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07/06/2008

Boris Pahor

Anticipazione di due articoli che appariranno domani sul "Trentino"

«Noi eravamo immersi in una totalità apocalittica, nella dimensione del nulla; quei due invece galleggiano nella vastità dell’amore, che è altrettanto infinito, e che altrettanto incomprensibilmente signoreggia sulle cose, le esclude o le esalta». Alla necropoli, dove si «vive la morte», lo scrittore triestino sloveno Boris Pahor torna dopo quasi vent’anni. Campo di concentramento di Natzweiler-Struthof, Vosgi. Il ritorno materiale sul luogo del male assoluto rimette in moto il ricordo, dà l’avvio al racconto. La memoria sboccia anche per contrasto: un carpentiere sostituisce delle assi sulla baracca dove una volta marcivano i condannati insieme al legno e le assi nuove con la loro incongruità turbano Pahor; due ragazzi («quei due») si sbaciucchiano al bordo del filo spinato. E così le assi nuove sono fagocitate dal male «col suo putrido succo» e i due innamorati definiscono per contrasto l’infinito del nulla con l’infinito del loro amore.

Boris Pahor sarà protagonista di un incontro proposto dalla biblioteca comunale in via Roma dopodomani martedì 10 alle 18, coordinato da Enrico Rossi (bibliotecario del Museo di Scienze Naturali e grande conoscitore di Pahor, di cui ha pubblicato articoli e interviste e che ha molto contribuito a far conoscere al pubblico).

Il libro pubblicato da Fazi, Necropoli, sta suscitando molto interesse e ha fatto scoprire finalmente Pahor al pubblico più ampio: a 95 anni è invitato in tv, riempie le pagine culturali. Se lo meritava prima, come avevano capito alcuni intellettuali ed editori trentini giù parecchi anni fa. Sarà stata l’affinità di essere scrittori di frontiera.

Necropoli è uno dei più grandi libri sui lager. Sarebbe già abbastanza. Ma è anche di più. Come Primo Levi anche Pahor sa analizzare l’inanalizzabile, dire l’indicibile proprio perché riesce ad asciugare il racconto, a usare solo la retorica della realtà. Perché i lager non sono tanto un valore del male in sé, ma lo significano ed è quando si attinge a questo significato che si tocca il senso dell’apocalisse. Ecco la consapevolezza, ecco anche il senso di colpa che Pahor testimonia (ma da cui non si fa paralizzare) nell’insistere a ricordare gli scomparsi. «Sono ingiusto, lo so» scrive in un passaggio del libro; e a febbraio, durante una trasmissione tv, invitò il pubblico ad applaudire non lui ma quelli che dai lager non sono tornati.

Quest’ultima pubblicazione di Pahor in Italia, scrive Claudio Magris, «è un libro eccezionale, annoverato da decenni fra i capolavori della letteratura dello sterminio, che riesce a fondere l’assoluto dell’orrore – sempre qui e ora, presente e bruciante, eterno davanti a Dio – con la complessità della storia». Un libro che guarda al futuro, è stato scritto, che non indugia con la reorica e le recriminazioni; un libro che richiama l’Europa e la rimprovera, che bacchetta i nazionalismi proprio nei giorni in cui le due patrie di Pahor, Italia e Slovenia, hanno visto cadere la barriera dei vecchi e apparentemente inamovibili confini. Una vitalità, un servire al futuro che si trovava anche ne Il petalo giallo (Nicolodi, 2002): «Nonostante tutto il male che ti è toccato, tu sei viva, puoi prestare ascolto alla natura e scrivere – magnificamente, come tu sai fare – un inno all’amore».

