. La nostra storia è fatta di racconti e di fotografie che contengono altre fotografie. 

      Questo si tramanda nella nostra famiglia di bendati, fin dal trisnonno Michele Strogoff, corriere dello Zar, cresciuto fra le province di Omsk e Tobolsk, autore del famoso viaggio fra Mosca e Irkutsk, bendato e aureolato di nostalgia d’amore.

postato da: mics alle ore 21:50 | link | commenti (1)
categorie: libri, letteratura, miti, scrittura
25/03/2008

DA MOSCA A IRKUTSK - Nostalgia di avventura

Da Mosca a Irkutsk - Michele Strogoff I suoi occhi erano d'un azzurro cupo, con lo sguardo diritto, franco, inalterabile, e brillavano sotto un'arcata i cui muscoli sopraciliari un po' contratti, dimostravano grande coraggio, quel "coraggio senza collera degli eroi", secondo l'espressione dei fisiologi. Il naso pronunciato, dalle narici larghe, sovrastava una bocca simmetrica, dalle labbra un poco sporgenti, proprie di un essere generoso e buono. Michele Strogoff aveva il temperamento dell'uomo deciso, che prende rapidamente la sua risoluzione, che non si rode le unghie nell'incertezza. Là, in mezzo alle steppe selvagge delle province di Omsk e di Tobolsk, il valente cacciatore siberiano aveva educato suo figlio Michele «alla vita dura», secondo l'espressione popolare. La distanza che Michele Strogoff doveva percorrere da Mosca a Irkutsk era di cinquemiladuecento verste, cioè 5523 chilometri. Quando la linea telegrafica non era ancora tesa tra i monti Urali e la frontiera orientale della Siberia, il servizio dei dispacci veniva effettuato per mezzo di corrieri. I corrieri più rapidi impiegavano diciotto giorni per recarsi da Mosca a Irkutsk. Vicino a lui, la zingara Sangarre, donna sui trent'anni, di pelle scura, alta, ben piantata, occhi stupendi, capelli dorati, manteneva un contegno altero. Lo sguardo di Michele Strogoff penetrò come un pugnale nel cuore del siberiano, ma gli occhi del mastro di posta non si abbassarono. - Ti permetti di giudicarmi? - disse Michele Strogoff. - Sì - disse il siberiano - perché ci sono delle cose che neppure un semplice mercante riceve senza restituire! - I colpi di frusta? - I colpi di frusta, giovanotto! Ho l'età e la forza per dirtelo! Michele Strogoff si avvicinò al mastro di posta e gli posò due mani poderose sulle spalle. Poi, con voce stranamente calma: - Vattene, amico - gli disse - vattene! Ti farei del male! Michele Strogoff aveva ragione di temere qualche cattivo incontro in quelle pianure che si estendevano al di là della Baraba. I campi, calpestati dagli zoccoli dei cavalli, lasciavano scorgere che i Tartari vi erano passati, e di questi barbari si poteva dire ciò che fu detto dei Turchi: "Dove passa il Turco, non cresce più erba!". Michele Strogoff doveva dunque prendere le più minuziose precauzioni attraversando questa contrada. Colonne di fumo che si innalzavano all'orizzonte indicavano che i borghi e i casolari bruciavano ancora. Ma questi incendi erano stati forse appiccati dall'avanguardia, oppure dall'esercito dell'emiro già avanzato fino agli estremi confini della provincia? Feofar