Pahor ha una cifra netta, ben nota ai suoi lettori non dell’ultima ora, che è quella di un’attenzione capace di definizioni fulminanti, illuminanti, intense sulla storia collettiva e individuale: frutto, è stato detto, della sua provenienza popolare e della frequentazione con la cultura balcanica e mitteleuropea, qualcosa che ha a che fare con Trieste e il nord-est, quel nord-est della cultura di cui ha dato definizioni chiave anche Carlo Sgorlon (inventore anche di questa definizione così in voga per altri motivi mercantili e politici); allo stesso modo sta alla base della finezza e dell’essenzialità di Pahor anche l’attenzione alle popolazioni oppresse, come gli zingari, e alle nazionalità marginali, a quelle di frontiera e a quelle negate. È così anche negli altri suoi libri, tutti pubblicati in Italia prima di questo ultimo successo dall’editore roveretano Nicolodi. 
 
 

2. LA “VIA TRENTINA” 

C’è una “via trentina” per Boris Pahor. Non solo perché assomigliano a quelle trentine la sua sensibilità e la sua scrittura tutto sommato “di frontiera”: uno stiel forte, capace di aprirsi dal sentimento locale a quello transnazionale e “umano”, insomma niente a che fare con localismo, provincialismo, nazionalismo.

L’incontro fra Pahor e il Trentino è un incontro di grande cultura e grande intelligenza, che nasce nell’alvo di piccole e colte case editrici come la roveretana Nicolodi / Zandonai, ma anche di grandi enti culturali come la Fondazione Kessler o le biblioteche pubbliche.

Non è un caso, per esempio, che a parlare di Necropoli abbia iniziato prima degli altri Enrico Rossi, che ha intervistato Pahor per le pagine de “La stampa” nel 2007, quando il libro era tradotto in Italia dalle minuscole Edizioni del Consorzio culturale del Monfalconese di Ronchi dei Legionari e che su quel giornale ha sempre recensito nel corso degli anni i libri dello scrittore, a testimonianza di una lunga e fedele frequentazione.

Nel 2001 un estratto di La culla del mondo (in sloveno Zibelka sveta, pubblicato poi da Nicolodi con il titolo Il petalo giallo) è apparso sulla rivista “Comunicare letterature lingue” dell’allora Itc e oggi Fondazione Kessler, accompagnato da una corposa intervista di Marco Pontoni e Giuliana Dallafior.

Tutti i libri di narrativa precedenti a Necropoli sono stati pubblicati da Nicolodi, oggi Zandonai, il sofisticato editore roveretano: Il rogo nel porto, trad. Mirella Udrih-Merku, Diomira Fabjan Bajc, Mara Debeljuh, 2001; La villa sul lago, trad. Marija Kacin, 2002; Il petalo giallo, trad. Diomira Fabjan Bajc, 2004.
postato da: mics alle ore 16:26 | link | commenti (1)
categorie: libri, letteratura, articoli, scrittura, giornali, poetiche
04/04/2008

... questo è lo scarto di una serie di tentativi preparati per una rivista ...

      Mise en abîme di Michele Strogoff 

      “ Dopo aver letto Cattedrale ho provato voglia di essere cieco.

      Come quando si ha voglia di essere miserabili dopo aver letto Céline”.

      Sandro Veronesi 

      Devo il mio nome di battesimo a mio trisnonno materno, Michele Strogoff. Lo accecarono accostandogli agli occhi una spada incandescente, secondo il feroce rito tartaro; ma, come succede nei romanzi, la devota Nadia lo accompagnava e vedeva per lui. E vagò nella steppa con una benda sugli occhi e la nostalgia d’amore come una specie di aureola.

      Mia madre porta il nome di sua nonna, la figlia di Michele Strogoff, messaggero dello Zar. Il nome di mia madre era Aureola Strogoff. Possiedo una sua fotografia in cui tiene in mano una fotografia in cui lei giovane tiene in mano una fotografia del trisnonno Michele. Tutti hanno gli occhi bendati.

      Quando ho letto quel racconto di Raymond Carver intitolato Cattedrale, in cui una coppia invita a cena un amico cieco, ho pensato per l’ennesina volta al trisnonno e a nonna Aureola, alle nostre bende sugli occhi che sono una tradizione di famiglia, alla nostra nostalgia dell’amore e dell’avventura, al difetto che ha la nostra vista quando la recuperiamo provvisoriamente.  A mio biscugino Michel Le Rue, l’ultimo guardiano del faro Ar-Pen al largo della Bretagna, prima dell’illuminazione automatizzata. Conosceva la luce nonostante la cecità parziale permanente e quella totale intermittente.

      Quando ci vediamo, noi di famiglia, comunque manteniamo la cecità periferica, non cogliamo la visione con la coda dell’occhio, chissà che cosa ci perdiamo. Questo non possiamo farcelo raccontare, nessuno ci riesce adeguatamente e nessuno lo reputa importante.

      I suoi occhi  erano  d'un  azzurro  cupo,  con  lo  sguardo diritto,  franco, inalterabile,  e brillavano sotto un'arcata i cui muscoli sopraciliari, un po' contratti,  dimostravano grande coraggio,  quel "coraggio senza collera degli eroi",  secondo l'espressione  dei  fisiologi.  Il  naso pronunciato,  dalle  narici  larghe,  sovrastava una bocca simmetrica, dalle labbra un poco sporgenti, proprie di un essere generoso e buono. Michele Strogoff aveva il temperamento dell'uomo  deciso,  che  prende rapidamente la sua   risoluzione,   che  non  si  rode  le  unghie nell'incertezza.

      Non si deve commettere l’errore di immedesimarsi nei personaggi dei romanzi. Sono figure che si muovono nell’area laterale della vista; sono inganni, fantasmi, ombre di animali di cui tratteniamo la memoria del timore degli antenati ancestrali. Precipitati di immaginazione, anti-vita, troppo partecipi della trama per tentare di decifrarla. Il bovarismo è come il vizio di rosicchiarsi le unghie, significa restare nell’incertezza dell’infanzia.

      Invece non siamo tanto quello che immaginiamo di essere quanto quello che nostra madre ha creato.

      Michele Strogoff fu allora condotto davanti all'emiro,  e là rimase in piedi, senza abbassare gli occhi.

      - Fronte a terra!  -  gridò Ivan Ogareff.

      - No!  -  rispose Michele Strogoff.

      - Scacciate quella donna!  -  disse Ivan Ogareff.

      Due soldati respinsero Marfa Strogoff. Ella indietreggiò, ma rimase in piedi, a qualche passo da suo figlio.

      Comparve l'aguzzino.  Questa volta teneva  la  sciabola  sguainata in mano, e quella sciabola era incandescente,  perché era stata ritirata allora dal braciere dove ardevano i carboni profumati.

      Michele Strogoff sarebbe stato accecato secondo  il  costume  tartaro, con una lama incandescente, passata davanti agli occhi!

      Michele Strogoff non tentò di opporre resistenza. Per i suoi occhi non esisteva  più nulla all'infuori di sua madre,  ch'egli divorava con lo sguardo! Tutta la sua vita era in quell'ultima immagine! Marfa Strogoff,  con gli occhi smisuratamente spalancati,  le  braccia tese verso di lui, lo guardava!...

      La lama incandescente passò davanti agli occhi di Michele Strogoff.

      Risuonò un grido disperato. La vecchia Marfa cadde svenuta al suolo!

      Michele Strogoff era cieco. 

      Vediamo quello che gli occhi di Nadia vedono e sappiamo sempre un po’ di più di quello che ci raccontano coloro che vedono meglio con gli occhi. La nostra storia è fatta di racconti e di fotografie che contengono altre fotografie. 