Khan si trovava di persona nel governatorato del Jeniseisk? Michele Strogoff non lo sapeva, e non poteva decidere niente prima di essere certo a questo riguardo. Il paese sarà dunque talmente spopolato da non trovare più un solo siberiano al quale chiedere informazioni? Michele Strogoff percorse dieci verste sulla strada completamente deserta. Cercava con lo sguardo, a destra e a sinistra, qualche casa che non fosse abbandonata. Tutte quelle che vide erano vuote. Però una capanna, che scorse tra gli alberi, fumava ancora. Quando si avvicinò, a qualche passo dai resti dell'abitazione, vide un vecchio circondato da bambini che piangevano. Ivan Ogareff smontò da cavallo, entrò, e si trovò di fronte all'emiro. Feofar Khan era un uomo sulla quarantina, alto di statura, col viso molto pallido, gli occhi cattivi, l'aspetto feroce. La barba nera e ricciuta scendeva sul petto. Nella sua uniforme da guerra, cotta a maglie d'oro e d'argento, cinturone scintillante di pietre preziose, fodero della sciabola curvo come un "yatagan" e tempestato di gemme preziose, stivali muniti di speroni d'oro, elmo ornato da una corona di diamanti dalle mille sfaccettature, Feofar presentava l'aspetto più esotico che imponente, di un Sardanapàlo tartaro. Michele Strogoff fu allora condotto davanti all'emiro, e là rimase in piedi, senza abbassare gli occhi. - Fronte a terra! - gridò Ivan Ogareff. - No! - rispose Michele Strogoff. - Scacciate quella donna! - disse Ivan Ogareff. Due soldati respinsero Marfa Strogoff. Ella indietreggiò, ma rimase in piedi, a qualche passo da suo figlio. Comparve l'aguzzino. Questa volta teneva la sciabola sguainata in mano, e quella sciabola era incandescente, perché era stata ritirata allora dal braciere dove ardevano i carboni profumati. Michele Strogoff sarebbe stato accecato secondo il costume tartaro, con una lama incandescente, passata davanti agli occhi! Michele Strogoff non tentò di opporre resistenza. Per i suoi occhi non esisteva più nulla all'infuori di sua madre, ch'egli divorava con lo sguardo! Tutta la sua vita era in quell'ultima immagine! Marfa Strogoff, con gli occhi smisuratamente spalancati, le braccia tese verso di lui, lo guardava!... La lama incandescente passò davanti agli occhi di Michele Strogoff. Risuonò un grido disperato. La vecchia Marfa cadde svenuta al suolo! Michele Strogoff era cieco. Al loro arrivo, Michele Strogoff non si mosse. Alcide Jolivet guardò la fanciulla. - Egli non vi vede, signori - disse Nadia. - I Tartari gli hanno bruciato gli occhi. Il mio povero fratello è cieco. Un vivo sentimento di pietà si dipinse sul volto di Alcide Jolivet e del suo compagno. Un istante dopo, seduti accanto a Michele Strogoff, ambedue gli stringevano la mano e aspettavano che parlasse. - Signori, - disse Michele Strogoff a voce bassa - voi non dovete sapere chi sono io, né cosa sono venuto a fare in Siberia. Vi chiedo di rispettare il mio segreto. Me lo promettete?
postato da: mics alle ore 16:12 | link | commenti (2)
categorie: miti, poetiche, chiusure cognitive, fatti di mics
08/11/2007