      Questo si tramanda nella nostra famiglia di bendati, fin dal trisnonno Michele Strogoff, corriere dello Zar, cresciuto fra le province di Omsk e Tobolsk, autore del famoso viaggio fra Mosca e Irkutsk, bendato e aureolato di nostalgia d’amore.

postato da: mics alle ore 21:50 | link | commenti (1)
categorie: libri, letteratura, miti, scrittura
20/02/2008

RACCOLTA DIFFERENZIATA

postato da: mics alle ore 22:01 | link | commenti (1)
categorie: libri, scrittura, chiusure cognitive
02/02/2008

PANCHINE PUBBLICHE 3 - Brassens

Ultimi giorni nervosi, un po' per stanchezza da sovradosaggio scolastico, un po' perché non riuscivo a finire un reading che devo preparare per il 14 febbraio. Così adesso c'è qualche giorno di vacanza sotto carnevale e soprattutto ho finito l'antologia poetica per il 14, immolando delle ore di sonno e con il concorso della Alice-babysitter.

Fra le cose che mi capitano sotto mano, ecco una che mi è piaciuta di più.



GLI INNAMORATI DELLE PANCHINE
(Les amoureux des bancs publics)
Georges Brassens 1954
La gente che guarda di traverso
pensa che le panchine verdi
che si vedono sui marciapiedi
siano fatte per gli invalidi o per gli obesi
Ma questa è un'assurdità
ché in verità
son là, com'è ben noto
per accogliere qualche volta gli amori debuttanti

Gli innamorati che si sbaciucchiano sulle panchine
fregandosene degli sguardi obliqui
dei passanti onesti
Gli innamorati che si sbaciucchiano sulle panchine
dicendosi dei "Ti amo" patetici
hanno dei visini così simpatici
Les Amoureux des bancs publics
si tengono per la mano
parlano del domani
della carta da parati azzurra
che rivestirà i muri della loro camera da letto
si vedono già dolcemente
lei a cucire, lui a fumare
in un benessere sicuro
e a scegliere il nome del loro primo bambino

Quando la sacra famiglia Tal dei Tali
incrocia sul suo cammino
due di questi screanzati
li squadra severamente con propositi velenosi
Ciò non impedisce che tutta la famiglia
il padre, la madre, la figlia,
il figlio, lo spirito santo
vorrebbe qualche volta potersi baciare come loro

Quando i mesi saranno passati,
quando saranno appassiti
i loro bei sogni fiammanti
quando il loro cielo si coprirà di grandi nuvole pesanti
S'accorgeranno emozionati
che è al rischio delle strade
su una di quelle famose panchine
che han vissuto il miglior momento del loro amore


postato da: mics alle ore 16:13 | link | commenti (1)
categorie: letteratura, scrittura, poetiche, fatti di mics
13/01/2008

PLATONICO

Possesso palla platonico del Milan.

Mentre tutti dormono già correggo qualche compito, preparo le lezioni di domani, do un'occhiata ogni tanto alla cronaca della partita.

Il Milan vince 5 a 2. La partita non ha niente da raccontare.

Commento:
Possesso palla platonico del Milan.

A quando:
Ronaldo rovescia in rete una rombocannonata nietzschiana ?
postato da: mics alle ore 22:34 | link | commenti (2)
categorie: internet, scrittura, giornali, poetiche, chiusure cognitive, fatti di mics
08/01/2008

STORIE DI VETRO

Alla radio in macchina - mentre andavo a ritirare un pacco in zona industriale da un fastidioso corriere in uno squallido capannone in uno sporco piazzale  in quell'ora che non è niente fra le 18 e le 19 -
Eugenio Finardi parlava in modo elegante di uno dei tre racconti della Trilogia di New York di Paul Auster, Città di vetro.
Non so perché diffido di Paul Auster, forse perché ho abbandonato qualcosa di suo, l'avevo trovato noioso. Ma non credo sarà per sempre così. La trilogia dev'essere su qualche scaffale della libreria.
Mi è piaciuto Finardi e anche ascoltare qualche brano alla radio. Ma non mi ha fatto venire voglia di leggerlo.
Forse troppa metafisica.
Diffido anche di Finardi, in generale, ma mi è simpatico, poi oggi l'ho trovato anche abbastanza profondo, che per uno che fa canzonette...

Poi c'è un'altra cosa che non so. Perché detesto così tanto i corrieri.
Sulla zona industriale di Spini e sul settore E ho qualche decisiva certezza in più.
Quando avevo quindici anni La musica ribelle ed Extraterrestre hanno fatto una certa differenza, non metafisica.

postato da: mics alle ore 00:07 | link | commenti
categorie: parole, libri, scrittura
08/11/2007

GIALLO + MAPPE

Leggo questo articolo, non capisco se è agghiacciante o ridicolo. Pare che una minuscola casa editrice abbia pubblicato un romanzo in cui due fatti di cronaca recenti (cronaca! non storia o idee o grandi azioni creative: cronaca! come se non avessimo altro nelle nostre vite che questa invadentissima minimissima intempestivissima turpe cronaca)  fanno parte di una trama inventata. L'arrossata fontana di Trevi e quella povera ragazza sgozzata a Perugia. Mi chiedo se sia insuficiente a se stessa la cronaca, che assomiglia a un romanzo, o ben riuscito il romanzo, che assomiglia alla cronaca (sthendaliano, direi).

Ma se l'assassinio fosse avvenuto a Urbino, ci diremmo che Aurelio Picca è stato profetico?
A vedere da come se la sono presa gli urbinati sul sito di ibs, Picca ci ha preso di più di Nowak (?).
Comunque sono due romanzi di cui ho letto solo parte del secondo, anch'io faccio cronaca, cioè racconto cose che non conosco millantando credito.

Invece L'esame di maturità di Picca l'ho letto. E lo consiglio. (Qui invece so di che cosa parlo).

E per la cronaca, un'amaca di Michele Serra.

A PROPOSITO DI GIALLI,

Stasera miniriunione di casa mia per assegnare i posti auto in cortile. Ci ospita la signorina D. che abita sul mio pianerottolo. La signorina Iole ha tra gli 85 e i 90 e abbiamo fatto la riunione con i biscotti della signora del primo piano e il pinot grigio stappato nel tinello, nei bicchieri a stelo decorati e ben sistemati sui piattini di peltro.
La signorina ha in soggiorno una scansia lunga tutta una parete di una sessantina di romanzi della collana Medusa della Mondadori. Io quando vado da lei ammiro il parquet a listelli e i dorsi verdi dei libri.
Ci raccontava, la signorina: stava leggendo un giallo di qualcuna che non ricordo, ed ecco che apre la busta con la réclame del Club degli Editori e nello strillo del prossimo romanzo non c'è anche il riassunto con il racconto del finale del giallo che sta leggendo lei? E allora - dice la signorina Iole - io al club degli Editori non gli compro più nemmeno un libro.
Eccome se le ho dato ragione, bisognerà scrivere una lettera al Club degli Editori per prostestare. E poi una di queste risate da vecchi: l'ha visto lei, professore, Fazio alla tv domenica?
No, dico, la mia tv è colonizzata dalle bambine e poi non ho molto tempo...
Perché anche la Littizzetto se l'è presa con i recensori dei film che raccontano sempre i finali, mi dice.


E A PROPOSITO DI MAPPE, INVECE,

ho negli occhi le mappe-indice dell'Enciclopedia Einaudi. E poi gli indici a "rete tematica" del Dizionario dei temi letterari Utet. Fra gli scaffali-labirinto della biblioteca comunale.
E le mappe incredibili di strange maps.
Intanto altri hanno guardato la mappa che ho fatto io e che alla fine è uscita come una nave.

(Mentre gli studenti fanno il loro tema, io da una parte scarabocchio sull'agenda le mie mappe personali.)


postato da: mics alle ore 01:53 | link | commenti (9)
categorie: scuola, miti, scrittura, poetiche, chiusure cognitive, fatti di mics
22/10/2007

INFOLDERARE

Questa è una delle volte che Gianluigi Beccaria su Ttl mi è piaciuto.