GIALLO + MAPPE

Leggo questo articolo, non capisco se è agghiacciante o ridicolo. Pare che una minuscola casa editrice abbia pubblicato un romanzo in cui due fatti di cronaca recenti (cronaca! non storia o idee o grandi azioni creative: cronaca! come se non avessimo altro nelle nostre vite che questa invadentissima minimissima intempestivissima turpe cronaca)  fanno parte di una trama inventata. L'arrossata fontana di Trevi e quella povera ragazza sgozzata a Perugia. Mi chiedo se sia insuficiente a se stessa la cronaca, che assomiglia a un romanzo, o ben riuscito il romanzo, che assomiglia alla cronaca (sthendaliano, direi).

Ma se l'assassinio fosse avvenuto a Urbino, ci diremmo che Aurelio Picca è stato profetico?
A vedere da come se la sono presa gli urbinati sul sito di ibs, Picca ci ha preso di più di Nowak (?).
Comunque sono due romanzi di cui ho letto solo parte del secondo, anch'io faccio cronaca, cioè racconto cose che non conosco millantando credito.

Invece L'esame di maturità di Picca l'ho letto. E lo consiglio. (Qui invece so di che cosa parlo).

E per la cronaca, un'amaca di Michele Serra.

A PROPOSITO DI GIALLI,

Stasera miniriunione di casa mia per assegnare i posti auto in cortile. Ci ospita la signorina D. che abita sul mio pianerottolo. La signorina Iole ha tra gli 85 e i 90 e abbiamo fatto la riunione con i biscotti della signora del primo piano e il pinot grigio stappato nel tinello, nei bicchieri a stelo decorati e ben sistemati sui piattini di peltro.
La signorina ha in soggiorno una scansia lunga tutta una parete di una sessantina di romanzi della collana Medusa della Mondadori. Io quando vado da lei ammiro il parquet a listelli e i dorsi verdi dei libri.
Ci raccontava, la signorina: stava leggendo un giallo di qualcuna che non ricordo, ed ecco che apre la busta con la réclame del Club degli Editori e nello strillo del prossimo romanzo non c'è anche il riassunto con il racconto del finale del giallo che sta leggendo lei? E allora - dice la signorina Iole - io al club degli Editori non gli compro più nemmeno un libro.
Eccome se le ho dato ragione, bisognerà scrivere una lettera al Club degli Editori per prostestare. E poi una di queste risate da vecchi: l'ha visto lei, professore, Fazio alla tv domenica?
No, dico, la mia tv è colonizzata dalle bambine e poi non ho molto tempo...
Perché anche la Littizzetto se l'è presa con i recensori dei film che raccontano sempre i finali, mi dice.


E A PROPOSITO DI MAPPE, INVECE,

ho negli occhi le mappe-indice dell'Enciclopedia Einaudi. E poi gli indici a "rete tematica" del Dizionario dei temi letterari Utet. Fra gli scaffali-labirinto della biblioteca comunale.
E le mappe incredibili di strange maps.
Intanto altri hanno guardato la mappa che ho fatto io e che alla fine è uscita come una nave.

(Mentre gli studenti fanno il loro tema, io da una parte scarabocchio sull'agenda le mie mappe personali.)


postato da: mics alle ore 01:53 | link | commenti (9)
categorie: scuola, miti, scrittura, poetiche, chiusure cognitive, fatti di mics
02/11/2007

Stige servizi

Questa è pubblicità (non) occulta.

Perché se vai al cimitero, a Trento (ma a quanto pare l'azienda prospera e opera anche a Monza e San Benedetto Po), metti che ti sei dimenticato dov'è la tomba di x o y, o non sai l'ora del funerale, se c'hai il palmare o il blackberry ti connetti al sito, oppure ci sono le colonnine informative della STIGE servizi.net.

No, perché, voi c'avreste un nome migliore per questo utilissimo servizio?

(non è che l'ho vista davvero la colonnina, sembra un bancomat, o un parcometro, però quando s'è intravista al tg regionale m'è sceso un brividino giù per la schiena...)

(la miscredenza di fondo mi ha fatto disertare i cimiteri per un po' di anni;  sarà l'età che avanza, ultimamente sono meno definitivo e più pietoso; però non avrò il piacere dell'approccio telematico, i miei cari defunti sono a Rovereto, là si va ancora a memoria, prendi su il tuo innaffiatoio di zinco del Comune e tra le file ogni tanto dai delle occhiate intorno se dagli anni passati è cambiato qualcosa)

.. sol chi non lascia eredità d'affetti
poca gioia ha dell'urna...


Visualizzazione ingrandita della mappa
postato da: mics alle ore 00:15 | link | commenti (1)
categorie: miti, vita di provincia
23/10/2007

CINEMA

Ho imparato il cinema in due posti.

Al cinema dell'oratorio Rosmini. Centocinquanta lire. Ghiaccioli e caramelle Charms.
Con Franco Franchi, Terence Hill e Charlton Eston che divideva le acque del Mar Rosso. Rocky Balboa. Jacques Cousteau. Yuppi du.
Dopo il cine una partita a calcio nel campo al quale si accedeva direttamente dalle uscite di sicurezza.
(Ci sono ritornato domenica pomeriggio a vedere i cartoni animati con le bambine e ci sono le stesse scale, le stesse ringhiere).
Niente caramelle Charms. Finite.

Andavo al cine alla domenica mattina, al sabato pomeriggio, il mercoledì alle sei. Ci andavo sempre.