Ogni tanto m'imbatto in parole nuove che non mi piacciono, ma poi man mano, con una certa fatica, ci si abitua. Capita spesso con gli anglismi. Proprio non sopporto infolderare, anche se c'è chi già lo usa in senso metaforico, scherzoso, per «nascondere», da folder, parola inglese anch'essa accolta dalla nostra lingua nel senso di «cartella», «raccoglitore di fogli», e «cartella di un programma informatico». Vedo che in campo aziendale usano piccoli mostri come rebrandare, per rinominare, cambiare marchio, da brand marchio, altro anglismo insopportabile. Passati ormai editare, o replicare, di origine informatica, nel senso di «rispondere per posta elettronica» (da to replay, mentre il replay calcistico nel senso di «moviola» è soltanto nostro, di noi più inglesi degli inglesi, i quali mi sembra dicano «partita di ritorno»).

C'è però poco da scegliere. Meglio queste brutture neologistiche o certo lessico politico insopportabile? Meglio i doppiopesisti, i cerchiobottisti, i girotondini, il malpancismo e i malpancisti, il benaltrismo (dal «c'è ben altro!»), la questione morale, i nani e le ballerine, il decisionismo, la casa delle libertà, come la casa del prosciutto, la casa del mobile, e adesso il grillismo...? Non se ne può più. Ho sentito tempo fa un ministro della Repubblica che ha detto «avevo già attenzionate... ecc.». Siamo arrivati al punto che quando senti qualche scrittore parlare, Fruttero per esempio in tv da Fazio, ti si apre il cuore. Senti un senso di sollievo, liberatorio, una lingua vera, che esiste, quella che i più stanno dimenticando.

Perché non «torcere il collo» all'eloquenza fasulla, una lingua biotech che non vorrei mai vedere clonata come quella mucca con Dna modificato al fine di ricavarne un latte più ricco di caseina. Forse io sono un po' troppo vecchio stampo, ma preferisco chi dice «spiccioli» e non «moneta divisionale». Ho sempre sostenuto che vanno buttate via frasi del tipo «Un organico collegamento interdisciplinare ad una prassi di lavoro di gruppo», in apparenza dotata di senso compiuto, in realtà inutile, ridondante vuotaggine.

L'«approccio metodologico per studi di fattibilità» ha imperversato sulle bocche di centinaia di assessori, senza condurci da nessuna parte. Che cos'è quest'handicap generale che ci sovrasta? Si parla come a un popolo di handicappati nel cervello, per cumuli di luoghi comuni, senza sapori, senza forza e acume. Facciamola finita.
postato da: mics alle ore 23:29 | link | commenti (3)
categorie: parole, scrittura, poetiche
11/10/2007

FILIALE

Aperta una dependance: www.beltaser.wordpress.com

postato da: mics alle ore 15:27 | link | commenti
categorie: parole, libri, scrittura, fatti di mics
05/10/2007

PUNTO E VIRGOLA

Post sollecitato da caporalereyes.

Non piace granché. Ha una sua identità balorda. Lo usano poco. E' un po' da maniaci, diciamocelo, da esteti e da pedanti.

I manuali dicono che serve a evidenziare con l'ordinamento strutturale le gerarchie concettuali. Cioè a mettere un po' d'ordine nell'organizzazione dei concetti dentro una frase; a sistemare unità coordinate complesse e membri di frase.

Ha un ruolo demarcativo. Cioè separa (ma allo stesso tempo collega, e in questo senso assomiglia alla virgola ma non al punto) gli elementi di una frase. Quindi il punto separa, invece il punto e virgola separa e collega. La virgola serve per  creare apposizioni (piccole spiegazioni) o incidentali (piccoli a parte), il punto e virgola invece no.


Il ; demarca degli elementi in serie e assomiglia alla , in questo caso. Esempio:

"Inteso come convinzione, da parte di un gruppo, della propria superiorità su un altro gruppo, il razzismo non può che produrre mali; l'equivoco della razza pura; la volontà di dominio; il genocidio."

Segnala il cambiamento di soggetto o tema.

Oppure segnala una ripresa, una specificazione. Esempio:

"... perché esodo, come insegna la Bibbia, vuol dire perdita e salvezza, abbandonare e ripiantare le proprie radici e le proprie insegne; addio e ritrovamento, morte e rinascita"

Che la pausa del ; sia più lunga di quella della , o più breve di quella del . dicono i linguisti che è una stupidata. Non è una questione di quantità ma di qualità del concetto e dell'ordine concettuale.

Il ; dicono che è ragione e intuizione associate.

Davvero l'esattezza del punteggiare si addice alla scrittura come strumento di elegante precisione, e con effetti di senso moltiplicati quando esprit de géometrie e esprit de finesse si compongono in mirabile unità. (Mortara Garavelli)

Però dipende molto dal tipo di testo, dal grado di formalità che uno vuole assumere. Il ; (tranne che non serva per fare un elenco) di solito è abbastanza formale; è come mettersi il vestito della festa. Se tieni i jeans invece usi solo le virgole.

E' quasi per definizione un punto vago e sfumato, quindi non immediatamente "utile" (Michele Mari)

Leggere la differenza:

Dante, Petrarca, Boccaccio, Boiardo, Ariosto, Tasso, Foscolo, Leopardi, Manzoni, Carducci, Pascoli, D'Annunzio

Dante, Petrarca, Boccaccio; Boiardo, Ariosto, Tasso; Foscolo, Leopardi, Manzoni; Carducci, Pascoli, D'Annunzio

Il ; rende una frase un contesto continuo e organico, legato.

Si vedeva contro il muro: degli altarini, delle medaglie, molti santini della Madonna, un ex voto di noce di cocco; sul comò, coperto con un drappo come un altare, la scatole di conchiglie che le aveva regalato Victor; poi un annaffiatoio e un pallone, dei quaderni, stampe geografiche, un paio di stivaletti; e appeso al chiodo di uno specchio (...) (Flaubert, Un cuore semplice)

Il punto e virgola è un segno lento; retrò; dipende da quello che ha intorno; non è autonomo; pone dei dubbi.

Segno piuttosto raffinato, mai perentorio. Uilizzato e inteso da pochi, perciò in via d'estinzione, servirebbe a cogliere particolari gradazioni e fini sfumature del discorso (Stefano Lanuzza)

(Questo post mi costerà delle amicizie; e causerà una picchiata vertiginosa degli accessi a questo blog)
postato da: mics alle ore 22:31 | link | commenti (7)
categorie: letteratura, scrittura, poetiche, chiusure cognitive

DEMI-TOUR

Riprendo dal blog mestierediscrivere di Luisa Carrada.


I più esperti (e fortunati) di noi sono sfuggiti a incidenti gravi, ma quasi tutti abbiamo avuto bruciature, dita tagliate, ossa fratturate, scosse elettriche. L'uso incauto dell'email può costare il posto, rovinare amicizie, minacciare matrimoni, affossare progetti, e addirittura mandarti in galera.

La colpa sarebbe anche del nostro eccessivo entusiasmo da neofiti, che con l'email pretendono di fare e comunicare tutto. Mentre lo strumento più veloce e "senza toni di voce" non è per niente adatto - per esempio - alle sfumature, alle richieste di favori, alle scuse. A meno che anche nell'email non recuperiamo lunghezza, toni, attenzioni e pacatezza di una lettera "tradizionale", cosa che probabilmente avverrà presto, quando - passata la sbornia della novità - l'email sarà uno strumento di comunicazione tra i tanti.
Sarà più facile per chi ha passato buona parte della sua vita solo con la corrispondenza cartacea e con il telefono.