L'altro posto è il cinema Vittoria (niente link). Dove mio zio faceva il proiezionista. E' una storia vera. Lui dormiva su una branda durante le proiezioni, lo svegliavo quando stava per finire la pellicola e doveva cambiare la pizza. Io mi vedevo i film due tre volte di seguito. Dal finestrino di servizio. Era meraviglioso; ore infinite.
(Il cinema Vittoria non c'è più: grandi magazzini, poi la succursale didattica di un museo).
(C'era un bellissimo parquet, dieci metri dalla prima fila allo schermo, listelli 2 cm x 10).
(C'era un meraviglioso orologio a tessere. Scattavano i minuti. Io che non ero capace di aspettare ma ero arrivato venti minuti in anticipo mi allenavo a contare i secondi e a sfidare il tempo a essere uguale al mio pensiero).
Sole rosso. Dersu Uzala. I magnifici sette. Billy the kid. Hollywood party. Papillon.
postato da: mics alle ore 00:03 | link | commenti (3)
categorie: miti, vita di provincia, poetiche, macchina ideale, fatti di mics
10/10/2007

NOBEL DELLA LETTERATURA A HARRY POTTER

AGGIORNAMENTO
Doris Lessing non era nella lista.

cantrice dell'esperienza femminile, che con scetticismo, passione e potere visionario ha messo sotto esame una civiltà divisa

Sulla repubblica dimostrano di credere molto nel valore immateriale del premio e scrivono in capo all'articolo:
"Felicissimi" gli agenti della scrittrice: "E' un riconoscimento grandemente meritato e siamo assolutamente felici", commentano dalla società Jonathan Clowes Ltd., che rappresenta la Lessing da anni


...............................


I broker danno Magris 6 a1 e Philip Roth 7 a 2.
Scommetterei: però in Italia ci sono dei filtri sulle società di scommesse online.
Per il gioco d'azzardo, ripiegherò sul campionato di calcio (si può scommetetre su tutto, fino alla C1).

Se scorro la lista, per esempio di Ladbrokes, mi viene da dire che il mio favorito con delle chances è Philip Roth. Poi mi piacerebbe vincessero anche Michael Ondaatje, Michel Tournier, Cormac Mc Carthy, Milan Kundera, Don De Lillo, Antonio Tabucchi.
Però può darsi che lo vinca Eco.
Michel Tournier però lo preferisco a tutti.

E perché no Bob Dylan (dove abbiamo lasciato Leonard Cohen?).

Però il massimo sarebbe se lo prendesse J. K. Rowling, perché Harry Potter è Harry Potter e anche se è data 110 a 1 potrebbe anche farcela.
postato da: mics alle ore 21:04 | link | commenti (2)
categorie: letteratura, miti
13/09/2007

CAMPIONI

Al Dopolavoro Ferrovieri lì accanto ci passano i treni merci con i loro container come alberi di mele visti dalla statale.
C'è la gara di bocce e mia mamma ha dimostrato di essere una campionessa.
Perché ha perso la prima eliminatoria 11-1.
E come i campioni quando prendono una scoppola dopo si rifanno immediatamente.
La seconda eliminatoria la gioca contro un posatore di asfalto in canottiera a costine.
Perché è settembre ma siamo sui 25 gradi.
Me, mi metti lì alle bocce, basta che ci sia un tabellone segnapunti e sono a casa mia.
(I segnapunti non sono quelli del Cinzano anni 60, è lo stesso).
Bocciodromo.
Mia mamma comincia male, mette quattro bocce ma pendono tutte da una parte, va sotto 0-2.
Poi tira fuori la grinta. Arriva 9-2. Ha messo sotto il posatore di asfalto in pensione.
Basta ancora 2 punti. E' fatta. Però lui ci mette un po' di culo e arriva a 9-6.
Gli uomini entrano e escono dal magazzino, dove si fanno qualche bicchiere.
Bottiglie col tappo a corona.
Il tappo a corona?
Esistono ancora le bottiglie col tappo a corona?
Mia mamma mette sul pallino una boccia magistrale. Quell'altro spreca le sue quattro. Lei fa anche l'ultimo punto.
Mano ruvida (credo) dell'asfaltatore nella mano della vincitrice.
Passano anche i treni passeggeri: penso ogni volta a una pellicola e alla sigla del film del lunedì, al jingle di Lucio Dalla.
Lo sconfitto passa in magazzino per tirarsi su con un goccio. Dice che quel campo lì lui non l'ha mai capito, le bocce gli calano e non sa mai da quale parte.

Mi dicono: cosa vuoi salvare delle cose vecchie?
Io rispondo senza nemmeno un dubbio: il dopolavoro. E le bottiglie di rosso col tappo a corona. E gli ex asfaltatori con l'artrite.
E le campionesse che alla fine mettono via le cose e passano un panno intorno alle bocce e le infilano nella sacca mentre commentano che insomma neanche questa partita qua non l'hanno mica fatta al massimo delle possibilità.

(Diventa campione anche tu: x)


postato da: mics alle ore 23:10 | link | commenti
categorie: miti, poetiche, chiusure cognitive
11/09/2007

INFANZIA INFANS

spuìć miz

biserdola scarbonaz bisi

móia géra

bine zirézi vis’ce asédo

arfi téga spontòm driblin’ ciàpela capot

tarzam simie

balonzina paloti cròs

el snéga el néga miga córer filàr nar de bala

braghéte maiéta baréta

varé ch’el vegn

l'ariva el micéla

 

saliva bagnato

lucertola saettone serpenti

spiaggetta ghiaia

vigne allineate ciliegi fruste aceto

fiato colpo forte colpo di punta dribbling prendila ko

tarzan scimmie

balonzina paloti cross

puzza da morire annega niente correre filare andare in fretta

pantaloncini maglietta berretto

attenti che arriva

arriva il Michelino

 

saettone: serpente detto anche colubro di esculapio (zamenis longissimus), localmente anda o carbonaz o scarbonaz

balonzina e paloti: giochi con la palla


postato da: mics alle ore 15:01 | link | commenti (3)
categorie: parole, miti, poetiche, chiusure cognitive
25/07/2007

DEA BAREA

La superficie del mare brillava come una corazza di cristalli. La costiera di alberi pettinati si protendeva sugli scogli e sulla sabbia di quarzo. Urla di gabbiani sulle isole sui fari. Le fragili sterne tremavano nell'aria tersa, si immobilizzavano nel vento e precipitavano alla pesca, frecce bianche che si infilavano nella superficie scintillante.
Dalla terra è apparsa la dèa.
Mai vista.
Inaudita.
La dèa Barèa.
E' uscita dall'era ancestrale.
La dèa della pelle d'oca, del vento.
La dèa rossa, uscita dal fuoco.
Creatura creata da sé: fatta di sabbia. Il vento la disperde e la ricompone in forme variate.
Tutte le dèe riunite nella dèa Barèa.
Gigantesca.
Invadente.
Il sentimento del mare e della terra.
Dèa cammeo.
Danza sugli elisèi.
Suscita una canèa.
La dèa granchio.
Zanne color delle calle, bocca di patè di fegato, pelle d'ostrica, petto a chela.
TI prende e ti porta via.
barea
postato da: mics alle ore 10:35 | link | commenti
categorie: miti, poetiche, estate a finistére
11/07/2007

MITI MIEI 12 - Le rose di Modì

La poetessa Anna Achmatova incontrò Modigliani a Parigi quando lei aveva vent'anni (ed era in viaggio di nozze), lui ne aveva ventisei ed era disperso, dannunziano e trascurato da critici e collezionisti. 1910.

Aveva la testa di Antinoo e occhi dalle scintille d'oro. Non assomigliava a nessuno al mondo. La sua voce mi è rimasta sempre nella memoria. Lo sapevo povero e non si capiva di che vivesse; come artista, nemmeno un'ombra di riconoscimento.