 

Io a dire la verità con le email ho un rapporto versatile. Ne scrivo di diversi tipi e stili.

stile tutto minuscole. anche dopo i punti
anche senza i punti
andando semplicemente a capo
Oppure uno stile più disteso, simile a quello di una lettera tradizionale; devo confessare che provo una certa voluttà nell'usare la punteggiatura, per esempio metterci dei "punto e virgola".
mai usato xché, kosa, nn e ci sono sempre andato piano con le faccine :-(

Devo dire comunque, in generale, che le email mi piacciono almeno tanto quanto detesto gli sms. Quanto mi è sempre continuata a piacere la lettera di carta (e le agende, i taccuini, i block e le penne che scrivono bene).
Infine, mi interessa questa marcia indietro (non è conservatorismo). L'altro giorno leggevo da qualche parte che il postmoderno riscopre la sapienza e la saggezza, io che mi ero convinto che fosse invece una cultura leggera. Chissà se farò in tempo a capire.

La modernità (o post-?) è fatta anche di decreti governativi sull'abolizione del gerundio. E questa è una notizia discretamente buona.
postato da: mics alle ore 00:26 | link | commenti (1)
categorie: scrittura, poetiche, fatti di mics
27/09/2007

L'AMICO

Mi piacciono i libretti i sassi di nottetempo.

Giorgio Agamben ha pubblicato parecchi di questi sassi.
Affida a poche paginette alcune riflessioni fulminanti.
Ho letto qualche tempo fa Genius. Letto: l'ho attraversato, bevuto, subìto. Mi si impone il ricordo. Il genius per i romani era il dio custode di ogni individuo. Era il suo carattere, la somma delle possibilità che stanno accanto all'unica esperienza della realizzazione di una sola possibilità. Era ciò che un individuo sarebbe potuto diventare.

Adesso esce L'amico. Domattina finisco scuola alle 11.40 e passo in libreria.

Questo desiderio, questa attesa di leggere: è il risultato di quarant'anni di mania della lettura. E' dolce.

Agamben prende il via da un passo di Aristotele dall'Etica nicomachea. A proposito di dolcezza.


"Colui che vede sente (aisthanetai) di vedere, colui che ascolta sente di ascoltare, colui che cammina sente di camminare e così per tutte le altre attività vi è qualcosa che sente che stiamo esercitandole, in modo che, se sentiamo, ci sentiamo sentire, e, se pensiamo, ci sentiamo pensare, e questo è la stessa cosa che sentirsi esistere: esistere (tò èinai) significa infatti sentire e pensare.
Sentire che viviamo è di per sé dolce, poichè la vita è per natura un bene ed è dolce sentire che un tale bene ci appartiene.
Vivere è desiderabile, soprattutto per i buoni, poiché per essi esistere è un bene e una cosa dolce.
Con-sentendo provano dolcezza per il bene in sé, e ciò che l'uomo buono prova rispetto a sé, lo prova anche rispetto all'amico: l'amico è infatti un altro se stesso (heteros autos). E come, per ciascuno, il fatto stesso di esistere (to auton einai) è desiderabile, così - o quasi - è per l'amico.
L'esistenza è desiderabile perchè si sente che essa è una cosa buona e questa sensazione (aisthesis) è in sé dolce. Anche per l'amico si dovrà allora con-sentire che egli esiste e questo avviene nel convivere e nell'avere in comune (koinonein) azioni e pensieri. In questo senso si dice che gli uomini convivono e non, come per il bestiame, che condividono il pascolo. [...] L'amicizia è, infatti, una comunità e, come avviene rispetto a se stessi, così anche per l'amico: e come, rispetto a se stessi, la sensazione di esistere (aisthesis oti estin) è desiderabile, così sarà anche per l'amico".
postato da: mics alle ore 23:25 | link | commenti (1)
categorie: libri, letteratura, scrittura, poetiche
23/09/2007

BLOGTALE

Scrivere nel blog ha un suo perché, forse.

(vedere pistolone e commenti qui sotto)

Ha anche un suo come.

E i suoi manuali.

Vedere qui.


postato da: mics alle ore 21:55 | link | commenti (1)
categorie: scrittura, poetiche