Una volta, probabilmente per esserci male accordati, recatami da Modigliani non lo trovai a casa: decisi di aspettare qualche minuto. Avevo in mano un fascio di rose rosse. La finestra sopra il portone chiuso dello studio era aperta. Non sapendo che fare, cominciai a buttare dentro lo studio quei fiori uno a uno. Poi, non vedendolo venire, me ne andai. Quando ci incontrammo, egli espresse il suo stupore che io non fossi riuscita a entrare nella camera, di cui lui aveva la chiave. Gli spiegai. Disse: "Non può essere, erano disposte così bene..."





postato da: mics alle ore 14:50 | link | commenti (2)
categorie: miti, poetiche, macchina ideale
06/07/2007

MITI MIEI 11 - CLAUDIO RINALDI (anche da BLOGGER)

Claudio Rinaldi me lo ricordo come giornalista e poi direttore dell'Espresso, quando l'Espresso era tutto ancora leggibile, non come adesso quando si resiste sì e no alle rubriche dalla cultura in poi saltando comunque le pagine di pubblicità e di marchette.
Negli anni quando ho fatto il giornalista nel mio pantheon c'era anche lui (altri: Vittorio Zucconi, Gianni Mura, Luigi Veronelli).
E' morto abbastanza giovane il 4 luglio (era malato da vent'anni di sclerosi multipla).
Ha tenuto un blog fino al 2 luglio, data dell'ultimo articolo.
Chapeau
.
(Se ne parla anche qua).

postato da: mics alle ore 22:44 | link | commenti
categorie: miti, poetiche
26/06/2007

MITI MIEI 10 - LUIGI MENEGHELLO

Poco più di dieci giorni fa Luigi Meneghello è venuto a Trento per un omaggio della biblioteca comunale.
Dovevo scrivere un articolo e così l'ho raggiunto insieme ad altri mentre visitava il Castello del Buonconsiglio. Era nella Torre Aquila, dove c'è un famoso ciclo medievale di affreschi sui mesi. Li ammirava, campi pieni di contadini indaffarati. La vita nel tempo meteorologico, nella terra che cambia insieme alle stagioni.
"Posso restare qui per sempre?" ha detto.
"Piantiamo due tende qua e ci fermiamo per qualche giorno" ha detto.
Sull'affresco di ottobre c'è una vendemmia e secondo lui l'uva che raccoglievano era la schiava.

Il resto l'aveva lasciato abbastanza indifferente, tranne il giardino.

Stava preparando il discorso per l'attribuzione di una laurea onorifica all'università di Palermo, che l'avrebbe accomunato a un altro grande contemporaneo, Vincenzo Consolo. Come sempre, la stava preparando con cura attentissima, sapeva quanta attesa c'era per i suoi interventi e i suoi scritti.

Ci sono un paio di passi di opere importanti, per me, uno è qui. L'altro è a pg. 37 dell'edizione oscar mondadori di Libera nos a Malo. Una bibbia più che un libro qualsiasi.

Ci sono due strati nella personalità di un uomo; sopra, le ferite superficiali, in italiano, in francese, in latino; sotto, le ferite antiche che rimarginandosi hanno fatto queste croste delle parole in dialetto. Quando se ne tocca una si sente sprigionarsi una reazione a catena, che è difficile speigare a chi non ha il dialetto. C'è un nòcciolo indistruttibile di materia apprehended, presa coi tralci prensili dei sensi; la parola del dialetto è sempre incavicchiata alla realtà, per la ragione che è la cosa stessa, appercepita prima che imparassimo a ragionare, e non più sfumata in seguito dato che ci hanno insegnato a ragionare in un'altra lingua. Questo vale soprattutto per i nomi delle cose.
Ma questo nòcciolo di materia primordiale (sia nei nomi sia in ogni altra parola) contiene forze incontrollabili proprio perché esiste in una sfera pre-logica dove le associazioni sono libere e fondamentalmente folli. Il dialetto è dunque per certi versi realtà e per altir versi follia.
Sento quasi un dolore fisico a toccare quei nervi profondi a cui conduce basavéjo e barbastrìjo, ava e anguàna, ma anche solo rùa e pùa. Da tutto sprizza come un lampo-sgiantìzo, si sente il nodo ultimo di quella che chiamiamo la nostra vita, il groppo di materia che non si può schiacciare, il fondo impietrito.

Luigi Meneghello è morto stamane. Era uno dei più grandi scrittori europei.



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categorie: miti, poetiche
19/05/2007

MITI MIEI - BEATRICE DIVA AVANT-POP

In un racconto di Primo Levi il protagonista finisce in un villaggio abitato dai personaggi letterari.
In una casa abita Beatrice. Sì, lei, l'angiola bellissima di Dante.

L'angelica, mostruosa Beatrice, che vuole tutti al suo servizio, non esce mai, non parla con nessuno, non mangia che ambrosia e nettare surgelati, e che, con le protezioni di cui gode, non c'è speranza di togliercela di torno, né ora né in un prevedibile futuro. Le stavo dicendo che solo adesso, con l'avvento delle materie plastiche e dell'elettronica, i gestori sono riusciti a soddisfare qualcuna delle sue fisime. Vedesse dentro: è un concentrato della Fiera di Milano, a meno del fracasso, naturalmente. Lei cammina solo su poliuretano espanso, spesso un metro, come un saltatore con l'asta: scalza, beninteso, e avvolta in veli di nylon. Niente luce diurna: solo tubi a catodo freddo, rosa viola e celesti; un'orgia di falsi cieli di metacrilato, false stelle fisse di hastelloy, falsa musica delle sfere fatta sull'organo elettronico, false visioni tv in circuito chiuso, false estasi farmacologiche, e un Primo Mobile di pyrex che è costato tre milioni al metro quadrato. E' insopportabile, insomma: ma quando uno è un personaggio di Dante, qui è tabù. A mio parere è una situazione tipicamente mafiosa: perché Paolo e Francesca devono continuare a fare all'amore indisturbati ( e mica solo nel turbine, mi creda), mentre i Poveri Amanti hanno un mucchio di difficoltà coi guardiaparco? Perché Cacciaguida nello chalet in cima alla collina, e Somacal, che già ne ha viste tante, giù nella baracca che non prende mai il sole?

Nel parco, da Vizio di forma

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categorie: miti, poetiche
13/03/2007

MITI MIEI 8 - IAGO

Mi chiedo sempre che cosa ne è stato di Iago, dopo.
Gli strappano la lingua.
Lo lasciano marcire in una gabbia appesa alle mura di Famagosta.
Lo torturano e storpiano, lui irriconoscibile si rifugia in una stamberga sulle rive del Brenta, muto, contempla le acque che scorrono.

Credo in un Dio crudel che m'ha creato

simile a sè e che nell'ira io nomo.

Dalla viltà d'un germe o d'un atòmo

vile son nato.

Son scellerato

perchè son uomo.


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categorie: letteratura, miti, poetiche
27/02/2007

MITI MIEI 7 - I ribelli del Missouri

Il Missouri è diverso. Non è il far west.
Noi laggiù nella guerra di secessione abbiamo indossato le uniformi grigie dell'Unione perché non c'era scelta, eravamo poveri e in più eravamo dalla parte sbagliata.
Sempre meglio di quelle giubbe blu con le loro facce da yankee delle città del nord.
Noi eravamo poveri e fedeli. Fino alla fine, anche al generale Lee, un eroe.
C'era una sola via, fuori dalla legge.
Zee e io eravamo giovani, lei mi ha sempre seguito. Si chiamava come mia madre, Zerelda.
Poi ci sono i traditori, ma doveva finire prima o poi. Non avevo illusioni.
Nessuno più rapido di me. Rapine spietate e geniali. Come Robin Hood. C'era una nazione da riscattare; dei poveri da inorgoglire.
I giornali parlavano di me. ERo un eroe. Le taglie crescevano. Gli sgherri di Pinkerton perdevano le mie tracce.
Il nostro mondo laggiù. Nel Missouri.
Quando ce lo ricordiamo, con i miei amici, sorridiamo ancora di stupore per tutto quel caldo, per la povertà, per la lentezza del fiume. I miei amici? Zagor, Huck e Tom Sawyer.
Mi chiamavano Jesse. Jesse James. Il ribelle.

Harvey Clegg, I ribelli del Missouri, AMZ editore, 1969
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categorie: miti
20/02/2007

MITI MIEI 6 - LA R4

In una rivista di design da fighetti (quelle che leggo sempre, per intenderci) c'era una volta la comparazione di come si è evoluta l'ingegneria. "Prima", cioè ingegneria primitiva, c'era una Renault 4, le fessure fra le portiere ben marcate; "dopo" c'era una Yaris, senza nemmeno una commessura più larga di pochissimi millimetri.
E' uno dei segni della decadenza dei tempi.
Uno dei segni degli anni 2000 come gli anni viziati, gli anni "no problem".
Perché le fessure della carrozzeria sulla Renault 4 non sono difetti, sono parte integrante della qualità della vita.

La prima R4 bianca è del 1990. Di seconda mano da un panettiere di Terragnolo. Ha finito i suoi giorni con la testa del motore fusa in una notte di novembre piovosa sulla statale fra Rovereto e Trento.
La seconda R4, sempre bianca, di terza mano, ha chiuso la sua vita nel 1995, assalita dalla ruggine.
Marce in alto, leva del freno a mano che esce da sotto il cruscotto, tergicristalli cromati, portellone cigolante, finestrini ad apertura orizzontale su guida, vel max 115, consumi altissimi, impianto luci capriccioso (dotazione di fusibile da aggiornare sempre), parabrezza quasi verticale (tiene lontano il caldo, abbaglia come uno specchio gli altri guidatori). Indistruttibile.
Dopo le R4, altre macchine anonime, magari con le loro storie, ma del tutto trascurabili rispetto a quei miti originari.




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categorie: miti
17/02/2007

MITI MIEI - 5 - GIORGIO BASSANI

E' la voce di Orson Welles in "La ricotta" di P.P. Pasolini.
E' un maestro di stile.
Nella rapidità delle ellissi è simile a F. S. Fitzgerald.
Quasi inarrivabile la sua sintassi. Una sintassi che ha questo respiro qua, compreso il solecismo finale:

"E noi, dal canto nostro, ci eravamo talmente abituati al fatto che il vagone di seconda classe fosse riservato al capotreno, al controllore, al frenatore, e al graduato della milizia ferroviaria (ammiccanti e gentili fin che si vuole, i quattro, specie se fiutavano studenti del G.U.F., ma decisissimi a vietare ogni passaggio di classe abusivo), ci pareva ormai così naturale vederlo funzionare come una specie di circolo del Dopolavoro ferroviario, che da principio, quando il dottor Fadigati incominciò a venire a Bologna due volte la settimana, e prendeva costantemente il biglietto di seconda, da principio non gli badammo, di lui nemmeno ce ne accorgemmo".
postato da: mics alle ore 14:30 | link | commenti (1)
categorie: letteratura, miti
06/02/2007

IL VERO NOME

                                           perché insomma in tutte le versioni c'è questa cosa che la chiamavano così perché metteva la mantellina rossa e la teneva sempre sempre tanto che tutti si sono dimenticati come si chiamava veramente anche sua mamma anche sua nonna
                          perché fra i miti miei c'è anche lei
     bisognerà bene dedicarle una capitolo tutto suo
                                                                               ma
                       la domanda legittima
                                                                  è

come si chiamava per davvero Cappuccetto Rosso
prima di chiamarsi per sempre Cappuccetto Rosso

qui si preferiscono Alice
                                                  Martina
                                                                    Eva
                                                                               Elena              
         (perché questo mondo di padri che mettono a dormire le bambine con la storia
                        è fatto di
                                   questi personaggi qua,
                                       senza indugi e senza vergogne)
                                      (ma questa vicenda qua del nome vero non è da riderci sopra)
                                                       (c'ha la sua parte di questione fondamentale)
                                              (cioè, l'ipotesi Eva, dai, c'ha i suoi perché)
                                  (come archetipo cioè) (e per un'altra serie di perché anche Elena)
postato da: mics alle ore 00:53 | link | commenti (7)
categorie: miti, poetiche